Mondo Enoico
Dalla biodiversità nel suolo alla qualità dei vini, molti dibattiti e qualche certezza
Gli studi scientifici dimostrano che la sostenibilità applicata in vigna esalta la vocazionalità e il terroir ma è un lavoro agronomico lungo che prevede inerbimenti perenni e temporanei, assenza di lavorazioni, apporto di concimi organici, irrigazioni e concimazioni guidate
10 aprile 2015 | Emiliano Racca
Sostenibilità, biodiversità ed opportunità, sono queste le parole chiave che sono emerse nella cornice di un importante convegno organizzato dall'Informatore Agrario al Vinitaly, la grande kermesse dell'enologia italiana.
"Dalla biodiversità del suolo alla qualità del vino" questo il titolo emblematico dell’evento, che ha messo in luce come la biodiversità del suolo sia un aspetto fondamentale, oltre che chiaramente per la salubrità dell'ambiente, anche per la qualità del vino.
Un suolo accogliente per le forme organiche infatti risulta essere anche più idoneo a sostenere e conservare nel tempo un'armonia di dotazione delle sostanze nutritive e condizioni ideali di fertilità in senso globale, con ricadute positive poi sul prodotto finale. La biodiversità sostanzialmente ne esalta la vocazionalità.
Al convegno sono stati illustrati metodologie e risultati di studi sulla valutazione della sostenibilità dell'azienda e della sua biodiversità, delle sue potenzialità ad ospitare forme di vita, e dei suoi effetti come elemento di integrazione sociale e culturale e di valorizzazione del territorio e del paesaggio.
Naturalmente in questo contesto - come ha precisato il Prof. Leonardo Valenti, docente al Dipartimento di Scienze Agrarie ed ambientali dell'Università di Milano – “è fondamentale la partecipazione attiva delle aziende agricole", secondo l'approccio che vede l'agricoltore come centro del sistema, in quanto "Custode dell'ambiente".
In particolare con lo studio condotto dagli agronomi dello Studio Sata, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie ed Ambientali dell'università di Milano e della Fondazione E.Mach di San Michele all'Adige, si è cercato di codificare un sistema di misura della biodiversità aziendale, utilizzando 6 indicatori per la sua stima, impresa non facile, essendo stati impiegato nei precedenti studi in letteratura dal 1994 al 2007 ben 517 indicatori.
Si è cercato di selezionare elementi di valutazione maggiormente pratici che dessero un riscontro diretto e pratico, fornendo indicazioni utili per una gestione agronomica aziendale più oculata ed accorta; poiché essa non può non prescindere da obiettivi ben precisi sia economici che di comunicazione.
Il metodo adottato consta di differenti step:
- il primo riguarda la valutazione dell’azienda nei suoi comportamenti generali;
- il secondo la descrizione di indici strutturali riferibili agli elementi di mappatura e all’ordinamento colturale (parcelle agricole, aree non coltivate, boschi, specchi d’acqua, siepi…);
- il terzo fa riferimento invece più specificatamente alla vitalità del suolo e al suo stato fisico e strutturale.
Per quest’ultimo si utilizzeranno i seguenti parametri: il Vsa (Valutazione visiva del suolo), una descrizione visiva completa del suolo a corredo delle analisi chimiche…una sorta di traccia del profilo “sensoriale” del suolo (un po’ come capita per il vino), quantificato da un punteggio che va 0 (povero) a 2 (buono). Poi, altro parametro, sarà la misura della compattazione del suolo e la facilità di penetrazione delle radici; Ancora, il Qbs (Qualità della biologia del suolo) metodo bioindicativo che indica se l’ecosistema suolo è stato disturbato o meno.
Gli altri parametri utilizzati sono: la presenza di lombrichi, i quali sono molto sensibili all’uso di fitofarmaci e fertilizzanti, sia anche all’inquinamento da metalli pesanti; il contenuto in rame (Cu); le Micorrize sulle radici, microrganismi (batteri e funghi) che popolano la Rizosfera, alla”frontiera” tra radice e suolo, e che vivono in simbiosi con la pianta, accrescendone la resistenza ai patogeni.
Ed ancora la cosiddetta tecnica della Cromatogramma su carta: che prevede l’impregnazione di una carta assorbente in una soluzione del terreno da esaminare, sulla cui carta apparirebbero immagini utili per poi effettuare delle correlazioni fra i vari siti…ma siamo ancora agli albori, la sua validità scientifica è ancora dibattuta.
Altrettanto significativo è stato il contributo del dott. Cristos Xiloyannis, del Dipartimento delle culture europee e del Mediterraneo dell’università della Basilicata, che ci ha presentato i brillanti risultati delle sperimentazioni e ricerche del suo gruppo di lavoro sulla gestione sostenibile del suolo, e sui limiti invece della gestione convenzionale; quest’ultima infatti anche se inizialmente sembra rinvigorire il terreno, in realtà non è affatto così: le lavorazioni profonde alterano gli habitat dei microrganismi, quelle superficiali se troppo frequenti causano mineralizzazione e perdita della sostanza organica, la soletta lavorata causa perdita di macroporosità quella più utile alle piante, per capirci.
Questi ricercatori hanno portato avanti un progetto con l’obiettivo di ricreare sostanza organica e di carbonio organico nei suoli agricoli, viste anche le valenze sociali, ambientali ed economiche che ne derivano dal declino di questa primaria e delicata risorsa.
Ebbene basandosi su una gestione sostenibile, con inerbimenti perenni e temporanei, assenza di lavorazioni, apporto di concimi organici, e con irrigazioni e concimazioni guidate, gli studiosi hanno riscontrato nell’arco di 10 anni un sensibile incremento della materia organica, una maggiore biodiversità ed un’elevata riserva idrica a disposizione dei terreni e delle piante.
Speriamo sempre nei nostri “angeli-custodi dell’ambiente”.
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