Economia
L'agroalimentare italiano alla prova dei dazi USA: ecco cosa accadrà
Sulla base dell'accordo Usa/UE del luglio 2025 il settore agroalimentare, gravato da un dazio addizionale medio ponderato del 12,9%, risulta meno colpito rispetto a quello di altri Paesi, ma relativamente più penalizzato rispetto a comparti industriali sensibili
05 dicembre 2025 | 13:30 | T N
Un settore trainante per l'economia italiana, resiliente ai numerosi shock esogeni che si sono susseguiti nel decennio e protagonista in Europa con diversi primati. È il quadro dell'agroalimentare italiano tracciato da ISMEA nel suo Rapporto annuale, presentato a Roma alla presenza del Ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida.
La solidità dei fondamentali, sia del settore agricolo sia dell'industria di trasformazione, conferma l'agroalimentare come uno dei pilastri del sistema economico nazionale, con un peso sul PIL nazionale che arriva al 15% se consideriamo l'intera filiera, dal campo alla tavola.
La sfida per l'agroalimentare nazionale: dazi e commercio mondiale in affanno
Accanto ai tanti risultati positivi, il rapporto evidenzia elementi di complessità, tutti esogeni al settore, legati a uno scenario geopolitico globale segnato da incertezze e conflitti, in una fase di transizione delle relazioni economiche internazionali e di ritorno al protezionismo commerciale.
I nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti nel 2025 rappresentano una questione particolarmente delicata che trova un approfondimento all'interno del Rapporto. La valutazione dei loro effetti non può prescindere dalla specificità dei singoli comparti, dal grado di sostituibilità dei prodotti italiani sul mercato nordamericano e dalle dinamiche del tasso di cambio, che influisce sugli scambi in misura analoga alle tariffe. Più in generale, sulla base dell'accordo Usa/UE del luglio 2025 il settore agroalimentare - gravato da un dazio addizionale medio ponderato del 12,9% - risulta meno colpito rispetto a quello di altri Paesi, ma relativamente più penalizzato rispetto a comparti industriali sensibili, per i quali l'UE ha spuntato trattamenti più favorevoli. La situazione rimane comunque in evoluzione, essendo tuttora fortemente influenzata dalle aspettative degli operatori. Una valutazione più accurata dell'impatto dei dazi potrà essere formulata solo a partire dalla metà del 2026.
La simulazione di Ismea sullo scenario agroalimentare dopo i dazi di Trump
L’intesa sui dazi Usa-UE, entrata in vigore il 7 agosto 2025, prevede l’applicazione, per la generalità dei prodotti originari dell’UE, di un dazio complessivo non superiore al 15%. Allo scopo di offrire una previsione di massima degli effetti di tale intesa, in questo paragrafo vengono illustrati i principali risultati di una prima simulazione dell’impatto dei dazi statunitensi applicati da agosto 2025, realizzata utilizzando un modello di equilibrio economico generale.
La situazione delle politiche tariffarie Usa è in continua evoluzione, con sospensioni temporanee, deroghe e accordi successivi con i diversi partner, che rendono difficile qualunque previsione. Questa è una
cautela importante da tener presente nella lettura dei risultati che seguono.

Guardando al settore agroalimentare, l’UE risulta relativamente meno colpita rispetto ad altri Paesi e aree, con un dazio addizionale, rispetto a quello in vigore fino al 2 aprile 2025, pari al 12,9%: si tratta di un livello maggiore solo a quello applicato a Gran Bretagna (10%), Singapore (5,6%) e Canada (10%), ma va ricordato che il 10% del Canada è un aumento significativo rispetto ai dazi prossimi allo zero previsti dell’accordo Nafta.
Considerando i dazi applicati per settore economico, l’intesa Usa-UE risulta relativamente penalizzante per il comparto agroalimentare, soprattutto se confrontata con l’esenzione totale da ogni aumento tariffario concessa ai prodotti farmaceutici e con il trattamento relativamente favorevole riservato a comparti industriali sensibili.
Guardando all’impatto sul commercio dell’UE, le simulazioni indicano un aumento delle esportazioni totali verso gli Usa per tutti i Paesi considerati, trainato dalla preferenza commerciale di fatto accordata ai settori favoriti dall’accordo, quali farmaceutico, automotive, meccanico e tessile. Su tali importazioni gli Usa applicano dazi sensibilmente inferiori rispetto a quelli imposti ad altre provenienze.
Questo aumento dell’export totale si registra contestualmente a una contrazione nei settori agroalimentare e legno-carta-editoria, più che compensata da aumenti significativi nel tessile, elettronica, farmaceutica e automotive.
Riguardo alle importazioni, si osserva un aumento complessivo in tutti i Paesi UE considerati. Tale effetto è riconducibile all’eccesso di offerta sul mercato internazionale dovuto alla riduzione delle importazioni da parte degli Usa che tende a ridurre i prezzi internazionali dei prodotti, incentivando maggiori volumi importati e incrementandone il valore a prezzi costanti.
I Paesi e le aree più colpiti dall’introduzione dei dazi Usa in termini di variazioni del Pil (a prezzi costanti dell’anno base 2023) risultano Canada, America latina, Cina e India, ma tra le grandi economie sono
gli stessi Stati Uniti a registrare la contrazione più rilevante (-0,42%). Si tratta di un esito coerente con la teoria economica, secondo cui il protezionismo genera effetti negativi anche e soprattutto per il paese che lo adotta. Infatti, il maggior gettito fiscale e i benefici per i produttori protetti dai dazi risultano per definizione inferiori alla perdita subita dai consumatori, che si trovano a pagare i prodotti importati a prezzi più alti. Nei cosiddetti Paesi “grandi”, tuttavia, tale perdita può essere attenuata (o in alcuni casi compensata) dai miglioramenti nelle ragioni di scambio associati alla riduzione dei prezzi mondiali, derivanti dalla minore domanda di importazioni del paese che impone il dazio.
Il Pil mondiale registra una contrazione, seppure contenuta (-0,13%), e anche questo è un effetto coerente con quanto atteso in presenza di misure protezioni stiche. Si può tuttavia notare che, nella simulazione di cui si riportano i risultati, tale effetto risulta limitato rispetto a stime più elevate e allarmistiche circolate nei mesi precedenti.
Gli effetti sui Paesi che registrano un aumento del Pil risultano complessivamente poco significativi, in quanto limitati alla seconda cifra decimale. È tuttavia interessante notare che i Paesi UE considerati si collocano in area positiva, inclusa l’Italia.
Tali incrementi del Pil a prezzi costanti si possono attribuire all’aumento dei consumi interni, stimolati dalla riduzione dei prezzi, sia internazionali che nazionali, indotta dal protezionismo Usa, nei casi in cui
tale aumento più che compensa il peggioramento del saldo commerciale. In altre parole, i Paesi dell’UE guadagnano – “a spese” soprattutto (ma non solo) degli Usa – perché importano e consumano di più a prezzi resi più bassi dalla minore domanda degli Usa sui mercati mondiali.
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