Cultura
Il percorso museale della Città del Cioccolato si arricchisce della prima… “cioccolata”
Dal 30 giugno in esposizione il prezioso volume Historia naturale e morale delle Indie di R.P. Gioseffo di Acosta, pubblicato a Venezia nel 1596
04 luglio 2026 | 15:00 | C. S.
Una nuova acquisizione va ad arricchire oggi il patrimonio storico ed espositivo presente all’interno della Città del Cioccolato. La già ricca collezione Caraceni, ospitata lungo il percorso museale, registra infatti una new entry di grande prestigio: si tratta del testo Historia naturale e morale delle Indie, di R.P. Gioseffo di Acosta, pubblicato a Venezia da Bernardo Basa nel 1596.
L’importanza storica di questo antico volume sta nel fatto che al suo interno appare per la prima volta il termine cioccolata. Per la precisione, viene utilizzata la parola chocolate, così come gli spagnoli avevano chiamato la sacra bevanda degli Aztechi. Questo testo, infatti, è la versione italiana di quello pubblicato poco prima in lingua spagnola; anche nella traduzione italiana il termine chocolate fu lasciato inalterato, trattandosi di un lemma di nuova creazione, che non aveva ancora una corrispondenza in italiano.
“Le popolazioni meso-americane precolombiane (Maya, Aztechi, Toltechi ecc.) - dichiara Roberto Caraceni, Direttore della Didattica della Città del Cioccolato - non avevano un termine per identificare la cioccolata, ma si riferivano a essa usando sintagmi come “acqua di cacao”, “acqua calda”, “acqua amara” o simili. Furono gli spagnoli a introdurre la parola chocolate, probabilmente unendo i suoni chocol (caldo) del lessico maya e ate (acqua) da quello azteco”.
In questo testo, alla voce Cacao, Acosta racconta come questo frutto fosse molto apprezzato dai messicani (così venivano già chiamate le popolazioni locali del centro America) e tenuto in grande considerazione, come qualcosa di altamente prezioso. I suoi semi erano usati anche come moneta corrente e talvolta offerti come elemosina a favore dei più poveri. Ma soprattutto venivano utilizzati per preparare una bevanda, il chocolate, con acqua e molte spezie. Afferma quindi “ch’è una cosa pazza […] e dicono ch’è pettorale, e per lo stomaco, e contra il cattaro”.
Questa bevanda aveva un valore sacro, spirituale, e veniva spesso utilizzata durante riti e cerimonie. Sappiamo che quelle popolazioni praticavano riti religiosi particolarmente violenti, con sacrifici a favore degli Dei. A tale proposito, Acosta racconta di un’usanza azteca dedicata a una delle divinità più venerate: Quetzalcoatl, il Dio del cacao.
Per quaranta giorni uno schiavo o un prigioniero doveva impersonare tale divinità e, a questo scopo, veniva vestito con abiti preziosi, venerato, rispettato e onorato, fino al quarantesimo giorno, quando veniva sacrificato secondo una procedura molto violenta. In precedenza, gli veniva però somministrata una bevanda a base di cacao nella quale era stato sciolto il sangue rimasto rappreso sul pugnale utilizzato per il precedente sacrificio. “Non proprio una gentilezza - aggiunge Caraceni - ma questo rende bene l’idea di quanto religione e divinità fossero il fulcro della vita sociale e spirituale di quelle popolazioni”.
“Le pagine di questo antico testo - afferma Eugenio Guarducci, Direttore Artistico della Città del Cioccolato - offrono una vera e propria cronaca in diretta della società delle popolazioni meso-americane di quel tempo, i cui costumi erano decisamente lontani dalle consuetudini e dalle culture spagnole ed europee in generale. La loro lettura rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo, emozioni per le quali, dopo oltre quattro secoli, dobbiamo essere grati a questo scrittore che ha voluto trasmettere ai posteri ciò che in prima persona aveva visto e vissuto in centro America”.
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