Economia

Le opportunità per il food&beverage italiano con l’accordo di libero scambio tra Ue e India

Le opportunità per il food&beverage italiano con l’accordo di libero scambio tra Ue e India

L'accordo con l’India permetterà di ridurre significativamente le barriere tariffarie e non tariffarie, riducendo dazi, spesso proibitivi, per le esportazioni dell'agroalimentare europeo. Oggi è possibile invertire il deficit della bilancia commerciale agroalimentare

30 gennaio 2026 | 09:00 | C. S.

Ci sono voluti i dazi di Trump per arrivare a siglare due accordi commerciali i cui negoziati erano partiti venti anni fa, vale a dire quello tra Ue e Mercosur – momentaneamente “congelato” – e quello con l’India. Si tratta di due tappe necessarie a quella diversificazione dei mercati divenuta ormai fondamentale per le nostre imprese in un mondo sempre più propenso ad erigere barriere, sia a livello politico che commerciale.

Nello specifico, l'accordo con l’India permetterà di ridurre significativamente le barriere tariffarie e non tariffarie, riducendo dazi, spesso proibitivi, per le esportazioni dell'agroalimentare europeo. Come nel caso dei vini (i cui dazi attuali passeranno dal 150% al 75% all'entrata in vigore dell'accordo, per scendere progressivamente fino al 20%), o come quelli sull’olio d'oliva, che dall'attuale 45% arriveranno a scomparire in cinque anni.

Dalla liberalizzazione saranno esclusi i prodotti agricoli più sensibili per i paesi coinvolti: nel caso dell’Unione Europea rimarranno in vigore gli attuali dazi su una serie di prodotti, tra cui carne bovina, zucchero, riso, carne di pollo, latte in polvere, grano tenero.

Guardando l’accordo dal lato delle imprese italiane, è evidente come le opportunità di crescita siano potenzialmente elevate, per quanto vadano inserite in uno scenario temporale di lungo periodo. Per quanto si tratti della nazione più popolosa al mondo insieme alla Cina, la ricchezza è concentrata in un numero ridotto di persone (si stima che l’1% della popolazione indiana più ricca concentri il 40% della ricchezza nazionale), ma esiste una fascia sociale di famiglie composte da professionisti e imprenditori il cui reddito annuo supera i 40.000 euro e che assomma oltre 60 milioni di persone. Si tratta di una “classe benestante”, in crescita da diversi anni e che rappresenta il target ideale di consumatori per il food&beverage Made in Italy, tanto che le stesse stime indicano come nel giro di pochi anni tale aggregato dovrebbe raddoppiare in termini di numerosità.

Ad oggi, l’interscambio commerciale di prodotti agroalimentari tra Italia e India vede una bilancia nettamente a favore dell’India - con un saldo di oltre 450 milioni di euro - da cui importiamo principalmente caffè, tè, spezie, pesce e molluschi congelati, riso.

Al contrario, il nostro export agroalimentare (appena 142 milioni di euro nel 2024, ma in crescita di oltre il 7% nel cumulato gennaio-novembre 2025) si compone principalmente di cioccolata, caffè, frutta e piante (congiuntamente fanno il 63% delle nostre esportazioni agroalimentari in India) mentre appare ancora residuale - proprio alla luce dei pesanti dazi alla frontiera - l’export di olio d’oliva e vino (che rappresenta il 5% del totale). Se aggiungiamo anche pasta, formaggi e derivati del pomodoro non arriviamo al 20%, a dimostrazione di come vi siano ampi spazi di crescita per il food &beverage Made in Italy.

“Spazi di crescita concreti, che però occorre saper conquistare e soprattutto coltivare alla luce del fatto che, soprattutto per vino ed olio d’oliva, si tratta di prodotti i cui consumi si stanno muovendo parallelamente alla crescita economica e reddituale della popolazione locale e, quindi, ai cambiamenti negli stili di vita: basti infatti pensare che attualmente i consumi di vino non vanno oltre i 250 mila ettolitri (in Italia ne consumiamo 90 volte tanto) e le importazioni coprono meno di un terzo di tale quantitativo” - sottolinea Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare di Nomisma.

Oggi, infatti, le importazioni agroalimentari nel mercato indiano (pari ad oltre 33 miliardi di euro) sono principalmente soddisfatte da grandi produttori di commodity agricole come Brasile, Argentina, Indonesia, Russia, Malesia e Stati Uniti, che da soli coprono la metà degli acquisti da parte dell’India e che riguardano principalmente olii vegetali (di palma, di soia e di girasole), frutta e legumi, che complessivamente assommano il 75% del valore delle importazioni agroalimentari indiane. L’india infatti possiede la più ampia superficie agricola al mondo per terre arabili, in grado di soddisfare il fabbisogno della propria popolazione in termini di cereali (riso), latte e zucchero, ma è ancora deficitaria sul fronte dei grassi e delle proteine vegetali. Di conseguenza le importazioni sono ancora volte principalmente ad acquistare derrate agricole più che prodotti del food&beverage, per quanto – come segnalato precedentemente – stiano progressivamente crescendo alla luce dello sviluppo economico e del benessere che, anno dopo anno, interessa fasce sempre più ampie della popolazione nazionale.

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