Gastronomia

La passione di Giacomo Leopardi per i dolci e il gelato

Giacomo Leopardi non ama soltanto i gelati, ma è particolarmente goloso di dolciumi come testimonia anche il curioso episodio dove si sarebbe mangiato da solo un chilo di confetti

06 marzo 2020 | Giovanni Ballarini

Nel Il Giovane Favoloso, film del 2014 diretto da Mario Martone incentrato sulla vita di Giacomo Leopardi e ripresentato in occasione del duecentesimo anniversario del celebre sonetto L’Infinito, due volte si vede il poeta che mangia un gelato di cui sappiamo era golosissimo come di altri dolci.

A Napoli la gelateria preferita da Leopardi è il Caffè Angioli di Via Toledo dove gusta coppe che in suo confronto, mingherlino e malaticcio, paiono gigantesche e in una di queste occasioni incontra per la prima volta il suo biografo, Antonio Ranieri che nella sua Notizia intorno agli scritti, alla vita ed ai costumi di Giacomo Leopardi (1857) narra anche che quando sente che sta per giungere la fine è un gelato l’ultimo desiderio che il poeta esprime e i medici, pensando che il freddo gli sia nocivo, nonostante si trovassero a Napoli alla fine di giugno, gli offrono una cioccolata calda. Leon Treich nel suo Almanach des Lettres racconta che Leopardi era solito ordinare tre grossi gelati per volta e quando il cameriere li portava, gli diceva di metterli l’uno sull’altro. Giacomo Leopardi era spesso schernito per la quantità del gelato e la sua voracità, ma l’ironia dei dileggiatori non lo inibiva e nonostante fosse seccato dell’impertinenza dei passanti e continuava a gustare il suo gelato con sprezzante compiacimento e Ranieri narra anche che una volta, al Caffè delle due Sicilie, dovette cacciare un capannello di scugnizzi che si prendeva gioco del poeta per l’enorme gelato che aveva davanti. Nei primi anni dell’Ottocento famoso è un locale situato verso la strada per il Largo alla Carità gestito da Vito Pinto e la vecchia insegna del locale, di memoria settecentesca, che reca la scritta Bottega del Caffè è riutilizzata per la sua nuova attività perché il sagace don Vito non si limita ad offrire alla sua clientela soltanto del caffè, ma serve anche una specialità originale e sublime che produce personal-mente nei suoi laboratori: il sorbetto che reca in sé il delizioso sapore della crema pasticciera (Anita Curci, Antichi caffè di Napoli in: Curci A. – Frammenti di Storia. Intorno al curioso e all’antico di Napoli, 2015).

La passione di Leopardi per i gelati trova un riscontro ne I nuovi credenti, capitolo satirico in terza rima composto a Napoli dopo il 1835 e pubblicato solo nel 1906 e dove citando la via di Toledo tributa al gelatiere Vito Pinto un verso che recita “quella grand’arte onde barone è Vito”, perché come annota Antonio Ranieri questo celebre venditore di sorbetti, divenuto ricco, comperò una baronia e divenne barone e non è qui inutile dimenticare che i Borbone apprezzavano tanto i sorbetti da concedere titoli nobiliari ai più abili gelatieri. Leopardi per cautela non pubblica la sua satira dove critica violentemente i napoletani, una cautela che però non ha Alberto Savinio (Alberto de Chirico) quando collabora al settimanale Omnibus di Leo Longanesi sul quale a pagina 4 del 28 Gennaio 1939 scrive un articolo dedicato alla celebrazione di Napoli di Giacomo Leopardi in occasione del 102° anniversario della sua morte e intitolato Il sorbetto di Leopardi, un articolo il cui contenuto e la forma sono giudicati dal regime fascista irriverenti e portano alla chiusura del settimanale. Diverse sono le interpretazioni del fatto che vanno dalla immagine prosaica data del poeta alla scarsa igiene dei caffè napoletani dove Giacomo Leopardi avrebbe contratto il colera mangiando un gelato che lo avrebbe portato a morte in questo modo sollevando le ire del Federale o del Prefetto di Napoli.

Giacomo Leopardi non ama soltanto i gelati, ma è particolarmente goloso di dolciumi come testimonia anche il curioso episodio dove si sarebbe mangiato da solo un chilo di confetti e la sua incapacità a rinunciare ai gelati durante il colera che colpì Napoli, con predilezioni oggetto di diverse considerazioni come hanno avuto modo di sottolineare Pietro Citati (Citati P. – Leopardi – Mondadori, 2016) e Tommaso Luchetti (Bellesi U., Lucchetti T: - Gelato di Marca. Breve storia del gelato marchigiano – Il Lavoro Editoriale, Ancona, 2018). Meno noto è invece l’interesse del poeta per il lattemiele, forse il più antico dolce che cono-sciamo giunto fino a noi. È nel 1827 che Giacomo Leopardi in una lettera sul suo soggiorno a Bologna scrive al padre, che aveva evidentemente richiesto notizie al riguardo, che “la ricetta del latte e melle è molto semplice perché consiste in fior di latte e panna, gelatina non salata e zucchero a piacere. Ma la principale consiste nella manipolazione, della quale mi hanno fatto una descrizione assai lunga e tale che io non so se la saprei rifar bene.” Leon Treich nel citato Almanach des Lettres afferma, ma non si sa su quali elementi, che Giacomo era diabetico, ma golosissimo, andava pazzo per le sfogliate frolle, che questa mania per i dolci sarebbe stata la causa della morte quando l'ultima sera di Leopardi, il 13 giugno 1837, onomastico di Ranieri furono portati svariati cartocci di confetti cannellini di Sulmona, Leopardi ne mangiò un chilo e mezzo e morì la mattina successiva per coma diabetico. Leon Treich aggiunge anche di essersi procurato trecento dei confetti rimasti in parte donati al museo gastronomico di Sulmona. Ma di tutto questo di certo sappiamo soltanto che “Com'è noto, Giacomo Leopardi ebbe da Paolina Ranieri due cartocci di confetti cannellini di Sulmona” (A. Ranieri, 1806 – 1888) e che a Sulmona non vi sono i supposti confetti di Treich.

Fonte: Accademia dei Georgofili - georgofili.info

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