Economia
Cereali in calo ma restano a livelli storici: la FAO avverte sui rischi per il 2026
Nonostante un quadro generale ancora favorevole, il rapporto "Food Outlook" lancia l'allarme su clima, tensioni geopolitiche e mercati dei fertilizzanti. A pesare sulle importazioni alimentari è soprattutto l'aumento dei prezzi di caffè, cacao e spezie
20 giugno 2026 | 12:00 | T N
Il settore agroalimentare globale si avvia verso il 2026 con un bilancio contrastante. Da un lato, la produzione mondiale di cereali, pur in leggera flessione, si manterrà su livelli storicamente elevati, garantendo un approvvigionamento complessivamente adeguato. Dall'altro, il rischio di shock improvvisi – legati a fenomeni climatici estremi, tensioni geopolitiche e impennate dei costi energetici – rimane elevato e potrebbe compromettere l'accesso al cibo per le popolazioni più vulnerabili.
È questo il quadro che emerge dal nuovo rapporto "Food Outlook" pubblicato oggi dalla FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura. Secondo il rapporto, la produzione globale di cereali per la stagione 2026/27 dovrebbe attestarsi a 2.982 milioni di tonnellate, in calo del 2% rispetto al record dell'anno precedente, ma ancora a livelli superiori alla media storica.
Calo per frumento e granaglie, tengono soia e carne
Il raccolto mondiale di frumento subirà la flessione più marcata: -3,8%, per un totale di 810,9 milioni di tonnellate. A pesare sono i cali produttivi nei grandi esportatori come Australia, Unione Europea e Stati Uniti, dove si prevede addirittura un crollo del 21,3%. Anche le granaglie (orzo, mais, sorgo) segneranno un ribasso dell'1,2%, frenate dalle semine ridotte in Nordamerica, mentre il Sudamerica – in particolare l'Argentina per il mais – mostra prospettive più rosee.
Segnali contrastanti arrivano dagli altri comparti. La produzione mondiale di soia nel 2025/26 raggiungerà un nuovo primato di 432,3 milioni di tonnellate, grazie alla corsa di Brasile e Russia, che compenseranno i cali attesi in Argentina, India e Nordamerica. La carne globale crescerà dell'1%, trainata dal +2,5% del pollame, mentre la bovina è destinata a contrarsi. In lieve rialzo anche la pesca e l'acquacoltura (+1%), con quest'ultima spinta da gamberi, salmone e carpe, nonostante il calo della pesca selvatica per i tagli alle quote in Atlantico e in Perù.
Allarme consumi nei Paesi poveri
Se l'utilizzo globale di cereali crescerà dell'1%, trainato dal consumo umano, il dato più preoccupante riguarda i Paesi a basso reddito con deficit alimentare: qui il consumo pro capite è atteso in leggera ma significativa flessione (-0,4%). Un segnale che, nonostante l'abbondanza globale, l'accesso al cibo resta un problema per le fasce più fragili della popolazione mondiale.
I rischi nascosti: combustibili, bioenergie e fertilizzanti
Il rapporto dedica un capitolo speciale all'impatto della transizione energetica nel trasporto marittimo. Le nuove regole dell'Organizzazione Marittima Internazionale sui combustibili alternativi, se da un lato sono cruciali per la decarbonizzazione, potrebbero avere ripercussioni significative sui mercati agroalimentari, in particolare nei Piccoli Stati Insulari in Via di Sviluppo (SIDS), fortemente dipendenti dalle importazioni.
Altro fronte caldo è quello dei fertilizzanti: tra gennaio e aprile 2026, gli scambi globali sono crollati del 20-25% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sebbene i prezzi abbiano mostrato un lieve raffreddamento, le preoccupazioni per la prossima stagione agricola restano alte, a causa del blocco degli acquisti in Europa e Nordamerica e della sensibilità del mercato agli sviluppi nel Stretto di Hormuz, cruciale per i transiti di materie prime.
Bolletta alimentare da record: colpa di caffè e cacao
Nonostante il calo dei prezzi di cereali, zucchero e semi oleosi, la bolletta globale per le importazioni alimentari nel 2025 ha raggiunto il record storico di 2.220 miliardi di dollari, con un balzo del 7,9% rispetto all'anno precedente. A far lievitare il conto sono stati i rincari dei prodotti ad alto valore aggiunto: caffè, cacao, spezie, prodotti animali, pesce, frutta e verdura, acquistati in gran parte dai Paesi ad alto reddito.
Proprio questi ultimi, che da soli valgono oltre due terzi della spesa totale, hanno registrato un aumento del 9,3%, contro il 4% dei Paesi a reddito medio-alto, il 7,9% di quelli a reddito medio-basso e il 6,7% dei Paesi a basso reddito. Un dato che conferma come le tensioni geopolitiche amplifichino l'impatto degli shock energetici sui costi delle importazioni, rendendoli quasi doppi rispetto a condizioni normali.
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