Economia

Il crollo, in valore, dell'export di olio di oliva verso gli Stati Uniti

Il crollo, in valore, dell'export di olio di oliva verso gli Stati Uniti

L'Osservatorio Certified Origins sul secondo trimestre 2026 fotografa un mercato a due velocità. Nel breve periodo prezzi all'origine in forte calo, scorte ai massimi e protezionismo americano. Nel lungo, gli scenari di settore stimano una crescita strutturale dei consumi

01 luglio 2026 | 11:30 | C. S.

L'export di olio d'oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell'US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall'Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull'agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

È il dato che meglio sintetizza il trimestre appena concluso. Una fase di rallentamento del commercio transatlantico che si somma, sul fronte interno, a prezzi all'origine in forte discesa e a giacenze record. Eppure, guardando oltre la congiuntura, le proiezioni di medio-lungo periodo restituiscono un quadro di crescita strutturale della domanda globale, in cui proprio i mercati oggi sotto pressione (Stati Uniti compresi) sono destinati a diventare i principali motori di sviluppo.

Stati Uniti, il protezionismo frena l'export ma il quadro resta in movimento. Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l'impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d'importazione. A giugno l'ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un'indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l'olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l'olio d'oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un'esenzione specifica per l'olio d'oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

Italia, prezzi all'origine in calo di oltre il 30% e scorte in crescita del 45%. Sul mercato interno, il segmento dell'extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d'oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L'eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d'importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

Spagna, raccolto in ripresa e prezzi attesi in discesa. In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all'80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l'80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

Visione 2050, la crescita arriverà dai mercati non tradizionali. Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l'orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell'analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d'oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L'aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

"Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l'inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore - commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins - I dazi penalizzano l'origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni."

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