Italia

Nella lotta tra prezzo e origine a perdere è l'olivicoltura italiana

"Nella filiera olivicola italiana - denuncia Elia Fiorillo, presidente del Ceq - siamo ancora all'epoca feudale." Comparto ibernato e l'Alta Qualità affonda per colpa della "burocrazia delle periferie"

21 settembre 2013 | C S

“Troppi interessi contrastanti rischiano di compromettere lo sviluppo del sistema olivicolo italiano”, afferma Elia Fiorillo, Presidente di CEQ, preoccupato dei ritardi che si stanno accumulando nell’approvare il Sistema di Qualità Nazionale, “non vorremmo che mancasse la lungimiranza per comprendere l’importanza per l’Italia olivicola di percorrere per prima la strada dell’Alta qualità, eppure – aggiunge Fiorillo – talune barricate della burocrazia delle periferie, appaiono più di principio che di sostanza, ispirate alla tutela a oltranza del proprio orticello di agevolazioni e di potere locale e meno alla difesa dell’interesse generale del sistema Paese”.

Dopo 40 anni di ingenti sostegni la filiera dell’olio di oliva italiano appare come ibernata e incapace di rilanciarsi con pochi e timidi tentativi di innovazione vera. Scorrendo le vecchie immagini pubblicitarie dei decenni precedenti, non sembra sia passato così tanto tempo. I contenuti e le emozioni che si comunicano oggi sono in fondo le stesse di sempre. Malgrado gli interessanti aspetti positivi, messi in luce dalla ricerca sul prodotto in questi anni, non si è ancora compreso fino in fondo quanti benefici si potrebbero trarne per tutto il settore se unitariamente si iniziasse a comunicarli.

Purtroppo I componenti della filiera appaiono arroccati su posizioni contrastanti quanto conflittuali. Da una parte coloro che fiutano solo le truffe e credono nelle proprietà miracolose dei farmaci “origine” e “tracciabilità”, dall’altra chi crede che i margini del prodotto –esigui tra l’altro - dipendano essenzialmente dall’abilità di trovare la materia prima più economica e che l’unica strategia possibile sia quella del prezzo. “In qualche modo- afferma Elia Fiorillo – i comportamenti degli operatori finiscono per avallare il concetto che la categoria racchiuda condimenti standard e facilmente sostituibili. Un paradosso rispetto a quanto tutti vanno ripetendo, in convegni e comunicati, sull’importanza di dare valore alle proprietà distintive e uniche di tale alimento”.

“Nella filiera olivicola italiana – continua Fiorillo – siamo ancora nell’epoca feudale, con le piccole battaglie locali e la rivoluzione francese sembra ancora molto lontana dall’arrivare. Dovremmo forse nutrire la speranza che l’importanza trasversale del “valore” del prodotto, illumini le coscienze spagnole, per vedere il tramonto del nostro feudalesimo?”

“Staremo a vedere – conclude il presidente CEQ - se ancora una volta la storia la facciamo scrivere ai nostri avversari, ma intanto, mentre avremmo bisogno di concentrare tutte le energie per aumentare il valore percepito del prodotto, la filiera accetta passivamente una OCM che qualcuno ci propina come l’unica possibile, senza chiedersi se non sia piuttosto uno scoglio per il futuro del settore olivicolo italiano e se non sia il caso di disegnarne una più utile agli interessi del Paese”.

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