Economia

Forti incertezze nel mercato dell'olio di oliva

Forti incertezze nel mercato dell'olio di oliva

Diversi operatori europei stanno valutando di rafforzare la propria presenza negli Stati Uniti, attraverso investimenti diretti in nuovi impianti di imbottigliamento o verso collaborazioni strategiche con strutture già esistenti

08 luglio 2025 | 16:00 | C. S.

Il secondo trimestre del 2025 si è chiuso in un quadro ancora incerto per il mercato mondiale dell’olio d’oliva. Secondo quanto emerge dall’Osservatorio sul mercato oleario internazionale di Certified Origins, tra aprile e giugno si sono confermate pressioni su più fronti: instabilità dei flussi commerciali, contrazione dei prezzi medi, effetti valutari penalizzanti per l’export (in particolare europeo) e strategie difensive da parte dei principali Paesi produttori.

A livello europeo, il trimestre ha registrato una crescita complessiva della produzione del +40% rispetto all’annata precedente, trainata soprattutto da Spagna, Grecia e Portogallo. La Spagna si conferma primo produttore mondiale con circa 1,4 milioni di tonnellate (40% del totale globale), seguita da Grecia (250.000 t), Italia (247.000 t) e Portogallo (177.000 t) secondo stime ancora in fase di consolidamento.

Nel contesto di una ripresa parziale dell’offerta, l’Italia ha confermato le stime già diffuse nel primo trimestre, con una produzione in calo del 25% su base annua. Il dato riflette soprattutto le condizioni climatiche sfavorevoli e le difficoltà strutturali che continuano a colpire le principali aree olivicole del Sud, da sempre fulcro produttivo a livello nazionale. Nonostante questa contrazione, il Paese mantiene un ruolo centrale nella filiera internazionale per capacità industriale, trasformazione e qualità del prodotto.

A livello commerciale, si è registrata una riduzione dei prezzi medi dell’extravergine esportato dall’Unione Europea. In vista della revisione dei dazi sull’agroalimentare europeo, inizialmente prevista per il 9 luglio e poi rinviata al 1° agosto, si è registrato un incremento dei volumi diretti verso il mercato statunitense, come effetto di strategie di anticipo lungo la filiera. Al momento, la maggior parte dei prodotti resta soggetta a un’imposta del 10%, ma la finestra per eventuali accordi bilaterali resta aperta fino a fine luglio.

Nei primi sei mesi dell’anno, gli Stati Uniti hanno importato oltre 180.000 tonnellate di olio d’oliva, in crescita rispetto allo stesso periodo del 2024. Una parte consistente di questi flussi è legata a una strategia anticipata da parte dei fornitori europei, per mitigare l’effetto dei potenziali rialzi tariffari. 

Parallelamente, diversi operatori europei stanno valutando modalità differenziate per rafforzare la propria presenza negli Stati Uniti. Alcuni stanno considerando investimenti diretti in nuovi impianti di imbottigliamento, altri si orientano verso collaborazioni strategiche con strutture già esistenti per attività di stoccaggio o confezionamento. L’obiettivo comune è mantenere l’accesso al mercato nordamericano, in un contesto logistico e normativo in continua evoluzione

Il cambio euro/dollaro sfavorevole, insieme all’inflazione interna americana, sta però aumentando la pressione sul potere d’acquisto dei consumatori e sul posizionamento dei prezzi a scaffale.

In questo scenario, l’interesse verso mercati alternativi si è rafforzato anche tra gli operatori europei, in particolare verso l’Asia e il Sud America, dove il Brasile ha proposto l’eliminazione dei dazi all’importazione di olio d’oliva e altri prodotti alimentari. Una misura che, se confermata, potrebbe offrire nuove opportunità commerciali all’export europeo, soprattutto in un momento di forte esposizione al mercato nordamericano.

“Il secondo trimestre ha mostrato una filiera ancora sotto pressione, ma anche reattiva e capace di adattarsi – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins –. L’Italia, con il suo sistema agricolo e industriale, sta affrontando un’annata complessa, ma resta un punto di riferimento nella catena del valore globale. L’evoluzione delle relazioni con gli Stati Uniti sarà decisiva, ma sarà altrettanto importante cogliere i segnali di apertura nei mercati emergenti”.

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