Economia

Cresce ancora l’export di ortofrutta fresca nel primo trimestre 2026

Cresce ancora l’export di ortofrutta fresca nel primo trimestre 2026

Nonostante la crisi di Hormuz e di conseguenza dei mercati asiatici salgono del 2,9% in quantità e del 11% in valore le esportazioni di frutta fresca, spinte da una buona campagna di esportazione dei kiwi

16 giugno 2026 | 12:00 | C. S.

Il primo trimestre del 2026 registra un segno positivo per le esportazioni italiane di ortofrutta fresca (+7,6% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025), nonostante un calo dei volumi (-0,9%) dovuto principalmente alla debacle dell’export di agrumi.

Le importazioni rimangono pressoché costanti in termini di quantità (+0,5%) e crescono in valore (+5,9% rispetto al 2025).

Il saldo commerciale sale leggermente in valore attestandosi a poco più di 360 milioni di euro (+15,3% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente), mentre registra un segno negativo in quantità (-4.144 tons) in controtendenza con il risultato dello stesso periodo del 2025.

Nonostante la crisi di Hormuz e di conseguenza dei mercati asiatici salgono del 2,9% in quantità e del 11% in valore le esportazioni di frutta fresca, spinte da una buona campagna di esportazione dei kiwi.

Bene anche la frutta secca le cui esportazioni crescono del 13.6% in volume e del 40,9% in valore, in un mercato dove c’è scarsità di prodotto, ma nel quale l’Italia conferma il suo ruolo di produttore, ma anche trasformatore dei prodotti provenienti dall’estero.

Si confermano i numeri del primo trimestre 2025 per i tuberi, ortaggi e legumi che segnano un -2% in quantità e +3,3% in valore.

Purtroppo, segnano il passo le esportazioni di agrumi (-12,5% in volume e -4% in valore) con produzioni falcidiate dal ciclone Harry nel pieno della campagna di raccolta. Il dato viene confermato dalle importazioni degli stessi prodotti che nel primo trimestre 2026 sono cresciute del 34,9% in quantità e del 41,9% in valore, in un mercato, quello nazionale, che si è dovuto rivolgere all’estero per mantenere i livelli di consumo.

Sono in discesa le importazioni di tuberi legumi e ortaggi che si riducono del 6,5% in volume e del 13,4% in valore, mentre risalgono le importazioni di tutti gli altri comparti: frutta fresca +3% e +4,2% rispettivamente in quantità e valore, frutta tropicale (+2,4% in volume e +5,2% in valore) e frutta secca che segna un +8,1% in quantità e +19,3% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025.

Passando a esaminare i prodotti maggiormente esportati, tengono le posizioni acquisite le mele, le cui esportazioni salgono del 1,23% in volume e del 4,76% in valore; molto bene i kiwi con un export nel primo trimestre di oltre 100.000 tonnellate (114.095 per la precisione) registrando un +17,42%; segno positivo confermato anche in valore che sale quasi di ¼, +24,37% rispetto al primo trimestre 2025.

Male, purtroppo, le esportazioni di arance (-14,76% in volume e -10,71% in valore) e di mandarini e clementine (-22,76% in quantità e -10,77% in valore), tengono invece le esportazioni dei limoni, pianta notoriamente più resistente alle intemperie, che segnano un +3,1% in volume e +16,97% in valore.

Continua la discesa libera delle pere, le cui esportazioni scendono di oltre 30 punti percentuali, un prodotto che continua ad essere tra i più soggetti agli effetti dei cambiamenti climatici e agli attacchi di fitopatie e insetti.

Tra i prodotti più importati registriamo in questo trimestre un rilancio dell’import di ananas con tassi di crescita superiori al 10% e la conferma dell’avocado come prodotto di punta del comparto, il primo trimestre 2026 ribadisce il trend di crescita (+14,21% in volume e +16,38% in valore). P

Per il Presidente di Fruitimprese Marco Salvi, dalla disamina dei dati dei primi 3 mesi del 2026 emerge la fotografia di un settore che continua a crescere, ma con chiari segnali di rallentamento dovuti, principalmente, alla crisi in Medio Oriente e alla chiusura dello Stretto di Hormuz che hanno condizionato pesantemente le ultime settimane della campagna di esportazione delle mele e dei kiwi. Le esportazioni verso i paesi arabi sono crollate, non solo per i nostri prodotti, ma anche per quelli egiziani, turchi e sudafricani, che in queste settimane stanno invadendo il mercato europeo, Germania in testa. Chi esporta oltremare sta preparando le strategie per la prossima campagna e sta vagliando le possibili alternative, che si chiamano Brasile per le mele e Stati Uniti per i kiwi, approfittando dell’abbattimento dei dazi dovuto, rispettivamente, all’Accordo Mercosur e alla, temporanea, politica favorevole di Trump. In questo quadro c’è da sottolineare l’ottimo risultato della missione del Ministro Lollobrigida in Sudafrica, a cui ha partecipato attivamente anche Fruitimprese e che ha ottenuto il via libera per l’esportazione di uva da tavola verso questo importante Paese.

Tuttavia, in tutti gli operatori c’è purtroppo la consapevolezza che non sarà una campagna semplice, anche se la guerra agli Ayatollah terminasse a breve, gli effetti sugli scambi internazionali si faranno sentire per mesi e bisogna farsi trovare pronti. A peggiorare il clima di incertezza, prosegue Salvi, collaborano anche le politiche europee. Dal prossimo 12 agosto, infatti, e tranne auspicabili rinvii chiesti a gran voce da tutte le componenti produttive e industriali, entreranno in vigore i primi obblighi legati al PPWR. Tutti gli imballaggi immessi in commercio nell’Unione Europea dovranno essere certificati per l’assenza di PFAS e alcuni metalli pesanti; un problema molto rilevante per l’industria europea del settore che non ha riferimenti su come effettuare le analisi, ma soprattutto per chi importa prodotti imballati che dovrà ricevere la certificazione dai propri fornitori extra europei.

Ancora una volta a Bruxelles si impongono le regole ignorando gli stakeholders e poi si è costretti a fare marcia indietro, come nel caso della normativa sulla sostenibilità o quella contro la deforestazione. Il PPWR rischia di diventare il paradigma di queste politiche scellerate, con tanti decreti da emanare e argomenti centrali per cui viene lasciata agli Stati Membri la libertà di legiferare, creando disparità di trattamento e incertezza per chi opera sui mercati internazionali.

Per quanto riguarda il mercato interno, i consumi dei primi 3 mesi del 2026 sono in linea con quelli dello scorso anno, interrompendo il trend di crescita del 2025; si tratta di un primo segnale di crisi, sicuramente dipendente dall’aumento dei prezzi dovuto al costo del carburante che incide in modo preponderante sui bilanci delle aziende.

Come di consueto, conclude Marco Salvi, quando vi è un aumento dei prezzi, i media hanno ingiustamente messo sul banco degli imputati il settore ortofrutticolo, già alle prese con i gravi fatti di cronaca legati allo sfruttamento dei lavoratori ad opera della criminalità. In merito a questo ultimo argomento da tempo come Fruitimprese chiediamo di isolare chi opera scorrettamente e di applicare la legge, lasciando lavorare gli organi preposti. Sono invece certamente da evitare fughe in avanti o pretese ingiustificate da parte di operatori a valle della filiera che, invece di volersi sostituire allo Stato e inventare nuove certificazioni o adempimenti burocratici, dovrebbero abbandonare la logica del prezzo più basso e instaurare dei solidi rapporti di fiducia con i fornitori.

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