Cultura
La via retta che interseca l’orizzonte
Geografia e topografia cittadina si riconfondono nel solco d’ombre delle vie cave che percorrono gli altopiani verso nord. Antichi lecci, alberi soprannaturali, nascondono ciclamini e capelveneri al canto amaro delle cicale
22 ottobre 2011 | Nicola Dal Falco
Vie Cave
In via Monserrato stagna un riverbero d’acqua blu e ferro, mentre sulle facciate si inerpicano bugnati, finestre e balconi in travertino. Sopra la forra urbana splende l’azzurro veloce del cielo: oro più oro dell’oro zecchino.
Roma accecante come il sole che stordisce gli insetti intorno alla bocca del pozzo o sulla soglia di una tomba rupestre. Per i vicoli scuri, ritorti, un mosaico di porfido disegna il letto asciutto del torrente.
Geografia e topografia cittadina si riconfondono nel solco d’ombre delle vie cave che percorrono gli altopiani verso nord.
Antichi lecci, alberi soprannaturali, nascondono ciclamini e capelveneri al canto amaro delle cicale. Il tufo è quella pietra di due sillabe che conserva il calore dell’eruzione e l’umidità del grembo.
Campagna, arce, selva. Un cigolare di carri. Dalla radura, tagliata di fresco, uscì un tempio bell’è pronto per orientare lo sguardo verso l’alto.
*
Alla necropoli di Castel d’Asso ci andiamo in tre, caricando l’aria di discorsi, allusioni e punture. Si sistema l’inizio, partendo dalla fine del libro.
Il sentiero scende in fondo alla valle. Sull’altopiano verde di grano, volano in cerchi le cornacchie lasciandosi cadere come sassi. Brevi, duri affondi con le penne arruffate in direzione del nido, un grumo nero che ondeggia all’incrocio dei rami.
Lungo i bordi della valle, stanno le tombe scolpite nel tufo. Formano quasi una linea continua, un grande cornicione; gli scalini portano in cima ad un terrazzo per le offerte e sulla facciata principale il profilo del tau delimita una finta porta: inganno e simbolo del passaggio all’aldilà.
La lettera segna la linea dei sopraccigli, perpendicolare a quella del naso. È una sintesi del volto.
In una prospettiva elevata, indica la via retta che interseca l’orizzonte, destinato a spostarsi sempre in avanti fino a coincidere con l’infinito, ma soprattutto, ricorda il profilo dei condannati che si trascinano dietro il legno da agganciare alla croce.
Tra i papaveri e le ghiande della necropoli, la grande lettera ci suggerisce di fare il contrario. Va ammirata per cercare altrove, perché il vero ingresso alla camera funeraria, piccolo e stretto, è nascosto alla base del podio.
Sotto l’architrave, disegnata con mano ferma da calligrafo, bisogna piegare il capo e la schiena. Diventiamo orizzontali come pesci, come neonati.
Qualche mese di vita e tutta l’eternità delle successive, galleggiando tra alto e basso alla stregua dei veggenti.
Ci siamo separati, le due donne sono andate verso un breve, intenso epilogo, io ho cercato di definire un itinerario che liberamente, necessariamente, mi conducesse da qualche parte.
*
Dietro una tomba a colombario che forma una rientranza a mezz’aria sulla parete di tufo, la più nova delle amiche si è rotolata nella sabbia.
Ha cambiato ritmo al respiro per sciogliere i pensieri lenti, le ubbie di quadrupede, i gesti scomposti che falciano i fiori, le consonanti impronunciabili, pescate in un vocabolario adamitico.
A scatti, a colpi di coda, sospiri si è avvicinata alla terra attraverso il cielo, immettendo aria nei polmoni e spargendo attorno un profumo di tiepido legno.
Non è avvenuto un incontro in senso stretto; gli spiriti preferiscono farsi sentire. È stata piuttosto una consacrazione, un modo di percepire il luogo, di affiancare alla sua vita autonoma la propria.
In altre parole, si è trattato di una reciproca cessione di energia, di calore.
