Cultura
L'olivo, albero del Mediterraneo: le radici antiche di una civiltà
Dalle prime raccolte di drupe selvatiche nel Paleolitico alle rotte commerciali del Vicino Oriente, un nuovo studio ricostruisce la storia millenaria di Olea europaea incrociando archeologia, genetica, paleobotanica ed entomologia. E la mosca delle olive diventa una preziosa "traccia" per seguire la diffusione della coltivazione
19 ottobre 2026 | 14:00 | T N
C'è un albero che più di ogni altro ha segnato la storia, l'economia e l'immaginario dei popoli del Mediterraneo: l'olivo. La sua vicenda millenaria si intreccia con lo sviluppo sociale, culturale, religioso ed economico delle prime civiltà umane, a partire dal IV-III millennio a.C. Ancora oggi questa pianta conserva un valore che va ben oltre l'agricoltura, toccando la gastronomia, la medicina tradizionale, l'arte, la mitologia e il paesaggio.
A ricostruire in modo organico questa storia è ora un ampio lavoro di sintesi pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution da Luca Lombardo, Gianluca Godino e Samanta Zelasco, ricercatori del CREA - Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura di Rende. Lo studio integra fonti paleobotaniche, archeologiche, genetiche, entomologiche, iconografiche e testuali per delineare un quadro cronologicamente coerente dell'origine dell'olivo e della sua diffusione tra le civiltà costiere del Mediterraneo.
Il Vicino Oriente come culla della coltivazione
I dati palinologici, archeobotanici e genetici convergono nell'indicare il Levante come culla originaria della coltivazione dell'olivo, già nel V millennio a.C., con successivi centri di coltivazione su larga scala nell'Egeo, in particolare a Creta, tra l'inizio e la metà del IV millennio a.C. La genetica delle popolazioni e la filogeografia plastidiale confermano una prima domesticazione nel Levante settentrionale, all'interno di lignaggi selvatici che si erano diversificati nel tardo Quaternario in tre principali regioni rifugio: il Vicino Oriente, l'area egea e lo Stretto di Gibilterra.
Le ricostruzioni genomiche aggiungono un tassello importante: le olive coltivate derivano da una principale domesticazione orientale, ma si sono ripetutamente mescolate con popolazioni selvatiche geneticamente ricche, soprattutto nel Mediterraneo occidentale, generando il mosaico moderno delle cultivar. La differenziazione genetica della mosca delle olive (Bactrocera oleae) e del suo simbionte ereditato verticalmente, Candidatus Erwinia dacicola, segue anch'essa un andamento est-ovest che ricalca la storia di domesticazione e diffusione dell'olivo.
Dalle prime raccolte alla nascita dell'olivicoltura
Le prime forme di coltivazione risalirebbero al Neolitico tardo o al Calcolitico iniziale, tra VI e V millennio a.C., in una regione che si estende dalla Mesopotamia al Libano, alla Giordania e all'antica Palestina, con una possibile anticipazione a 10.000 anni fa nel nord dell'Iraq. Lo studio delle forme e delle dimensioni dei noccioli ben conservati nel sito sommerso di Hishuley Carmel, in Israele, ha rivelato la presenza di olive appartenenti sia a forme selvatiche sia a forme domesticate.
La nascita orientale dell'olivicoltura, insieme alla forte caratterizzazione del lignaggio egeo-orientale E1 evidenziata dai dati genetici, suggerisce l'introduzione di materiale vegetale levantino, e in una certa misura di pratiche olivicole, da parte di popolazioni di lingua semitica nell'Anatolia meridionale e nelle isole egee, dove le prime forme di coltivazione sono datate al V-IV millennio a.C. Non si può escludere, tuttavia, un ruolo della dispersione aviaria dei semi, che avrebbe creato popolazioni poi sfruttate e selezionate dall'uomo, né un inizio indipendente della coltivazione a Creta a partire da forme selvatiche autoctone o introdotte dagli uccelli.
Questa complessità spiegherebbe anche le diverse radici linguistiche usate per definire l'olivo nel greco miceneo e nelle antiche lingue semitiche, radici che si sarebbero poi diffuse nel resto del bacino attraverso una via egea e una "semitica".
