Economia

Il Bio compie un passo avanti: tra numeri da record, nuove frontiere della ricerca e sfide normative

Il Bio compie un passo avanti: tra numeri da record, nuove frontiere della ricerca e sfide normative

Un viaggio nel Rapporto Bioreport 2024-2025, tra i numeri di una crescita ormai strutturale e le nuove frontiere della ricerca che confermano: mangiare bio fa bene, anche al microbiota

17 agosto 2026 | 11:00 | T N

Il settore biologico italiano continua a macinare record, avvicinandosi sempre più all’ambizioso obiettivo europeo del 25% di superficie agricola entro il 2030. Il Rapporto Bioreport 2024-2025, realizzato dal CREA e dalla Rete Rurale Nazionale, dipinge il ritratto di un comparto che non è più una nicchia, ma una realtà strutturale e consolidata del nostro sistema agroalimentare.

Con i suoi 2,5 milioni di ettari, la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica italiana è cresciuta del 2,4% rispetto al 2023, rappresentando ormai il 20,2% della SAU nazionale. Un dato che ci pone saldamente in testa alle classifiche europee, con un'incidenza quasi doppia rispetto a quella di altre grandi economie agricole come Francia e Germania. A trainare questa crescita, in controtendenza rispetto ad altre aree d'Europa, sono state soprattutto le regioni del Sud e del Centro, con un'impennata significativa in Valle d'Aosta (che ha quasi raggiunto il 60% di superficie bio) e Campania. Sette regioni, insieme alla Provincia di Bolzano, hanno già superato l'obiettivo del 25%, dimostrando che il traguardo della strategia Farm to Fork è più che mai alla portata.

Questa espansione non riguarda solo i numeri. Cresce anche il tessuto imprenditoriale: gli operatori biologici hanno superato quota 97.000, un aumento del 2,9% rispetto al 2023. A dare ulteriore slancio è la compagine sociale: quasi il 20% delle aziende bio è guidato da giovani, una percentuale doppia rispetto alla media del comparto agricolo nazionale, e la superficie media aziendale (29 ettari) è più del doppio rispetto alle aziende convenzionali. Il biologico, in Italia, è sempre più un'impresa di giovani e di territori.

Oltre il campo: cibo, salute e il "Bio dentro di Noi"

La sfida del biologico, però, si gioca anche su un altro campo, quello del consenso scientifico e della salute. Il Bioreport dedica ampio spazio a uno studio pionieristico dell'Università di Roma Tor Vergata, promosso dalla campagna "Il Bio dentro di Noi". La domanda era semplice ma radicale: a parità di dieta mediterranea, può la scelta biologica fare la differenza per il nostro organismo?

La risposta, secondo i primi risultati, è sì. Lo studio, pubblicato sulle riviste Microorganisms e Metabolites, ha dimostrato che in sole quattro settimane una dieta mediterranea a base di alimenti biologici è in grado di modificare in modo misurabile e positivo la composizione del microbiota intestinale. Pur mantenendo lo stesso apporto calorico e di nutrienti, i volontari che hanno seguito la dieta biologica hanno mostrato un incremento maggiore di batteri benefici, come Faecalibacterium prausnitzii e Anaerostipes hadrus, noti per la loro capacità di produrre acidi grassi a catena corta, molecole fondamentali per la salute intestinale e l'equilibrio del sistema immunitario.

"L'effetto potenziato della dieta mediterranea con prodotti biologici può essere attribuito alla maggiore qualità nutrizionale e all'assenza di residui di pesticidi e additivi sintetici", ha commentato la professoressa Laura Di Renzo, coordinatrice della ricerca. Questi risultati, sebbene preliminari e da consolidare con studi più ampi, aprono una nuova frontiera nella percezione del cibo biologico, non più solo come scelta ambientale ma come vero e proprio investimento per la salute. Una "prova di principio" che ribadisce come la qualità della filiera produttiva lasci una traccia misurabile nel nostro corpo.

Il paradosso normativo e le sfide del mercato

Eppure, nonostante i numeri positivi e le scoperte scientifiche incoraggianti, il settore si trova a fare i conti con un paradosso che rischia di rallentarne il passo: un quadro normativo complesso e, secondo gli operatori, fin troppo punitivo. Come evidenziato da più parti, l'Italia vanta il primato di essere il comparto agroalimentare più controllato, ma anche quello mediamente più sanzionato. Un'azienda biologica che commette un'infrazione paga, in media, sanzioni quasi cinque volte superiori a quelle applicate ad altri comparti.

L'entrata in vigore del nuovo catalogo delle non conformità (DM 323651/2024) ha acceso un ulteriore campanello d'allarme. Le associazioni del settore, come AIAB e AssoBio, denunciano il meccanismo della "soppressione cautelativa" dei riferimenti al biologico, che per prodotti freschi come ortofrutta o latte equivale a una condanna allo smaltimento, anche se l'operatore viene poi scagionato. Un clima di incertezza e paura che, come testimoniano i primi dati del 2026, sta iniziando a spingere alcune aziende fuori dal sistema, vanificando anni di crescita e di investimenti in promozione, consulenza e filiere. La richiesta delle organizzazioni è chiara: riportare proporzionalità e coerenza a un sistema che, per sua natura, è già virtuoso.

Il "caso" dell'apicoltura, approfondito nel rapporto del CREA "Honey Cost", è emblematico delle pressioni che il settore subisce. L'Italia, con oltre 1,5 milioni di alveari, è tra i principali Paesi europei per patrimonio apistico, ma la sostenibilità economica rimane delicata. La resa media è di circa 19 kg per alveare e la redditività inferiore a 65 euro, a causa di costi di produzione elevati, un clima sempre più instabile e importazioni competitive che non permettono di riconoscere l'aumento dei costi. Eppure, come sottolinea il rapporto, proteggere le api significa tutelare non solo il miele, ma l'intero servizio di impollinazione e la resilienza degli ecosistemi.

Il Rapporto Bioreport 2024-2025 ci consegna, quindi, un settore in salute ma non senza contraddizioni. La crescita strutturale è un dato di fatto, così come l'interesse crescente dei consumatori. Tuttavia, la sfida dei prossimi anni sarà quella di riequilibrare il sistema: da un lato, sostenere la domanda e la ricerca per dimostrare il valore aggiunto del biologico; dall'altro, semplificare la burocrazia e rendere il quadro sanzionatorio più proporzionato, per evitare che il primato italiano della qualità si trasformi in un boomerang che allontana proprio chi ha scelto di coltivare (e mangiare) in modo più sostenibile.

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