Italia
Dal 1994 a oggi, la parola d'ordine per l'Italia olivicola è identità
Piccolo è bello perchè capace di salvaguardare le tipicità. Le grandi aziende olivicole, sempre più e in ogni parte del mondo, producono qualità ma poco o nulla diversità
13 marzo 2014 | Pasquale Di Lena
Il 2014 è l’anno delle Città dell’Olio, il suo ventesimo anniversario, che sarà onorato di manifestazioni e iniziative, riflessioni e proposte utili a dare ancora più slancio al ruolo che si è ritagliato nel mondo olivicolo e più forza ai principi che sono riportati nella Carta dei Fondamenti, tutti di grande attualità.
Un anno partito alla grande con la Conferenza stampa del mese scorso a Roma, che l’associazione, con il suo presidente Enrico Lupi, ha tenuto, grazie al patrocinio della Commissione agricoltura e del suo presidente, On. Luca Sani, nella sala stampa della Camera dei Deputati, alla presenza di numerosi componenti con le onorevoli Susanna Cenni, Maria Antezza e Colomba Mongiello, protagoniste con temi di grande attualità e importanz.
Un anno, il 2014, all’insegna della crescita, con nuove adesioni importanti, come le due ultime in ordine di tempo, le città di Lucca e di Castellana Grotte, che hanno fatto superare le 350 adesioni, e, soprattutto, di un programma fitto d’iniziative in Italia e nel mondo. Iniziative che mirano a cogliere obiettivi efficaci per i territori olivetati e l’immagine della qualità e della diversità da questi espressa.
Si vuole, come ha detto il presidente Lupi, confermare il programma che ha avuto successo in questi venti anni ed ha dato un contributo notevole alla crescita della cultura dell’olio, con tante novità importanti all’interno di un mondo, quello olivicolo, ancora affidato all’esperienza di millenni. Una visione empirica, che ha cominciato a indossare nuovi vestiti, per affrontare le pressanti sfide che l’olivicoltura, con il suo olio, ha di fronte. E questo dopo una prima scossa data dalle città dell’Olio e, a seguire, da altre associazioni e dalle organizzazioni professionali, come pure da personaggi e personalità, soprattutto nel campo della comunicazione che, nel frattempo, sono venuti fuori con un loro importante contributo.
Si vuole dare più visibilità ai territori olivicoli e più sicurezza e garanzia di qualità ai consumatori con l’affermazione proprio dell’origine, che permette ai tanti oli italiani di diventare testimoni importanti di questi territori e di renderli punti di riferimento anche del consumatore più esigente e, comunque, curioso di conoscere il percorso dell’olio a partire dal suo olivo.
In questo senso bisogna dire che si è dimostrata vincente l’idea di dare, venti anni fa, anche ai territori olivetati un riconoscimento d’identità. Avendo avuto la fortuna di esserci, ricordo che quando, in quel mattino rigido del 17 dicembre del 1994, a Larino, l’allora sindaco, Alberto Malorni, aprì l’assemblea del comitato promotore, neanche un sognatore incallito come me aveva immaginato la possibilità di cogliere i risultati che le Città dell’Olio sono state capaci di registrare in questi venti anni d’intensa attività.
Un insieme d’importanti successi che sono, dopo l’elenco delle tante iniziative in programma, una valida premessa degli obiettivi che s’intendono raggiungere con la difesa e tutela della nostra olivicoltura, oggi più che mai preziosa per i suoi valori ambientali, paesaggistici, produttivi, propri di territori vocati all’olivo. E, ancor di più, con la valorizzazione dei suoi straordinari oli, grazie al primato che l’Italia ha nel campo della biodiversità olivicola - si parla di oltre 500 varietà autoctone pari al doppio del patrimonio mondiale complessivo – e grazie anche ai mille e più mille differenti territori.
La ricchezza e l’importanza della diversità, cioè del locale o glocale, è l’elemento decisivo, perché vincente, per affrontare il globale e la spietata concorrenza che caratterizza il mondo degli oli e dei grassi di origine vegetale. In particolare quello degli oli extravergine di oliva dove l’industria prova continuamente a sostituirsi all’olivicoltore, e allo stesso frantoiano, con l’offerta di un prodotto piatto che di extravergine (una brutta parola creata a arte proprio dall’industria) ha solo il nome.
Il discorso è diverso per le grandi aziende olivicole che, sempre più e in ogni parte del mondo, producono qualità ma poco o nulla diversità, cioè l’elemento aggiuntivo, la peculiarità della nostra olivicoltura, che può cogliere l’attenzione di un consumatore esigente, non solo di qualità ma anche di diversità, soprattutto se garantito dell’una e dell’altra.
La cultura dell’olio, è stato ripetuto anche nel corso del primo appuntamento con i venti anni delle Città dell’Olio, quello della prima tappa di Girolio che c’è stata sabato scorso a Trieste in occasione di “Olio Capitale”, è cambiata molto e ora è tempo di aprirsi ai nuovi cambiamenti. Un ciclo che si chiude e uno che deve partire presto, e le Città dell’Olio, pienamente consapevoli che spetta al mondo olivicolo italiano guidare, sono già pronte a dare il loro contributo, con il successo di altre iniziative importanti.
La prima è quella portata avanti insieme con le altre Città dell’Olio del Mediterraneo federate, come il riconoscimento, da parte dell’Unesco, del Paesaggio Olivicolo quale bene immateriale dell’umanità. L’altra, quella di un coinvolgimento della ristorazione italiana, in Italia e nel mondo, per l’affermazione dell’olio di qualità e, con esso, le risorse e i valori inesauribili dei territori che le Città dell’Olio rappresentano.
Un compito non facile, ma di certo fondamentale per dare ai territori olivicoli e ai bravissimi produttori e trasformatori, quei riconoscimenti che meritano, in termini di acquisizione di quel valore aggiunto, che oggi non c’è, e, ancor più, d’immagine.
Ecco, venti anni di risultati belli, indicativi, che meritano di essere festeggiati e ricordati in questo 2014 per confermare il valore primario del territorio, che, come si sa, è espressione di cultura, storia, paesaggi, tradizioni millenarie, soprattutto in cucina, e il ruolo di chi questo bene rappresenta e tutela, il comune che - non importa se piccolo o grande - nel momento in cui si trasforma in protagonista dell’Associazione, diventa città, Città dell’Olio.
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