La diffusione verso occidente e i casi italiani
Nel passaggio dal III al II millennio a.C. tracce di coltivazione precoce sono state identificate nella Grecia peninsulare e continentale. Quasi contemporaneamente, popolazioni camito-semitiche introdussero l'olivicoltura in direzione sud-occidentale fino all'Egitto, dove foglie di olivo componevano i collari floreali trovati nella camera funeraria di Tutankhamon. Sotto la spinta soprattutto dei Fenici, dal XIII secolo a.C., l'olivicoltura raggiunse le coste centrali e più occidentali del Nord Africa e la Spagna, con un'intensificazione solo dal IV secolo a.C. Fu probabilmente introdotta in territorio massaliota dai Focei dal VI secolo a.C.
Anche l'Italia meridionale potrebbe aver conosciuto forme indipendenti di sfruttamento dell'olivo. Dati palinologici dal Lago Alimini Piccolo in Puglia, analisi di carboni dal sito di Punta di Zambrone in Calabria e residui di olio in ceramiche rinvenute negli insediamenti di Castelluccio di Noto in Sicilia e Coppa Nevigata in Puglia suggeriscono una coltivazione di O. europaea, probabilmente varietà sylvestris, già nel limite inferiore dell'Età del Bronzo antico, ben prima del Bronzo medio e tardo. Noccioli morfometricamente attribuibili a forme domestiche sono stati trovati nei livelli appenninici e subappenninici del sito di Piazza Palmieri in Puglia e nell'insediamento di Fonte Tasca di Archi in Abruzzo.
Le prime testimonianze scritte
Una delle forze che portarono alla creazione di rappresentazioni scritte fu la necessità di registrare transazioni e vendite. Poiché olive e olio erano tra i beni più commercializzati, comparvero già nelle forme più ancestrali di scrittura. Il primo riferimento all'olivo si trova nella Palette Libica, o Palette Tehenu, datata al periodo Naqada III dell'Egitto, intorno al 3100 a.C., dove il quarto registro mostra otto alberi, forse olivi, a sinistra dei quali appare il geroglifico tehenw, probabilmente il nome di una regione corrispondente a parte dell'attuale Libia.
Il primo documento riguardante la produzione e la vendita di olio d'oliva è però rappresentato dalle tavolette cuneiformi in lingua eblaita trovate nella città-stato di Ebla, nell'attuale Siria settentrionale, risalenti alla metà del III millennio a.C. Il testo TM.03.G.1000 riporta il trasporto di un tributo di 1.081 giare d'olio, pari a circa 32.430 litri, da Ebla alla città di Mari durante il regno del re Nizi, confermando una olivicoltura estensiva nell'area nel XXIV secolo a.C.
Ideogrammi per "olivo" e "olio d'oliva" sono stati decifrati sia in Lineare A sia in Lineare B. Nelle tavolette di Cnosso, del XV-XIII secolo a.C., l'ideogramma 130 è spesso combinato con il simbolo di altre spezie, indicando la produzione di unguenti o profumi. A Cipro, cinque cilindri d'argilla scoperti vicino a grandi pithoi nel "Pithos Hall" del Tardo Bronzo recano iscrizioni in cipro-minoico forse relative alla gestione di una produzione su larga scala.
Le tecnologie di estrazione e gli usi dell'olio
Sebbene si ritenga che la produzione di olio sia diventata una pratica diffusa a partire dall'Età del Bronzo, reperti nel sito giordano di Pella portano a proporre una prima forma di estrazione già intorno al 5200 a.C. La datazione al radiocarbonio di migliaia di noccioli schiacciati con polpa, trovati negli scavi dell'insediamento preistorico di Kfar Samir, al largo della costa del Carmelo in Israele, colloca lo sviluppo di questo processo alla metà del VI millennio a.C.
