Cultura

Un bicchiere di vino rosso, e scoccò l’amore

Un racconto di Monica Sommacampagna, con la storia di Cecilia, capelli corti e biondi, baldanza da ragazzo e modi burberi. La chiamavano “uoma”, da fanciulla. Il soprannome l'è rimasto appiccicato addosso, ma qualcosa è cambiato, a cominciare dal fiorire del suo corpo

19 dicembre 2009 | Monica Sommacampagna



Uoma(n)


Cecilia aveva venticinque anni ma i suoi occhi ne dimostravano sedici. Aveva i capelli corti biondi e la baldanza di un ragazzo. Era cresciuta come una spiga bizzosa in una famiglia che la voleva rosa bianca. La scuola per lei era un boccone amaro. Le fiabe che le leggeva la nonna, invece, profumavano di torta e regalavano alle parole l’ebbrezza del vento.

Il suo corpo sgraziato le aveva reso l’adolescenza salata. I compagni la chiamavano “uoma”, la sua immagine era così lontana dalle forme morbide, dagli occhi a cuore, dagli abiti leggiadri delle sue coetanee. I suoi modi erano burberi.

Cecilia aveva cresciuto suo padre dopo che la moglie l’aveva lasciato. Lei aveva undici anni, accettò il suo destino a casa come si riceve, grati, una carezza. Per alcuni il suo sorriso era di rassegnazione. Per altri di vittoria e scherno al mondo intero.

Da bambina, quando la mamma non c’era, Cecilia si raggomitolava tra le braccia di quercia della nonna come se fossero state lana calda. Poco prima di metterla a letto, la nonna beveva lentamente un bicchiere di vino rosso. Diceva che anche pochi sorsi bastavano per fare danzare i fantasmi del suo passato. Cecilia ascoltava di principi e fate, chiudeva gli occhi, poi immaginava la madre. E la mattina dopo scacciava quei sogni come mosche.

A 14 anni Cecilia iniziò a lavorare per il fornaio del paese, Gioacchino. Il soprannome di “uoma”, però, le rimase appiccicato, nonostante il fiorire del suo corpo. Silenziosa, espressione impertinente e con le mani spesso affondate nel grembiule, i ragazzi la guardavano come un enigma di cui si ha un po’ paura e di cui un po’ si vorrebbe scoprire qualcosa. Nel dubbio si tenevano lontani.

Cecilia imparò il mestiere dimostrando la costanza di un mulo. Gioacchino la osservava ma non diceva niente. Quell’uomo scorticato dalla morte della moglie aveva quasi il doppio dei suoi anni ed era gentile. Cecilia lo ricambiava impastando con solerzia. Non chiedeva nulla, lei. Aveva accettato il suo destino al panificio come fosse stato una nuova carezza. Anche se le rimaneva nel cuore l’abbraccio della nonna.

Un giorno Cecilia ricevette una lettera. Era scritta in inglese. Lei non conosceva una sola parola in quella lingua, quando la mostrò a Gioacchino – l’unico da cui si sentisse trattata con rispetto – quasi si vergognò della propria ignoranza. Lui aprì il foglio con la delicatezza con cui si toccano i petali di un fiore, quindi lesse con voce malferma: “Tua madre è morta. Qui dicono che ti ha lasciato una casa a Abingdon”. Cecilia lo guardò, le lacrime le affluirono in volto. Poi si passò bruscamente una mano sul viso, afferrò la lettera e uscì dal negozio.

Gioacchino non la vide per mesi. Il padre di lei era morto da qualche tempo, non ebbe più notizie di quella donna sola al mondo. Quando si rese conto di essere stato abbandonato, Gioacchino prima reagì con rabbia e poi con una rassegnazione che conosceva bene. Assunse un ragazzo per dargli una mano in panificio e decise di non pensarci più.

A distanza di un anno, si sparse la voce che “uoma” fosse tornata in paese. Aveva ventott’anni e si diceva che fosse molto cambiata. Gioacchino si chiuse in un muro di ostinazione e non volle sapere altro. Quando bussò alla sua porta quasi non riconobbe la donna dai capelli lunghi e biondi e dagli abiti eleganti.

Lui teneva in mano un bicchiere di vino rosso, gli cadde a terra rompendosi in mille frammenti. “Uoma” lo guardò e in lei lui riconobbe l’espressione irriverente che amava in Cecilia, ravvisò nelle sue forme morbide la dolcezza e la tenacia di quando impastava il pane. Non gli venne in mente di meglio che abbracciarla con rabbia. Una rabbia di passione che aveva il profumo di ciliegia, di terra e di mogano del vino che aveva appena bevuto. No, non le avrebbe facilmente perdonato di averlo lasciato solo. Non alla sua “uoma(n)”, che ormai disperava di considerare la sua donna. E le braccia di Cecilia diventarono per lui calde come lana.

Potrebbero interessarti

Cultura

La mostra di uova artistiche Quintov inaugurata a Perugia

L’esposizione presenta 15 uova artistiche che raccontano Perugia attraverso panorami, monumenti e scorci della città. La mostra sarà visitabile fino al 13 aprile con ingresso libero negli orari di apertura del museo

29 marzo 2026 | 16:00

Cultura

L’olivo nell’Italia romana e preromana: dal Neolitico, una presenza costante

Come si è sviluppata la produzione di olio d’oliva in Italia prima e durante l’epoca romana? Una ricerca dell’archeologo Emlyn Dodd analizza la presenza dell’olivo già dal Neolitico e l’uso che se ne faceva.

28 marzo 2026 | 11:00 | Giosetta Ciuffa

Cultura

Presepe, appassimento delle uve della Valpolicella e patrimonio alimentare alpino salvaguardati dall'Unesco

I dossier raccontano la vitalità delle comunità italiane e la loro capacità di custodire e trasmettere pratiche culturali uniche che raccontano il legame profondo tra comunità, paesaggio e il mondo della produzione

23 marzo 2026 | 12:00

Cultura

Il commercio di olive da tavola nel Mediterraneo orientale durante l'antichità

Il confronto con una raccolta di riferimento moderna estesa di 57 varietà coltivate e 15 popolazioni selvatiche di oliva di varie origini ha rivelato che un morfotipo principale domina il carico del naufragio Mazotos, integrato da altri tipi in quantità minori

13 marzo 2026 | 11:00

Cultura

Olio extravergine e musica classica: quando il gusto incontra l’armonia

Un gioco affascinante: associare una grande pagina della musica classica alle principali varietà di oliva, come se ogni olio avesse la propria colonna sonora. La personalità forte della Coratina richiama l’emozione del celebre coro Va, pensiero

12 marzo 2026 | 10:00

Cultura

Ecco cosa mangiavano gli italiani 2700 anni fa

Nei campioni di tartaro dei denti ritrovati sono state trovate tracce di cereali, legumi, fibre vegetali e spore di lieviti, elementi che indicano una dieta piuttosto varia e suggeriscono anche il consumo di alimenti fermentati come pane, vino e birra

06 marzo 2026 | 10:00