Durante il trance, l’unica testimone è rimasta all’erta, silenziosa, scolorendo come una pittura, trafitta dal sole.
Ha misurato lo spazio, ritagliato nell’ovale della mandorla in cui stanno sospesi i beati, ancora vicini a terra, ma senza più azioni se non l’accensione, misteriosa, di un’energia a distanza.
Intanto il vento ha ripulito il cielo di sfingi e siepi, lasciando solo, verso occidente, un paesaggio di nubi, ondulato, regolare, una spiaggia di onde quasi trasparenti; suono visibile e raggiungibile.
Basta concentrare, passo dopo passo, lo sguardo sul punto dove metterai il piede per coniugare tempo e spazio, per intendere, forse, l’ubiquità.
È la minutaglia di cose che contempli, sparse con innegabile grazia al suolo, a trattenere i minuti che anziché precipitare dall’alto si allargano e procedono a sbalzi come le gocce di pioggia sui vetri. Il battito delle lancette affievolisce insieme a quello del cuore.
Osservi e in un attimo il camminare si trasforma in un vagare cosciente. Prendi l’andatura incerta e circospetta che dovevano avere alcune donne mentre battevano la campagna in cerca di erbe. Le passeggiate quotidiane del filosofo assomigliano a quelle del curioso e dell’anguana. Un ozio solo apparente, un gusto peripatetico delle novità.
Ecco, un teschio di lumaca con la sua unica orbita vuota, un ciuffo d’erba al centro del sentiero, frammenti di vetro verdi e marroni, le squame annerite di un ramo quasi denudato della corteccia e terra, solo un po’ di terra screpolata.
*
Un grigio fiabesco sottolinea con furore il profilo delle cose, degli alberi e in particolare delle querce. Dalla chioma spuntano le foglie come se fossero sbalzate su una lastra di rame.
Una corona brunita, fremente di stelle. La notte attende stretta ai tronchi e ai sassi.
Sto aspettando le due donne davanti ad una tomba che spalanca la bocca. Mi ci ha condotto una pietra a forma di mensa e quell’albero piegato.
Sono così diverse, adesso. La ragazza con i capelli bianchi, luminosi, avanza in diagonale come i merli nei prati appena tosati, le spalle indietro e il collo avanti.
Puntano lo sguardo e il becco giallo, correndo qua e là con grande contegno. Sanno già cosa troveranno. Il pensiero li precede e li perde.
Sono cacciatori di vermi e sembrano cacciatori di aure. Quando qualcosa li disturba, volano via con un trillo acuto, staccandosi a fatica dall’erba. Una certa presunzione gli dà quell’aria irresponsabile.
Capita, a volte, di incontrarne le spoglie sotto un cespuglio.
Chi, invece, era rimasta immobile, difendendo senz’armi la soglia, mostra tutta l’età accumulata. Non quella anagrafica, perché è la più giovane, ma il peso sottile di immemorabili esperienze, qualcosa che le è stato trasmesso direttamente.
La sua apparente passività le ha permesso di trovarsi in un punto periferico dove le onde concentriche generate dal trance dell’amica giungono ridotte a un brivido.
Prima del nulla, l’eco della lotta tra coscienza e istinto genera pietà.
*
Dentro la tomba senza facciata, il silenzio è totale, fisico, quasi estraneo.
Quel silenzio di cera che permise ai compagni di Ulisse di continuare la voga di fronte agli scogli delle sirene.
Soli, piegati in due sul remo, seguendo con la coda dell’occhio la labbra del vicino.
Il mare e le rocce scompaiono in un’immagine mossa mentre la pila illumina la volta della tomba, assottigliata a colpi di piccone. Una grande balena giace nella penombra.
Giriamo intorno al suo scheletro. Spina dorsale e costole sono incise come un calco nel tufo.
I defunti stavano sdraiati, nuca contro nuca, imbarcati in una ventina di fosse.
L’indomani, sulla riva del lago di Mezzano, seminata di sassi di lava, il sogno pomeridiano ci indicò la testa in pezzi del lucumone. Trovammo, però, solo la fronte, il naso e le labbra.
30 aprile 1998

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