Italia
Gestione del rischio del cambiamento climatico
La tematica della valutazione dell’impatto dei cambiamenti climatici in agricoltura è complessa: unire pratiche agronomiche in campo, modelli di crescita globale e indirizzi politici
28 maggio 2024 | C. S.
Si è svolto questa mattina all’Accademia dei Georgofili, in presenza e con oltre 300 iscritti da remoto, il secondo incontro del ciclo “Agricoltura 2030”, dedicato ai cambiamenti climatici.
Ha coordinato i lavori Federica Rossi, consigliera accademica. Il prof. Marco Bindi dell’Università di Firenze ha presentato una relazione su: “La crisi climatica: cosa aspettarsi. Adattamenti e strategie nei sistemi colturali erbacei e arborei: l’esempio dell’areale toscano”. Ha proseguito Flavio Barozzi, Presidente della Società Agraria di Lombardia con il tema: “La gestione del rischio climatico a livello agronomico: l’esempio dell’areale padano”. Infine, il prof. Giuseppe Pulina dell’Università di Sassari ha affrontato l’aspetto inerente clima e zootecnia, con una relazione su “Le nuove metriche e la loro importanza nelle valutazioni nell’importanza nella valutazione degli impatti dei gas effetto serra”.
“La tematica della valutazione dell’impatto dei cambiamenti climatici in agricoltura è molto complessa, in quanto alle pratiche agronomiche in campo bisogna unire modelli di crescita globale e indirizzi politici. L’agricoltura è vittima del cambiamento climatico perché i problemi di regolazione del regime termico portano importanti riflessi sulla fenologia delle piante, ma al tempo stessa viene considerata carnefice per la serie di input umani che implicano direttamente o indirettamente l’emissione di gas a effetto serra in atmosfera”, ha sottolineato Federica Rossi. “Per questo motivo si parla di adattamento da un lato e mitigazione dall’altro, ha proseguito, “ ma per conoscere le emissioni e quanto l’agricoltura possa mitigare il proprio impatto sull’ambiente occorre una corretta conoscenza delle metriche, che significa sapere il tipo di gas emessi non solo in funzione della specie chimica ma anche della loro reattività e del tempo medio di permanenza in atmosfera, per verificare quindi il potenziale di riscaldamento connesso a certe attività ed eventualmente limitarlo”, ha concluso.
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