Cultura
Il relitto di Ses Fontanelles: un carico di olio d'oliva, garum e storia al largo di Palma di Maiorca
Al largo di Palma di Maiorca, a soli 2,5 metri di profondità, giace un relitto tardo-romano del IV secolo d.C. scoperto nel 2019. Lungo 12 metri, trasportava circa 300 anfore. Un sigillo cristologico (chrismon) su alcuni tappi apre l’ipotesi di una destinazione rituale per l’olio pregiato
30 ottobre 2026 | 11:00 | Giosetta Ciuffa
Un relitto al largo di Palma di Maiorca. 300 anfore rimaste intatte fino al rinvenimento. Un confezionamento particolare riservato solo ai recipienti di olio. Sembra lo spot di un amaro (“l’antico vaso andava portato in salvo”...) eppure non è il frutto di una sceneggiatura ma il ritrovamento di una nave tardo-romana risalente al IV secolo d.C., scoperta per via di una mareggiata nel 2019 da un sub a soli 65 metri dalla costa e a 2,5 metri di profondità.
Lungo 12 metri e largo quasi 5, trasportava da Carthago Spartaria (l’attuale Cartagena) circa 300 anfore contenenti liquamen, una salsa fermentata di pesce simile al più noto garum e olio d’oliva; presenti inoltre anfore a fondo piatto per vino/aceto o un sottoprodotto dell’uva impiegato come conservante per le olive (defrutum o sapa ossia mosto d’uva bollito e concentrato: il defrutum generalmente ridotto a circa metà del volume iniziale, di più il sapa, simile a sciroppo concentrato). In tutto, 170 anfore di prodotto ittico, 109 di olio e 41 di vino. Essendo le anfore olearie più grandi e pesanti, contavano circa 4.438,5 litri - invece 3.332 il liquamen e 1.090,6 il vino - ed erano stivate al centro dello scafo, con gli spazi vuoti colmati da tralci di vite e fasci di canna comune.
Ma la particolarità di questa scoperta è il fatto che i tituli picti (iscrizioni ad inchiostro, una sorta di etichettatura) indicano non solo il contenuto dell’anfora ma riportavano anche una categorizzazione ante litteram: gli autori riconoscono per la prima volta l’attestazione di diverse qualificazioni di olio nella stessa tipologia anforica, la Ses Fontanelles I che è associata alla Dressel 23 cartaginese (nel senso di Cartagena). Infatti oltre alla sigla Liq. Fls, interpretata come liquaminis flos cioè il fiore, la parte più pregiata della salsa, le iscrizioni specificavano se si trattasse di oleum viride e oleum dulce. L’oleum viride era ottenuto da olive raccolte nel mese di dicembre prima della piena maturazione, per un gusto più erbaceo e fruttato, e sarebbe classificato oggi come olio extravergine d’oliva; si ipotizza che l’oleum dulce fosse un olio vergine pregiato, di sapore e odore delicati, estratto mediante semplice pressione e senza ricorrere all’aggiunta di acqua bollente, ma non è certo.
Bisognerebbe chiederlo ad Alunnio e Ausonio, forse mercatores, rappresentanti commerciali: i loro nomi ricorrono infatti nella formula Alunnii et Ausonii NN (“dei nostri Alunnio e Ausonio”), evidenziandone il coinvolgimento nell’organizzazione e/o commercializzazione non solo dell’olio ma anche della salsa di pesce, e potrebbero aver acquistato oli di qualità differenti. Ecco quindi la dicitura, che sembra non riferirsi ad olive per via dell’assenza di noccioli. Le Dressel 23, cui si rifanno le anfore rinvenute a Maiorca, in effetti però potevano contenere prodotti diversi, come visto con alcune provenienti dall’Esquilino a Roma, i cui tituli picti registravano olive intere, probabilmente in salamoia, e non solo.
Per ricollegarsi ad anfore ben più famose, le Dressel 20 di Monte Testaccio, durante l’Impero la maggior parte dell’olio betico di consumo quotidiano veniva trasportata con una titolatura molto dettagliata poiché alimento considerato strategico (un po’ il senso dell’odierno registro elettronico) ma senza menzionare l’olio d’oliva né la sua qualità. È quindi probabile che la Dressel 20 contenesse in genere olio ordinario per alimentazione ottenuto da olive ormai mature oppure cadute dall’albero e raccolte tra gennaio e marzo, mentre le qualità superiori erano destinate a contenitori più piccoli, come le Dressel 20 parvae purtroppo non rinvenute nel deposito annonario di Roma. L’editto dei prezzi massimi di Diocleziano del 301 d.C. conferma che gli oli ottenuti da olive verdi erano considerati una categoria di valore superiore rispetto agli oli comuni: 40 denari per sestario italico, pari a circa 0,547 litri; olio di seconda qualità, 24 denari per sestario; olio comune o ordinario, 12 denari per sestario; olio di rafano, 8 denari per sestario. Sia quel che sia, l’edificazione delle Mura Aureliane a Roma tra il 271 e il 275 d.C. pose fine al complesso di horrea costruito alle spalle della Porticus Aemilia e, di conseguenza, all’abbandono del Monte Testaccio come area di accumulo dei contenitori oleari. L’olio standard che aveva dato grande fama alla Baetica non ha lasciato traccia riguardo la classificazione.
È possibile che questo particolare olio avesse infine una destinazione religiosa. Sui tappi in malta di alcune anfore olearie compare infatti il sigillo con il monogramma cristologico chrismon, o chi-rho, associato ai nomi di due membri della gens Flavia. Il simbolo, diffusosi in tutto l’Impero dopo la visione “in hoc signo vinces” e la vittoria di Costantino a Ponte Milvio nel 312 d.C. e poteva esprimere sia l’identità cristiana dei commercianti sia un legame con l’autorità imperiale e l’aristocrazia oltre che poteva indicare il coinvolgimento, diretto o indiretto, di proprietà ecclesiastiche nella produzione e nella commercializzazione dell’olio, eventualmente destinato all’illuminazione dei luoghi di culto o alle pratiche rituali. A Ses Fontanelles quindi il viride sarebbe stato destinato al consumo alimentare, mentre il dulce, attestato anche in contesti orientali, potrebbe aver avuto un impiego rituale.
Intanto, una di queste anfore dal 15 ottobre e fino ad aprile è esposta nel Museo Nazionale di Archeologia Subacquea di Cartagena (Murcia), località da cui era partita 1.700 anni fa: il reperto esposto è un’anfora salsamentaria del tipo Almagro 51C, mentre gli altri numerosi reperti, come le olive, stanno a bagno: dopo secoli di immersione, sono attualmente custoditi nel castello di Sant Carles, a Palma, a desalinizzarsi in apposite vasche per circa un anno e mezzo.
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