Italia

Per i nostri giovani il ritorno alla terra è una speranza non una realtà

Guardando oltre la propaganda dell'assalto alle campagne ci sono le difficoltà quotidiane di cavarne un reddito. Due dati su tutti: su 100 anziani alla guida delle aziende agricole, sono 14 gli under 40; solo il 5% dei giovani prende in mano l’azienda agricola di famiglia

09 gennaio 2015 | Pasquale Di Lena

E’ la fatica di arrivare ad avere un reddito, con tutte le responsabilità che richiede la gestione di un’azienda agricola, quello che allontana i giovani dalle campagne o non li porta (aldilà della facile propaganda di un ritorno alla terra) a scegliere l’agricoltura. Il boom delle iscrizioni di tanti giovani agli Istituti tecnici e alle Facoltà di agraria e forestali non spiega, se non nei termini di proiezioni nel futuro, il ritorno alla terra dei giovani. Questi giovani possono arrivare a un diploma o a una laurea quando l’agricoltura sarà poca cosa, soprattutto per colpa di una scelta che sta andando avanti, invece di essere cancellata, che è quello del furto continuo di suolo, in modo particolare quello fertile.

Il ritorno alla terra, spesso raccontato da interessati che vogliono far credere che l’agricoltura è viva e considerata, non c’è in Italia e, comunque, meno che in altri Paesi. Ci sono i dati a dirlo e, per capire, ne bastano due: 1. Su 100 anziani alla guida delle aziende agricole, sono solo 14 i giovani; 2. Solo il 5% dei giovani prende in mano l’azienda agricola di famiglia.

Tutto questo dentro il quadro allarmante di una disoccupazione giovanile che ha raggiunto il dato del 43,9%, come dire un giovane su due è senza lavoro.
Se uno pensa alla pesantezza della crisi e al fatto che l’agricoltura questa crisi l’ha anticipata di quattro anni (2004), e, se uno pensa anche all’emarginazione culturale e politica che continua a vivere l’agricoltura, a partire dal grande esodo dalle campagne degli anni ‘50/60, che ha fatto da struttura portante del boom economico, è ben spiegato l’atteggiamento dei giovani di ieri e, anche, di oggi.

Il giusto reddito che non c’è, perché - data la debolezza e, a volte, l’interesse della rappresentanza del mondo contadino - esso viene preso, strappato, rubato: dalla burocrazia da una parte, e, dall’altra, dall’industria di trasformazione e dalle “moderne” catene commerciali che decidono quali prodotti e di quale Paese del mondo e, per i prodotti italiani, i prezzi di quelli agricoli che, spesso non pareggiano i costi di produzione.

La mancanza di reddito e lo stato di soggezione nei confronti dell’ente pubblico e degli altri interlocutori della filiera, determinano quello stato sociale che i giovani, soprattutto quelli che vivono in campagna, rifiutano cercando rifugio altrove.

Tant’è che là dove l’agricoltura con i suoi principali testimoni, in primo luogo il vino, dà un reddito che permette di investire nell’azienda aprendo anche a nuove opportunità, il giovane non solo resta ma è ben orgoglioso di raccontarlo agli altri, fino a vantarsene con le ragazze come facevano quelli della mia generazione con la macchina.

C’è, poi, il solito coro che addebita alla struttura della nostra agricoltura, cioè alla scarsa dimensione delle aziende italiane, 7,9 ha., la superficie media per 1.630.000 aziende registrate, le difficoltà di vivere e raggiungere un adeguato reddito.

Circa otto ettari di superficie media, è vero, sono pochi per un tipo di coltura ma, è altrettanto vero, che sono più che sufficienti per un altro tipo di coltura. Comunque, aldilà di questa più che normale riflessione, c’è da dire che niente viene fatto per stimolare i coltivatori ad associarsi e che grida ancora vendetta il blocco voluto, soprattutto da parte della rappresentanza del mondo dell’agricoltura, dell’associazionismo dei produttori, subito dopo, fine anni ’70, l’approvazione del decreto di recepimento della norma comunitaria.

Tutto questo conta come riflessione, ma la vera verità è che l’agricoltura è stata messa ai margini dello sviluppo e che sempre più è svuotata di politica, che vuol dire programmi e progetti che vanno ben oltre la logica di puro sostegno della Pac e dei Psr, ancora bandiere di demagogia sventolate dagli assessori di turno che, a ben vedere, servono più per sfruttare l’agricoltura a vantaggio dell’industria e dei servizi.

Si aumenta il parco macchine, l’uso dei concimi e degli antiparassitari, l’abuso di acqua e il risultato è quello d'indebitare oltre il necessario l’azienda. È questo il modo più efficace per costringere il coltivatore a lasciare o a svendere il proprio terreno alle mafie delle pale eoliche, degli inceneritori, delle centrali a biomasse, delle discariche di rifiuti nocivi, del cemento.

E, così, la parola d’ordine “Nutrire il pianeta, Energia per la vita”, che anima l’Expo 2015, suona più come una minaccia che come uno stimolo per la nostra agricoltura in difficoltà, che – non lo dimentichiamo - ha il merito di aver dato sempre cibo, contrassegnato da qualità e tipicità con i suoi mille e mille territori e i suoi rinomati testimoni, molti dei quali il mondo copia.

L’Expo, mio malgrado, rischia di diventare un “de profundis” per l’agricoltura contadina, nel momento in cui le decisioni le prende definitivamente l’industria e solo per dare spazio allo sviluppo di un’agricoltura e zootecnia superintensiva, cioè a uno sfruttamento esasperato del territorio, perché, per l’industria, il bisogno di competere e vincere sta tutto nella quantità e non nella qualità.

L’agricoltura italiana ha la possibilità di vincere sui mercati, scegliendo di competere con la qualità e la ricchezza di diversità dei suoi prodotti. In pratica, sostenere e rilanciare il ruolo centrale dell’agricoltura contadina, che è storia, cultura, espressione di quella ruralità che, con le sue antiche tradizioni e il rispetto del territorio, è sempre più un valore da spendere per il futuro e non un aspetto di cui vergognarsi.

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