Economia

Il mondo dell'olio di oliva italiano zoppica: fanalino di coda per magini e guadagni

Il mondo dell'olio di oliva italiano zoppica: fanalino di coda per magini e guadagni

Il quadro del settore oleario nazionale resta molto incerto, con più ombre che luci. Volatilità delle quotazioni, produzione in calo e disavanzo commerciale segnano il quadro 2025-2026. L’export cresce, ma i margini restano sotto pressione

20 febbraio 2026 | 11:00 | T N

Il settore italiano dell’olio d’oliva si muove in un contesto globale in forte trasformazione, tra rimbalzi produttivi, tensioni sui prezzi e un equilibrio strutturalmente fragile tra domanda interna e offerta nazionale. È quanto emerge dall’ultimo aggiornamento dell’Area Studi Mediobanca sull’industria olearia italiana, che analizza lo scenario internazionale e le performance economico-finanziarie dei principali operatori del comparto.

Produzione mondiale ai massimi, Italia in controtendenza

Dopo due annate di flessione, la campagna 2024-2025 segna un’inversione di rotta per la produzione mondiale di olio d’oliva, che raggiunge il massimo storico di 3,6 milioni di tonnellate (+38% sul 2023-2024). Crescono tutti i principali player: la Spagna consolida la leadership con il 36,1% del totale (+51%), seguita da Turchia (+109,3%), Tunisia (+54,5%) e Grecia (+42,9%).

In controtendenza l’Italia, che registra un calo del 31,8% e vede dimezzare il proprio peso sulla produzione globale, dal 12,7% al 6,3%. Una dinamica che continua a incidere sui prezzi dell’extravergine nazionale, stabilmente superiori rispetto ai principali competitor.

A dicembre 2025 il prezzo dell’EVO italiano (Bari) si attesta a 7,58 euro al chilo, pari a 1,5 volte quello greco (5,05 euro/kg), 1,7 volte quello spagnolo (4,54 euro/kg) e oltre il doppio di quello tunisino (3,68 euro/kg). Dopo i picchi superiori ai 9 euro/kg, il calo registrato a novembre 2025 non colma comunque il divario competitivo.

Consumi in ripresa, ma l’Italia importa più di quanto esporta

Sul fronte della domanda, il 2024-2025 segna una ripresa dei consumi mondiali (+15,3%), oltre i 3,2 milioni di tonnellate. Crescono Spagna (+14,3%) e Stati Uniti (+8%), mentre l’Italia registra un calo del 4%, pur restando terzo mercato mondiale con una quota del 12,3%.

L’Italia mantiene un ruolo centrale nel commercio internazionale: nel 2024 è seconda per esportazioni (2,8 miliardi di euro, dietro alla Spagna con 5,1 miliardi) e seconda per importazioni (2,9 miliardi, dopo gli Stati Uniti). Tuttavia, la bilancia commerciale resta strutturalmente negativa.

Dopo i forti disavanzi del biennio 2022-2023 (-331 e -278 milioni di euro), nel 2024 il deficit si riduce a -19 milioni. Il problema resta strutturale: a fronte di consumi interni pari a circa 470mila tonnellate, la produzione attesa per il 2025-2026 si ferma a 300mila tonnellate (+21% sull’annata precedente). Le importazioni (570,9mila tonnellate) superano ampiamente le esportazioni (371mila tonnellate).

Metà dell’export italiano è diretto verso tre mercati: Stati Uniti (32,2%), Germania (14%) e Francia (6,8%). Le importazioni provengono principalmente da Spagna (56,8%), Grecia (17,5%) e Tunisia (14%).

Meno oliveti, leadership pugliese e peso limitato delle Dop

Negli ultimi dieci anni la superficie agricola utilizzata per la coltivazione di olivi si è ridotta del 7,1%. La Calabria detiene il 30,4% della SAU olivicola regionale, seguita dalla Puglia (27,3%), che resta la prima regione italiana per produzione con il 45,1% del totale nazionale. Seguono Sicilia (10,7%) e Calabria (10,3%).

La Puglia guida anche per produzione unitaria per frantoio (155,6 tonnellate), ben oltre la media nazionale di 59,9 tonnellate. La resa delle olive è massima in Calabria (19%), davanti a Liguria (17,9%), Abruzzo (16,7%) e Puglia (16,1%).

Il segmento delle 42 Dop e 8 Igp rappresenta il 32,3% dei prodotti UE del comparto oli e grassi, ma incide solo per il 2% sul valore della produzione nazionale, con una forte concentrazione in Puglia, Sicilia e Toscana (86,6% del valore). Il differenziale di prezzo tra EVO convenzionale (8,5 €/litro all’origine) e biologico (9 €/litro) si amplia allo scaffale: 9,6 €/litro per il convenzionale contro 12,3 €/litro per il bio.

Gdo in calo a valore, boom dei volumi

Circa il 70% dei consumi italiani passa attraverso la grande distribuzione. Nei dodici mesi chiusi al terzo trimestre 2025, le vendite nella Gdo calano del 7,1% a valore, ma crescono del 12,6% a volume.

Determinante la forte elasticità della domanda: i volumi di EVO (90% del totale) aumentano del 16,3% a fronte di una riduzione del prezzo del 18,1%. In flessione l’EVO a marchio del distributore (-17,4% a valore, -6,3% a volume), anche per effetto di un’intensa attività promozionale che porta l’indice di promozione al 59,8%.

Industria: export dinamico, ma margini compressi

Nel periodo 2015-2024 le vendite dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva crescono a un tasso medio annuo del 7%, superiore al resto dell’alimentare (+4,4%) e alla manifattura (+3,9%). L’export avanza del 9% medio annuo e rappresenta il 35,4% del fatturato (+5,4 punti percentuali rispetto al 2015).

Nonostante la dinamica commerciale positiva, la redditività resta contenuta. L’ebit margin medio 2015-2024 si attesta al 2,6%, il più basso tra i comparti alimentari, contro il 4,8% medio dell’alimentare e il 5,6% della manifattura. Meglio il ROI, al 6,6%, superiore a caseario e conserviero ma distante da bevande e dolciario.

L’olio d’oliva è però il comparto che ha investito di più nel decennio: +10,1% il CAGR degli investimenti materiali (contro +7% dell’alimentare e +5,2% della manifattura). Tuttavia, il rapporto investimenti/fatturato resta modesto (1,1% medio), ben al di sotto del resto dell’industria.

In lieve crescita anche l’occupazione (+0,9% medio annuo), con una remunerazione media per dipendente nel 2024 pari a 66mila euro, superiore a conserviero, dolciario e caseario, ma inferiore al settore delle bevande.

Il quadro che emerge è quello di un comparto dinamico sui mercati esteri e capace di investire, ma strutturalmente esposto alla volatilità produttiva, alla pressione competitiva internazionale e a margini ancora troppo compressi per garantire una crescita sostenibile nel lungo periodo.

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