L'arca olearia

L’olio made in Italy, le incombenze che mettono in ginocchio chi lavora

Il decreto attuativo del Reg. Ce 182/09, con la relativa bozza di circolare Agea, non soddisfano il presidente dell'Anfo, Carmine Borreca. Sembra di essere ritornati ai vecchi tempi. All’interno della filiera i frantoiani restano gli unici a farsi carico delle responsabilità del settore

19 dicembre 2009 | Carmine Borreca



Ci sono seri motivi per riflettere e formulare delle considerazioni sul D.M. 8077 del 10 novembre 2009, ad oggi ancora in corso di pubblicazione.
Il noto decreto attuativo del reg. CE 182/09, con la relativa bozza di circolare Agea ci riguarda direttamente.

Come già più volte precisato in merito, sostanzialmente non cambierà niente, anzi qualche problema in verità esiste. Il problema lo avranno tutti coloro che fino ad oggi hanno commercializzato come prodotto italiano ciò che italiano non era, ma costoro, tuttavia, in virtù della loro forza economica e contrattuale nel settore, sicuramente sapranno come risolverlo, se non hanno già preveduto in tal senso.
Il problema resta invece per la massa dei piccoli produttori, oltre che per il mercato interno. D’altronde, la campagna olearia quasi ultimata ne è la conferma.
Ma procediamo per ordine.

Quando si cominciò a parlare del 100% italiano obbligatorio, con la emanazione dei vari decreti, noi della categoria fummo pienamente d’accordo. C’è da dire però che col tempo la fermezza della proposta è andata sfumando in una difesa estrema dei propri assistiti, tanto che nel controllo della filiera è rimasto un segmento (quello dei produttori) totalmente esonerato.
Ciò d’altra parte vanifica anche quanto è stato dichiarato a suo tempo dall’attuale ministro alle Politiche agricole Luca Zaia (il controllo della filiera deve essere totale, nessuno ne sia escluso) e apre ora il cerchio, per cui nulla c’è da aspettarsi.

Dalla lettura del decreto e della circolare Agea (in fase di elaborazione) si evidenzia che i produttori (piccoli, medi e grandi – anche quelli esteri che hanno fatto filiera in Italia) non avranno alcun onere aggiuntivo di controllo se non quelli che già avevano: cioè, niente (riferito alla reale produzione).

Non vorrei che per via della mia funzione di presidente dell’Anfo, l’Associazione nazionale dei frantoi oleari (link esterno), che qualcuno mi additasse per quanto ora sostengo nei confronti dei produttori olivicoli, e perciò ci tengo a chiarire che, fra l’altro, sono anch’io un produttore.
Ciò assodato, qualcuno come al solito nella filiera doveva pur caricarsi delle responsabilità. E chi allora se non i frantoiani?

Ritorna dunque il vecchio registro. Si riaffaccia la contabilità, con le comunicazioni telematiche e, da ultimo, la costituzione del fascicolo aziendale. Tutto ciò per tutti i frantoi, anche per quel 40% di coloro che svolgono esclusivamente la lavorazione delle olive conto terzi, senza né trattenere né commercializzare l’olio.

Sembra proprio di essere ritornati ai vecchi tempi del Modello F, laddove nella filiera olio gli unici a essere additati quali attuatori di eventuali frodi erano i frantoiani, pur senza essere stati mai destinatari di interventi pubblici o comunitari, categoria ritenuta quindi non affidabile e pertanto da controllare.

Sono convinto che i gestori dei Monopoli di Stato e l’Utif abbiano meno incombenze dei frantoi oleari.
Coloro che operano nella convinzione che tali decisioni possano risolvere il problema del comparto oleario italiano sbagliano di grosso.

Ma, allora, la soluzione qual è?
Quando ce la chiederanno nelle forme e nei modi dovuti, noi saremo sempre a disposizione.

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