Gastronomia

Soft drink e snack una moda contro la salute

Rischia di diventare un ricordo di pochi il pane di grano duro o di grano tenero, che nutre solo con un filo d’olio, non è da buttare il giorno dopo e dura il tempo di essere rianimato con l’acqua per diventare pancotto o panzanella

28 luglio 2012 | Pasquale Di Lena

Basta acqua, non importa se di sorgente o di lago; zucchero, non è dato saper se di barbabietola o canna; gas, tanto o poco secondo i gusti, e una buona, fondamentale campagna pubblicitaria, con testimonial credibili, perché tutto diventi un business per le multinazionali delle bevande. Uno straordinario business con profitti elevati che solo il tabacco è riuscito e continua a dare. Il soft drink (le famose bibite analcoliche che invece di togliere la sete la ingigantiscono grazie allo zucchero), che tanto piace e che tanto male arreca con l’obesità, il diabete e le malattie cardiovascolari, che entrano nell’elenco delle malattie croniche con costi altissimi per la società.

Basta una specie di rosetta che non sa cos’è la farina di grano; un hamburger cucinato su piastre continuamente unte di grasso bruciato; una foglia di insalata e una rotella di pomodoro, con a fianco patatine fritte poco prima refrigerate, per darti il senso della sazietà, una coca cola o qualsiasi altro soft drink, e la catena della distribuzione a livello mondiale di snack e/o soft drink è accontentata, anzi strafelice dei profitti, grazie anche a te, accumulati. Non solo ristoranti dalle grandi insegne e Autogrill, ma bar, anche del paese più sperduto, sono pronti ad offrirti uno snack e tu a mangiarlo invece di vomitare.

È la moda! Soft drink e snack, con o senza hamburger, sono mine contro la salute che, non ci vuole molto tempo, scoppiano senza neanche essere toccate.

Non c’è una nostra eccellenza, anche la più prestigiosa, a fare da copertura che possa limitare o annullare queste mine frutto di modelli alimentari che, grazie anche agli occhi entrambi chiusi degli esperti e delle istituzioni sanitarie e della politica, si sono diffuse sul mercato globale e continuano ad assorbire risorse, soprattutto nel campo sanitario, e, insieme, culture. La verità è che l’unico obiettivo è il profitto e, come nei casi descritti, facile e ingente.

Dell’alimentazione e, soprattutto, della salute delle persone a queste “benemerite” società multinazionali, come a quelle della chimica o delle medicine, non gliene frega proprio niente, avendo in mano una delle attività più redditizie al mondo (bassissimo costo di produzione; facile conservazione e un prezzo di vendita esagerato che, bisogna dirlo, è accettato dal consumatore nel momento in cui continua ad acquistare il prodotto).

Lo stesso consumatore che ha da ridire sul prezzo del pane buono; non è disponibile a spendere per un buon olio extravergine di oliva e trova molto caro il vino, anche perchè quello della quotidianità è stato da qualche tempo abbandonato dagli stessi produttori, lasciando spazio a vini per un’elite di consumatori e, così, ai soft drink e altre bevande con o senza alcol.

Rischia di diventare un ricordo di pochi il pane di grano duro o di grano tenero, che nutre solo con un filo d’olio, non è da buttare il giorno dopo e dura il tempo di essere rianimato con l’acqua per diventare pancotto o panzanella o acqua sale, ripieno di una melanzana o di un peperone, una seppia o di un totano.

Lo stesso discorso vale per l’olio extravergine di oliva che è, con il suo olivo, paesaggio e tradizione prima ancora di essere il filo conduttore dei sapori che arrivano con i piatti sulla tavola; alimento sano con le sue proprietà nutritive e antiossidanti oltre che condimento. L’elemento principe in quanto a salute e benessere che, ne sono testimone, tutti i bambini adorano e, soprattutto quelli che lo assaggiano per la prima volta o raramente, ne vanno pazzi. Un fatto importante ignorato dalle istituzioni, i produttori e la gran parte dei genitori, che, in questo modo, trovano naturale rifugiarsi nelle merendine o negli snack, nei soft drink pensando di accontentarli.

Il consumatore (anche chi scrive) si lascia guidare dalla pubblicità, dai super o ipermercati e, così, si adatta al modo e al tipo di offerta fino a abituarsi alla stessa, non sapendo che è contro il suo patrimonio di risorse – in primo luogo il territorio – e contro la sua salute, se è vero, com’è vero, che essa dipende molto da una corretta e sana alimentazione. Un atteggiamento che spiega che queste multinazionali, come la finanza, sono virus che una volta entrati dentro di noi non sappiamo più come espellerli.

C’è di che preoccuparsi del ruolo delle multinazionali, in particolare di quelle che operano nel campo alimentare per il rapporto che esse hanno con la nostra salute, ben sapendo che possono conquistare il cuore e la mente di ognuno, perfino di chi, se non vuole contraddire il proprio ruolo nel campo della produzione o della difesa della qualità e delle origini di questo o quel prodotto, dovrebbe contrastarle.

Sono questi soggetti, proprio perché insospettabili, ideali per le campagne e le conquiste delle multinazionali che conoscono bene il gioco del “tu dai una cosa a me (il mercato, il profitto, la libertà del consumatore) ed io do una cosa a te" (un po’ di notorietà, di soldi, o, in alcuni casi, anche la carriera politica.

Intanto le conseguenze sono, come si diceva all’inizio, le malattie croniche che si diffondono a dismisura quali l’obesità, il diabete, le malattie cardiovascolari e lo spreco di risorse come la buona agricoltura, la ruralità, la biodiversità, che sta riducendo ai minimi termini il territorio e, con esso, la nostra identità.

 

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