L'arca olearia

Sull’olio d’oliva è in atto un pericoloso gioco: a chi la spara più grossa

Pare che Coldiretti e Codacons vogliano utilizzare il comparto oliandolo per farsi pubblicità, accreditandosi come paladini dei consumatori a spese però dei produttori olivicoli, piccoli e grandi

26 gennaio 2008 | T N

Ne va dell’immagine del settore olivicolo del nostro Paese, nell’indifferenza generale.

Più volte, su queste pagine, abbiamo denunciato l’inutilità della norma varata dal Ministro De Castro, nient’altro che la riproposizione, sotto altra veste, della legge 204/2004 che l’Italia ha dovuto abrogare in fretta e furia sotto la minaccia dell’Unione europea.

Altri hanno invece cavalcato la questione, persone e organizzazioni che hanno grande peso politico, se non sindacale.

Ne è scaturito un decreto, entrato in vigore qualche giorno fa, la cui applicazione è avvolta nelle nebbie.
Coldiretti ha alzato la voce, avviando anche una poderosa campagna stampa, facendo sapere che vigilerà e farà pressioni affinché la norma venga pienamente recepita.
Sì, ma come? Si, ma da chi?
Domande affatto fuori luogo visto che a tutt’oggi l’Ispettorato per il controllo della qualità delle produzioni agroalimentari (ex Repressione frodi) non ha ancora emesso alcuna circolare o nota interpretativa. Il Ministero delle politiche agricole è anch’esso assolutamente silente.

Restano invece le molteplici versioni che abbiamo trovato sulla stampa generalista e nei servizi televisivi che inducono in errore il consumatore. E’ stata annunciata una rivoluzione, all’insegna della massima trasparenza, facendo intendere che si potrà capire, attraverso la “nuova” etichetta, se un olio proviene dalla Puglia piuttosto che dalla Toscana.
Niente di più falso, ovviamente, ma come reagirà il consumatore quando lo scoprirà?
Cosa ne potrà ricavare il settore oleario se non un grave danno d’immagine?

L’emanazione di una siffatta norma era veramente l’unica soluzione per introdurre la “sospirata trasparenza” nel mercato dell’olio?
Sicuramente no, ma certo era la decisione più economica.
L’alternativa, una seria campagna istituzionale che illustrasse le differenti tipologie di olio presenti sugli scaffali (extra vergine comune, 100% italiano, dop o igp…), sarebbe stata molto più onerosa. E’ noto che è più facile investire in leggi che in cultura.
Se proprio si voleva portare in etichetta l’origine della materia prima la battaglia, è noto a tutti gli operatori del settore, non era da condurre in Italia ma a Bruxelles, una guerra che non abbiamo voluto dichiarare, forse per non urtare i nostri cugini spagnoli, assolutamente contrari a un simile provvedimento.

Dopo il “successo” della Coldiretti altri hanno pensato che il comparto oliandolo potesse essere facile terreno per la conquista di popolarità.

Non si spiegano altrimenti le recenti presi di posizioni e richieste del Codacons che denotano l’analfabetismo oleario dell’associazione di consumatori.
Chiedendo che sull’etichetta vengano anche indicati il grado di acidità e le informazioni nutrizionali, infatti, il Codacons dimostra di non conoscere il Reg. Ce 1019/02 che prevede già la facoltà di inserire alcuni parametri chimici, ma mai solo l’acidità. Quanto poi all’”etichetta nutrizionale” è questione già affrontata dal legislatore molti anni fa e che non riguarda il solo olio di oliva.
Infine la pretesa di "una norma che proibisca la possibilità di utilizzare metodi chimici per abbassare il grado di acidità e rendere l'olio commestibile. Un no insomma all'olio di sansa di oliva e alla deacidificazione mediante trattamento con soda caustica" lo interpretiamo come un inutile sostegno a favorire gli oli di semi, che adottano simili sistemi di raffinazione, a scapito della famiglia degli oli di oliva, anzi generando dubbi nel consumatore che potrebbe anche credere che per l’olio extra vergine d’oliva è autorizzata la deacidificazione.

Le recenti vicende portano a una sconsolante conclusione.
L’estrema frammentazione del mondo olivicolo, l’incapacità di autodifesa del settore e la scarsa predisposizione alle public relations e alla comunicazione ne minano la credibilità e l’autorevolezza, al contempo rendendo plausibili le istanze portate da quanti, per opportunismo o per incoscienza, pensano così di acquisire maggiore peso politico e sociale.

A spese dell’olio di oliva è in atto il gioco “a chi la spara più grossa” a cui non solo non vogliamo associarci ma che, anzi, denunciamo con forza come una delle principali fonti di decadimento e rovina per il comparto oliandolo.

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