Cultura
GENIO, IDEE E INTRAPRENDENZA PER UN'AGRICOLTURA NUOVA
Le fattorie-laboratorio del barone Bettino Ricasoli alle radici dell’attuale successo dei vini toscani. Le intepretazioni emerse da uno studio di Giuliana Biagioli.
13 settembre 2003 | Luigi Caricato
Il barone Bettino Ricasoli non è da ricordare soltanto nelle vesti di primo ministro del Regno d'Italia. E' stato anche un imprenditore agricolo che ha lasciato un segno altrettanto incisivo, seppure poco conosciuto ai più, perché tenuto ingiustamente in ombra per lungo tempo.
In un libro di Giuliana Biagioli, edito dalla Olschki di Firenze nel 2002 (Il modello del proprietario imprenditore nella Toscana dell'Ottocento: Bettino Ricasoli. Il patrimonio, le fattorie; pp. 566, euro 50,61), se ne traccia invece un esauriente e approfondito ritratto.
“Il protagonista di questa storia – scrive la Biagioli – era un uomo di cattivo carattere. Severo fino a divenire dispotico, autoritario fino ai limiti e oltre della sopraffazione della volontà altrui”. Eppure, nonostante questa pessima considerazione di cui godeva presso i suoi contemporanei, l'impegno del "barone di ferro" nelle attività agricole è valso alla sua terra un successo di consensi che ancora oggi resiste immutato.
Un approccio nuovo
L'approccio di Ricasoli era d'altra parte tra i più efficaci per la sua perentorietà, dapprima attraverso le "Conferenze settimanali ai contadini", in seguito con le esortazioni a carattere tassativo espresse nel "Regolamento agrario". Il proposito da cui partiva era quello di "educare" la sua gente all'elevazione morale e al riscatto dall'ignoranza e dalla miseria, con modi sempre abili e morbidi, all'apparenza, ma finalizzati in ogni caso a conservare lo stato delle cose, seppure con cambiamenti talvolta radicali rispetto alle consuetudini del tempo.
L'ambìto titolo di "fattore", sogno e aspirazione dei molti contadini, rimase ancora fermo nelle sue intenzioni, ma venne tuttavia svuotato di peso e responsabilità. I suoi fattori, infatti, a seguito delle nuove direttive non ebbero più la possibilità di commercializzare liberamente i prodotti agricoli, tranne qualche piccola vendita al minuto da effettuarsi solo all'interno della fattoria. La facoltà di controllare la compravendita, stabilendone tempi e criteri, spettava al solo proprietario, che si preoccupava di seguire il movimento dei prezzi sulle varie piazze toscane, le richieste dall'estero e l'andamento generale dei raccolti.
Fattorie laboratorio
Esponente di spicco dell'aristocrazia fiorentina, Ricasoli dovette presto confrontarsi con i grossi debiti in cui era precipitata la sua famiglia, in seguito alla morte prematura del padre e alla inadeguata gestione dei beni da parte della madre. Le esigenze della vita lo spinsero a uscire dai consueti schemi della oziosa e improduttiva nobiltà del tempo e abbandonata la Firenze mondana dei salotti, studiò l'economia e l'agricoltura per meglio amministrare le fattorie di famiglia. Le sue tenute divennero così un vero e proprio laboratorio, affascinato peraltro com'era dall'idea di fare dell'agricoltura un settore trainante a tutti gli effetti. Ed ecco dunque l'esordio di un nuovo e rivoluzionario modello di proprietario terriero, agronomo e uomo d'affari insieme, interessato a far fruttare le terre allo stesso modo di quanto rendessero altri settori dell'economia, dall'industria alla finanza. L'obiettivo prioritario restava la riduzione dei costi di produzione, a seguire invece la crescita della produttività.
Un impegno sul fronte qualità
I redattori del celeberrimo "Giornale agrario" e gli accademici dei Georgofili sostennero intanto il gravoso impegno assunto dal Ricasoli e, senza alcuna esitazione, prevalse la posizione liberoscambista. Dinanzi alle eccedenze dei prodotti della terra e al calo dei prezzi sul mercato si rifiutarono infatti le forme di protezionismo doganale, per dare invece spazio a un impegno tutto orientato sul fronte della qualità.
Ricasoli divenne egli stesso il direttore delle aziende agricole e scelse di mantenere l'istituto della mezzadria, senza tuttavia far sopravvivere l'autonomia accordata in passato ai contadini. Quest'ultimi, a suo parere, erano certamente ignoranti, incapaci di seguire i giusti criteri della conduzione agricola.
I mezzadri, come pure i fattori, divennero fedeli esecutori di ordini, anche a costo di duri scontri con il proprietario.
Il vino come elemento di traino
Il primo grande segnale di cambiamento lo si ebbe con il vino. Dall'impegno del Ricasoli si fece largo una moderna e più rinomata enologia toscana, frutto peraltro dei tanti studi ed esperimenti da lui stesso condotti nelle vigne e nelle cantine di proprietà. I vini guadagnarono ben presto una gran fama e tra il 1862 e il 1865, nella speranza di conquistare il mercato straniero, il barone effettuò per prova delle spedizioni in Inghilterra, negli Stati Uniti e altrove, in ogni parte del mondo.
Le regole di viticoltura dettate dal Ricasoli ai suoi contadini e fattori, pur tra i contrasti e le difficoltà iniziali, si imposero comunque negli anni. La perseveranza nel puntare sulla esclusiva ricerca della qualità dei vini ha infatti permesso di coronare sin da allora l'area del chiantigiano in tutto il mondo. E il viaggio intrapreso dal barone in Francia, nell'intenzione di studiare attentamente il Paese più all'avanguardia per la vitivinicoltura e il commercio dei vini, si inserì peraltro in questo contesto di ricerca e di studio degli aspetti tecnici e motivazionali. Un lavoro, quello compiuto dal barone nel mettere a punto la formula vincente del vino del Chianti, ch'è frutto di tanto ingegno e di molti sacrifici spesi giorno via giorno nell'arco di almeno trent'anni. La fortuna della Toscana e del suo Chianti d'altra parte non è certo casuale, molto si deve al "barone di ferro", ma anche all'alta considerazione che nella seconda metà dell'Ottocento l'agricoltura godeva in Italia da parte delle Istituzioni.
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