L'arca olearia
Lavoro, salute e clima di chi lavora in olivicoltura
La siccità, il caldo estremo e una prevenzione che non arriva a tutti: una ricerca sull’olivicoltura di Jaén fotografa una condizione lavorativa a rischio psicosociale medio. Un quadro che interroga da vicino anche il Mediterraneo e l’Italia
11 luglio 2026 | 11:00 | R. T.
In Spagna, il cuore dell’olivicoltura europea, circa 2,5 milioni di ettari sono dedicati a questa coltura. La maggior parte si trova in Andalusia, e la provincia di Jaén, con i suoi 578.000 ettari, rappresenta da sola il 23% della superficie olivicola spagnola. Un patrimonio non solo economico, ma ambientale, culturale e gastronomico, fondamentale contro l’erosione del suolo e per la biodiversità .
Ma cosa succede a chi lavora in questi oliveti? A raccontarlo è uno studio pubblicato su Injury Prevention, che ha valutato i rischi psicosociali di 502 lavoratori dell’olivicoltura di Jaén, utilizzando il metodo Mini Psychosocial Factors (MPF) . La fotografia che emerge è quella di un comparto in bilico: le condizioni psicosociali generali sono accettabili, ma con un livello di rischio medio che interessa in media il 57% dei lavoratori. Solo il 7% si trova ad alto rischio, ma il dato è significativo: nelle aziende intensive si supera il 10% . La ricerca suggerisce che il problema principale non sia tanto la normativa, quanto la sua applicazione: le misure di prevenzione, seppure previste, non raggiungono in modo efficace i lavoratori più vulnerabili .
Immigrazione, genere e invecchiamento della forza lavoro
La ricerca disegna un profilo preciso della manodopera olivicola. Oltre il 45% dei lavoratori intervistati è immigrato: metà africani, il 38% dell’Europa dell’Est e il resto ispanoamericani. Una composizione eterogenea che, come osservato in altre ricerche, è spesso associata a una maggiore vulnerabilità sul lavoro .
Solo il 15% degli intervistati sono donne. Un dato che riflette non solo la difficoltà di conciliare vita familiare e lavoro agricolo, ma anche una suddivisione dei ruoli di genere che relega spesso le donne a mansioni nella manipolazione e trasformazione delle olive, più che nei campi . La maggior parte dei lavoratori spagnoli ha più di 40 anni (T3), segno di un progressivo invecchiamento della popolazione locale e di una difficoltà a trattenere i giovani nelle aree rurali, fenomeno che la manodopera immigrata ha contribuito a compensare .
Quando la prevenzione si scontra con la siccità
Uno degli aspetti più rilevanti emersi è il legame tra condizioni climatiche e salute mentale dei lavoratori. La campagna olivicola 2022/2023 è stata segnata da una delle peggiori siccità della storia nel sud-ovest europeo, con una drastica riduzione della produzione. Meno olive significano meno domanda di manodopera, meno giornate di lavoro e, di conseguenza, meno reddito. Questa diminuzione del carico di lavoro potrebbe spiegare il basso livello di "carico mentale" rilevato nello studio, ma anche il forte stress legato all'incertezza economica . I ricercatori hanno osservato che nella dimensione delle "richieste lavorative", la variabile "ritmo" e "compensazione" sono tra quelle con maggior peso nel determinare lo stress percepito .
La siccità, e più in generale il cambiamento climatico, non è solo una minaccia per le produzioni, ma anche un moltiplicatore di rischi psicosociali. Come sottolineano OMS e OMM, il caldo estremo minaccia salute e produttività di milioni di lavoratori all'aperto . In agricoltura, la fatica fisica, lo stress termico e la preoccupazione per il futuro delle colture si intrecciano, rendendo i lavoratori più esposti a disturbi muscolo-scheletrici e a un malessere psicologico che, se cronico, può sfociare in depressione e ansia . In Italia, analoghe condizioni di stress da caldo stanno già causando perdite ingenti al settore primario . Questo legame tra crisi climatica e salute dei lavoratori è stato evidenziato anche da recenti ricerche sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti nel Mediterraneo .
Un problema di gestione, non di leggi
La conclusione dello studio spagnolo è chiara: il problema non è la mancanza di leggi. La Spagna, come l'Italia, ha una normativa sulla prevenzione dei rischi (in linea con le direttive europee). Il vero nodo è la gestione e l'effettiva attuazione di queste misure. Il fatto che il 90% dei lavoratori presenti un livello medio di "richieste" (Dem-M) indica che il sistema di prevenzione, dove presente, funziona a metà, non riuscendo a contenere i rischi per la stragrande maggioranza della forza lavoro .
Per ridurre questo rischio medio, i ricercatori suggeriscono azioni che vadano oltre la semplice formazione: migliorare i sistemi di sorveglianza sanitaria specifici per il settore, favorire l'integrazione sociale dei lavoratori immigrati, regolarizzare il personale dove necessario, assicurare assistenza alimentare e, soprattutto, creare un ambiente di lavoro che eviti i conflitti. L'obiettivo è duplice: tutelare la salute e migliorare l'immagine di un settore che, in Europa, è sempre più sotto i riflettori per le condizioni di lavoro, spesso precarie, dei suoi dipendenti .
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