L'arca olearia

Fare olivicoltura biologica in superintensivo solo con le giuste varietà

Fare olivicoltura biologica in superintensivo solo con le giuste varietà

Una sperimentazione triennale in Andalusia ha valutato il comportamento di 27 genotipi, tra cui la Coratina, incrociando dati di produzione, vigore e contenuto in olio. Unica via il miglioramento genetico basato su incroci mirati, a partire dall'Arbequina

14 luglio 2026 | 16:00 | R. T.

Negli ultimi anni, il sistema di allevamento a siepe ad alta densità ha rivoluzionato il panorama olivicolo, soprattutto in Spagna, dove è stato introdotto a metà degli anni Novanta. L’obiettivo è chiaro: massimizzare l’efficienza produttiva attraverso la completa meccanizzazione delle operazioni colturali, a partire dalla raccolta con macchine scavallatrici. Tuttavia, questo modello – inizialmente definito “super ad alta densità” – ha mostrato presto i suoi limiti, legati soprattutto all’elevata richiesta di risorse idriche e nutritive e alla difficoltà di molti cultivar tradizionali di adattarsi a sesti d’impianto stretti. Il problema principale è rappresentato dal vigore eccessivo e dalla scarsa capacità di fruttificazione quando la chioma viene ridotta a volumi contenuti.

A queste criticità si aggiunge un vuoto di conoscenza quasi assoluto per quanto riguarda la gestione biologica di questi impianti. È proprio in questo contesto che si inserisce la sperimentazione condotta dal gruppo di ricerca guidato da Leon e R. de la Rosa, nell’ambito del progetto IFAPA e del programma europeo GEN4OLIVE. L’indagine, realizzata in un oliveto commerciale biologico a Córdoba, ha monitorato per tre anni (2022-2024) il comportamento di ventisette genotipi, tra cultivar tradizionali, nuove varietà commerciali e selezioni avanzate del programma di breeding spagnolo. I risultati, recentemente pubblicati, offrono spunti preziosi per gli olivicoltori che intendono investire in questo sistema, con un’attenzione particolare alla sostenibilità e alla resilienza climatica.

Vigore e architettura della chioma: il primo banco di prova

Il primo parametro analizzato è stato il volume della chioma, elemento discriminante per la gestione meccanizzata e l’efficienza della raccolta. Dai dati emerge una chiara suddivisione tra genotipi a basso vigore e genotipi vigorosi, potenzialmente inadatti a sesti stretti come quelli utilizzati (4 x 1,5 metri). Tra i più compatti e gestibili spiccano la tradizionale ‘Arbosana’, le recenti rilasciate ‘Sikitita-2’ e ‘Sikitita’, e alcune selezioni come F78A5, F19A60, F114A31 e F42A48. Queste varietà sviluppano chiome contenute, ideali per mantenere un equilibrio tra superficie fogliare e produzione.

All’estremo opposto si collocano cultivar come ‘Coratina’ e le selezioni F38A16, F12A85 e F111A69, caratterizzate da un vigore eccessivo che rischia di compromettere la funzionalità del sistema, richiedendo potature più drastiche e riducendo l’efficienza complessiva dell’impianto. Un dato interessante riguarda l’origine genetica di queste selezioni: la maggior parte dei genotipi più promettenti condivide infatti il pedigree ‘Arbequina’ x ‘Picual’ o l’incrocio inverso. ‘Arbequina’, nota per la sua precocità di fruttificazione e il ridotto vigore, si conferma come fonte genetica privilegiata per lo sviluppo di varietà adatte all’alta densità.

