Cultura
L'olivo, gli storni e la città selvatica: come un frutto antico sta riscrivendo la geografia di Roma
In un'affascinante ricerca geografica, l'olivo emerge come il filo invisibile che tesse tre epoche della storia di Roma, dall'antichità augustea al paesaggio fascista, fino alle controversie ecologiche del presente. Un viaggio nel tempo in cui gli storni, trasportando gli olivi nei loro corpi, diventano agenti inaspettati della vita urbana contemporanea
05 luglio 2026 | 11:00 | T N
Che l'olivo sia uno dei simboli più antichi e potenti del Mediterraneo, lo si sa. Che abbia nutrito imperi, illuminato notti con il suo olio e simboleggiato pace e fertilità, è storia ben nota. Ma che quest'albero dalle radici millenarie si sia trasformato in un agente geografico capace di tessere insieme le epoche della storia di Roma, collegando un colombario augusteo, la bonifica delle Paludi Pontine voluta da Mussolini e il caos urbano del XXI secolo? Questa è la storia sorprendente che emerge da una recente ricerca, che ci invita a guardare la Città Eterna con occhi nuovi.
Il punto di partenza è un manufatto del passato: il Grande Colombario della Villa Doria Pamphili, scoperto nel 1984. Al suo interno, tra le nicchie che custodivano le ceneri di centinaia di Romani, un fregio raffigura scene di vita quotidiana con un motivo ricorrente: gli olivi, assieme a uccelli dal piumaggio scuro. Questi volatili, per le loro caratteristiche, sono stati identificati come storni (Sturnus vulgaris), già allora noti per la loro abitudine di nutrirsi delle olive. Il colombario, in questa prospettiva, non è più solo un sito archeologico, ma una testimonianza di una Roma antica che non conosceva la rigida separazione tra umano e non-umano, tra società e natura, che caratterizzerà invece il progetto modernista di Mussolini. È un mondo ibrido, dove i confini tra le specie erano permeabili e le relazioni erano all'ordine del giorno.
Il filo rosso che unisce quel fregio alla Roma di oggi passa attraverso le Paludi Pontine, l'Agro Pontino. Per secoli, quest'area fu un'estensione di canneti e acque stagnanti, l'habitat ideale per gli storni che, nelle sue distese, trovavano riparo per l'inverno, mentre sui vicini Monti Lepini prosperavano gli oliveti che rifornivano la capitale. Questo equilibrio millenario fu spezzato dall'ambizioso progetto di bonifica integrale voluto da Benito Mussolini negli anni Venti e Trenta. Il Duce, inquadrando l'operazione come una "battaglia" contro una natura "nemica", prosciugò le paludi, le bonificò dalla malaria e creò un paesaggio agrario idealizzato, punteggiato da nuove città come Littoria (l'odierna Latina). La sua visione era una netta separazione: campagna fertile e controllata contro città, e una natura domata e sottomessa. Questa "purificazione" del paesaggio, tuttavia, ebbe conseguenze impreviste. Le immense estensioni di canneto, che erano il rifugio invernale degli storni, vennero cancellate per fare spazio a campi di grano e a una rassicurante architettura rurale. Si ruppe così quel "delicato tessuto di relazioni tra cose e persone" che il modernismo fascista, nella sua hybris, aveva scelto di ignorare.
Cacciati dal loro habitat tradizionale, gli storni dovettero reinventarsi. La loro storia si intreccia allora con un'altra conseguenza del progresso: l'espansione urbana e l'asfalto del secondo dopoguerra. La crescita di Roma, con il suo traffico e le sue strutture, ha generato un'isola di calore urbano, un microclima più mite che, nelle notti invernali, può essere fino a 5 gradi più caldo rispetto alla campagna circostante. È stato questo richiamo di calore, involontariamente offerto dalla città umana, a guidare i nuovi esodi. Gli storni, in cerca di un rifugio per l'inverno, hanno puntato il centro di Roma, trasformando il Lungotevere e le piazze della capitale nei loro "dormitori". E, nella loro nuova vita urbana, le olive sono tornate a giocare un ruolo cruciale. Volando ogni giorno dagli oliveti dei Monti Lepini fino ai platani di Roma, gli storni portano la loro preda in città, consumandola e restituendola poi sotto forma di un guano ricco di olio d'oliva.
Questa trasformazione ecologica ha prodotto un impatto tutt'altro che simbolico. Le strade sotto i dormitori di storni, che in alcuni inverni hanno ospitato fino a un milione e mezzo di esemplari, sono state rese pericolosamente viscide e maleodoranti, costringendo alla chiusura di interi tratti stradali e a massicce operazioni di pulizia. Gli oli essenziali contenuti negli escrementi, alterandosi, sprigionano un odore penetrante, legato a meccanismi di comunicazione chimica nel mondo animale. La pioggia di noccioli d'oliva che si abbatte sulle auto e sui marciapiedi ha creato un nuovo, inaspettato paesaggio sonoro. In questo contesto, il conflitto umano-storno è esploso nel dibattito pubblico, diventando un tassello nella narrazione del degrado di Roma e un capitolo di una storia politica fatta di proteste e di tentativi (spesso fallimentari) di allontanare gli uccelli con richiami di distress o persino con un falco addestrato.
La geografia di questo conflitto si è poi estesa al Cimitero del Verano, dove gli storni, spostati dal Lungotevere, si sono posati sulle tombe, innescando una nuova e delicata questione: il guano sulle sepolture di "umani passati" ha generato un'intensità emotiva che ha portato a coprire i monumenti con teli di plastica. L'olivo, in questo viaggio iniziato nell'antichità e passato per le utopie fasciste, emerge come il simbolo di una città che non è mai stata solo umana. La sua storia è quella di una Rilettura di Roma come un organismo vivo, un accumulo di relazioni "più-che-umane", dove gli storni hanno inscritto la loro agency, la loro capacità di agire e "fare mondo", spesso in contrasto con i progetti di ordine e purificazione degli uomini.
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