Spostandosi verso occidente, strutture interpretate come un rudimentale sistema di pressatura e noccioli carbonizzati datati al V millennio a.C. sono stati scoperti in una grotta di Scaffa Piana in Corsica settentrionale. L'analisi gas-cromatografica di frammenti di nove grandi pithoi, capaci di contenere fino a 165 litri, trovati nel sito fortificato di Aphrodite's Kephali a Creta, ha rivelato un uso destinato a olio e vino, confermando l'alto livello di specializzazione raggiunto sull'isola nel IV millennio a.C. In Italia, grandi pithoi dal Bronzo medio alla prima Età del Ferro, capaci di contenere fino a mille litri, sono stati trovati in diversi siti di Sicilia, Calabria e Puglia.
Quanto agli usi, nelle prime fasi la produzione e il consumo di olio erano probabilmente circoscritti a livello familiare, ma già dal Bronzo medio l'olio divenne probabilmente un prodotto d'élite. In questa fase storica l'uso primario era verosimilmente la produzione su larga scala di balsami, profumi e unguenti per scopi cosmetici e rituali, come attestato in fonti eblaite, mesopotamiche, minoico-micenee e ittite. Questa domanda creò una rete articolata di contatti nel Mediterraneo: i Minoici esportavano olio verso Troia e gli Ittiti e lo importavano da Cipro, con giare a staffa cretesi trovate in Sardegna, Nubia, Siria e Cipro.
Le drupe come alimento e le rotte commerciali
Per quanto riguarda lo sfruttamento delle drupe selvatiche come cibo, le evidenze più antiche proverrebbero dai siti ateriani del Marocco, dove noccioli fossili rivelerebbero la presenza di raccoglitori preistorici. Con una notevole pausa temporale, le olive selvatiche sarebbero state consumate nel sito di Ohalo II in Israele, databile a circa 19.000-23.000 anni fa, e la raccolta a fini alimentari è stata proposta anche nel sito di Zawi Chemi Shanidar in Iraq e nel sito epipaleolitico e neolitico antico di Ifri Oudadane in Marocco.
Evidenze dell'aumento del consumo e del commercio di olive come alimento nel Mediterraneo orientale provengono da due tra i più famosi e antichi relitti della storia: quelli di Ulu Burun e di Capo Gelidonya, nell'attuale Turchia. Sul relitto dell'età del Bronzo di Ulu Burun, risalente al 1325-1300 a.C., è stata trovata una giara cananea contenente oltre 2.500 noccioli di oliva. Sul relitto mercantile naufragato a Capo Gelidonya intorno al 1200 a.C., noccioli sono stati trovati tra ciò che restava del pasto dell'equipaggio.
Sul versante opposto del Mediterraneo, le proto-olivicolture occidentali erano ancora lontane da questo livello di sviluppo, e le drupe erano tipicamente consumate in modo discontinuo e locale, come nel sito di Sa Osa in Sardegna, dove noccioli sono stati trovati in una fossa di stoccaggio nuragica insieme a resti animali e semi.
Una storia di integrazione culturale
L'insieme delle evidenze raccolte dagli autori supporta un modello in cui la nascita vicino-orientale dell'olivicoltura, seguita da una diffusione verso ovest mediata dalle rotte marittime, ha sostenuto la nascita di agrosistemi e pratiche culturali distintive del Mediterraneo. Le prime installazioni di pressatura nel Levante meridionale e le successive elaborazioni tecnologiche nell'Egeo, in Egitto, in Anatolia e in Italia rivelano una catena di trasformazione sempre più capital-intensive, con olio destinato a cibo, illuminazione, ritualità, cosmesi e commercio.
La struttura genetica est-ovest osservata nelle popolazioni di olivo trova riscontro nella filogeografia della mosca delle olive e del suo simbionte principale, i cui aplotipi e raggruppamenti genetici seguono pattern coerenti con una lunga associazione e dispersione insieme all'albero ospite. È questa convergenza di discipline - dalla palinologia alla genetica, dall'archeologia all'entomologia, dalla linguistica alla storia dell'arte - a rendere oggi possibile ricostruire con crescente precisione la vicenda di un albero che, più di ogni altro, ha plasmato il paesaggio e la cultura del Mediterraneo.
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