Produttività e contenuto in olio: numeri da record

La produttività cumulata nei primi quattro anni dall’impianto ha evidenziato una forte influenza genotipica, sebbene l’annata 2023 – segnata da un’intensa ondata di gelo – abbia ridotto drasticamente le rese. Nonostante ciò, alcuni cultivar hanno mostrato performance notevoli. Tra le varietà tradizionali, ‘Arbequina’ e ‘Koroneiki’ guidano la classifica con rese cumulative rispettivamente di 10.479 e 10.129 kg/ha, valori che confermano il loro ruolo di riferimento per questo tipo di impianti. Ottimi risultati anche per le nuove rilasciate ‘Martina’ (8.659 kg/ha) e ‘Sikitita-2’ (7.477 kg/ha), che si piazzano subito dopo, superando altre varietà tradizionali come ‘Arbosana’ (7.435 kg/ha).

Ma è nel contenuto in olio che si registrano le sorprese più interessanti. La selezione F120A96 raggiunge il 51,05% di olio, seguita da F38A16 con il 53,47% e F114A31 con il 50,27%, superando nettamente cultivar di riferimento come ‘Koroneiki’ (42,93%) e ‘Arbequina’ (46,09%). Questi dati indicano che le nuove selezioni non solo sono produttive, ma offrono anche una qualità estrattiva superiore, elemento cruciale per la redditività dell’oliveto biologico. Particolarmente promettente è F19A60, che combina una produttività cumulata di 5.614 kg/ha con un contenuto di olio del 48,58%, dimostrando un eccellente equilibrio tra quantità e qualità.

La prova del gelo: resilienza e selezione naturale

L’inverno del 2023 ha rappresentato un banco di prova inaspettato per il progetto. Le temperature minime registrate a gennaio e febbraio hanno causato necrosi fogliari e una riduzione significativa della fioritura, con un crollo della produzione in quasi tutti i genotipi. Questa sfortunata evenienza climatica ha tuttavia permesso di osservare differenze sostanziali nella tolleranza al freddo. Mentre cultivar come ‘Arbosana’ e la selezione F19A60 hanno mostrato danni evidenti (valutati con un punteggio di 2 su una scala da 0 a 3), altri genotipi come ‘Sikitita-2’ sono rimasti pressoché indenni, con un punteggio di 0.

Questa variabilità nella risposta al gelo apre importanti prospettive per la selezione di varietà resilienti, in un contesto di cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti eventi estremi. L'articolo scientifico riporta nel dettaglio i punteggi di danno: mentre ‘Arbosana’ e F19A60 hanno subito le perdite maggiori, la selezione F38A16, con un contenuto di olio del 53,47%, ha mostrato solo un lieve danno (0,5), così come F110A54 e F111A55, che hanno registrato danni nulli. Queste osservazioni suggeriscono che la tolleranza al gelo potrebbe essere un carattere ereditabile e selezionabile, offrendo agli olivicoltori strumenti per ridurre il rischio produttivo.

Prospettive future e indicazioni per il settore

I risultati complessivi dimostrano che la coltivazione biologica dell’olivo a siepe, con irrigazione di supporto, è non solo fattibile ma anche produttiva, a patto di scegliere i genotipi giusti. Le tradizionali ‘Arbequina’, ‘Koroneiki’ e ‘Arbosana’ confermano la loro idoneità, ma è il gruppo delle nuove selezioni – in particolare F42A48, F19A60 e F38A16 – a offrire le prospettive più interessanti, grazie a un equilibrio ottimale tra vigore, produzione, contenuto in olio e, in alcuni casi, resilienza al freddo.

Gli autori sottolineano tuttavia che ulteriori indagini saranno necessarie per valutare il potenziale produttivo in assenza di eventi climatici avversi e per caratterizzare altri parametri fondamentali, come la composizione dell’olio in termini di acidi grassi e polifenoli, nonché la resistenza a patogeni e parassiti. Inoltre, l’analisi dei dati suggerisce che il miglioramento genetico basato su incroci mirati, a partire da parentali come ‘Arbequina’, rappresenta la via più promettente per sviluppare cultivar sempre più performanti e sostenibili. Per gli olivicoltori, la scelta varietale si conferma quindi come la leva strategica principale per coniugare redditività e sostenibilità in un sistema in continua evoluzione, dove la meccanizzazione e la resilienza climatica giocano un ruolo sempre più centrale.

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