Cultura

Il Partito democratico scopre le carte sugli Ogm

Finalmente una posizione più aperta, seppure con qualche ma. Alfonso Pascale commenta il documento elaborato in occasione del Forum su agricoltura, alimentare e pesca del Pd. Il documento opta in modo esplicito per il rilancio della ricerca pubblica

12 giugno 2010 | Alfonso Pascale



Il Forum Agricoltura Alimentare e Pesca del PD ha diffuso un documento sugli OGM che non contiene le solite chiusure dettate da pregiudizi ideologici ma una serie di argomenti e proposte che permettono il confronto con posizioni diverse.

Nel testo si dice con chiarezza che bisogna uscire dalla situazione di stallo in cui l’Italia si trova, attuando finalmente le disposizioni comunitarie, a partire dal varo delle linee guida per la coesistenza tra colture transgeniche e colture convenzionali nel rispetto delle competenze regionali e delle funzioni di coordinamento della Conferenza Stato-Regioni. Si sollecitano, inoltre, norme rigorose sull’etichettatura degli alimenti, che garantiscano la trasparenza dei processi produttivi e l’informazione dei consumatori sui metodi di produzione adottati. E si afferma senza mezzi termini che le scelte pubbliche dovranno compiersi promuovendo la più ampia consultazione dei cittadini e garantendo la più diffusa circolazione delle informazioni scientifiche e delle opinioni dei competenti per favorire il formarsi di orientamenti consapevoli.

Il documento opta, infine, in modo esplicito per il rilancio della ricerca pubblica in materia di biotecnologie, compresa l’ingegneria genetica, lasciando alla comunità scientifica il compito di definire le modalità applicative nel quadro di protocolli concordati con le pubbliche amministrazioni.

E’, dunque, evidente che siamo in presenza di una posizione del tutto diversa da quelle che ancora si attardano a demonizzare gli OGM, attribuendo ad essi ogni sorta di nocumento per la salute e per l’ambiente. Si tratta di un punto di vista, quello del PD, che guarda con preoccupazione alle grandi trasformazioni che stanno avvenendo su scala planetaria, alle crisi alimentare, energetica e climatica e prende atto con realismo della mancanza di analisi e proposte adeguate per farvi fronte. Un vuoto di pensiero e di progettualità in cui occorre tentare di agire con grande senso di responsabilità e facendoci tutti carico dell’interesse generale.

Nel documento traspare, tuttavia, l’adesione ad una tesi che rischia di annullare questo sforzo di apertura e di assunzione di responsabilità, laddove si delinea una sorta di incompatibilità tra la giusta scelta strategica di puntare sulla tipicità delle nostre produzioni per conquistare i mercati internazionali e la diffusione delle colture transgeniche. Si tratta di un’opinione non fondata su basi scientifiche ma costruita ad arte in questi ultimi anni, peraltro con un dispendio notevole di risorse pubbliche, per corroborare le campagne di promozione del “Made in Italy”. Ma è un argomento che contrasta radicalmente con la storia reale di numerose attività di ricerca e sperimentazione che hanno visto protagonisti negli ultimi decenni ricercatori italiani di rilevanza internazionale e impegnati in strutture pubbliche.

I programmi di ricerca che questi scienziati avevano proficuamente avviato e poi bruscamente interrotto per via del prevalere dell’opzione anti-OGM riguardavano, infatti, contestualmente lo sviluppo delle produzioni biologiche e a basso impatto ambientale e la salvaguardia dei prodotti tipici mediante l’utilizzo di colture transgeniche. Un’ampia parte della comunità scientifica ha, in sostanza, ritenuto e ritiene del tutto compatibile l’utilizzo dell’ingegneria genetica con le pratiche volte a ridurre l’uso delle sostanze chimiche negli alimenti e a preservare la tipicità dei prodotti.

La tesi contraria, introdotta nella comunicazione pubblicitaria da una parte per alimentare il timore verso gli OGM e dall’altra per presentare i prodotti biologici e tipici come una rassicurante alternativa, è destinata a sfaldarsi man mano che l’opinione pubblica acquisirà con maggiore facilità i diversi pareri scientifici e la ricerca pubblica riprenderà i programmi volti a salvaguardare le specie vegetali tipiche in via di estinzione, facendo leva proprio sull’ingegneria genetica.

Un grande partito politico come il PD non dovrebbe, dunque, far propria un’opinione utilizzata legittimamente nelle campagne di marketing dagli operatori economici, che approfittano del basso livello di informazione scientifica dei consumatori. Dovrebbe, invece, più utilmente sentirsi impegnato nel promuovere un dibattito pubblico per accrescere la capacità dei cittadini di scegliere in modo consapevole come alimentarsi. Una componente non secondaria della tutela del diritto individuale ad una vita buona e piacevole è, infatti, costituita proprio dalla qualità del rapporto tra l’individuo e il cibo; un rapporto innanzitutto culturale, che si nutre di saperi e di conoscenza.


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