L'arca olearia
Rivoluzione Pac e Ocm olio d'oliva: gli olivicoltori italiani perderanno gran parte dei pagamenti diretti e le Organizzazioni dei produttori sono a rischio
Il nuovo piano nazionale strategico della Pac dovrà essere inviato alla Commissione europea entro il 31 dicembre. Il piano strategico olivicolo è ispirato al modello ortofrutticolo e le criticità sono molte
03 dicembre 2021 | T N
Dopo mesi di riunioni e bozze, ormai si entra nel vivo perchè il nuovo piano nazionale strategico della Pac dovrà essere inviato alla Commissione europea entro il 31 dicembre.
Il Ministro all'agricoltura Patuanelli ha annunciato, nel corso di un question time alla Camera, che non ci saranno ritardi ma le questioni ancora sul tavolo, per quanto riguarda il settore olivicolo sono ancora molte, così come le criticità.
Partiamo da ciò che è noto: il piano strategico olivicolo sarà ispirato al modello ortofrutticolo, non al vitivinicolo, come si era immaginato in un primo momento.
In secondo luogo le imprese olivicole perderanno una parte cospicua dei pagamenti diretti del primo pilastro che finora hanno intercettato e che ancor oggi assumono un ruolo determinante per consentire di mantenere un certo equilibrio dal punto di vista economico e finanziario.
“Non abbiamo assolutamente paura dei cambiamenti, ci mancherebbe, ma occorre lavorare valorizzando il settore, che ha problemi, pregi, difetti, caratteristiche nettamente diversi dall’ortofrutta – afferma David Granieri, presidente Unaprol - Il primo punto imprescindibile, ovviamente, è che queste risorse devono restare a disposizione della produzione agricola.”
“C'è il rischio di compromettere la redditività del settore e di spingere le imprese specializzate verso scelte produttive diverse – afferma Gennaro Sicolo, presidente ItaliaOlivicola - con il rischio di assestare un ulteriore duro colpo alla capacità produttiva dell’olivicoltura nazionale, già compromessa per la carenza di investimenti e per una ancora inadeguata organizzazione economica.”
Sarebbe quindi utile un progetto che preveda un passaggio graduale verso un pagamento uniforme, tenendo conto delle esigenze dell’olivicoltura tradizionale italiana e della riduzione che ci sarà nella componente degli aiuti disaccoppiati.
Inoltre è bene evitare che l'olivicoltura venga vista solo come una coltura utile al mantenimento del verde pubblico, ovvero per il sequestro del carbonio e il raggiungimento delle soglie del Green Deal.
“L’olivicoltura italiana basata su varietà storiche e su metodi produttivi classici è soggetta ad una situazione di fragilità che potrà essere superata solo con una modernizzazione del settore - afferma Gennaro Sicolo – ma una misura come l’inerbimento degli interfilari, remunerata con 70-80 euro per ettaro, come si apprende nelle ultime settimane, sarebbe del tutto inutile ed inefficace.”
I problemi, però, sono anche per le organizzazioni dei produttori che troveranno rimodulato gli aiuti, con nuove formule e parametri molto più stringenti. Il riconoscimento e la rappresentatività non basteranno più ad avere soldi pubblici: servirà fatturato. Ma anche le aliquote scenderanno. Le aliquote del 30% per il biennio 2023/2024, del 15% biennio 2025/2026 e del 10% a partire dal 2027 del fatturato di una organizzazione produttori o associazioni di organizzazione produttori, rappresentano l'obiettivo del Ministero per favorire l'aggregazione e la creazione di strutture volte al mercato.
“L’introduzione delle aliquote decrescenti di sostegno finanziario massimo ai programmi operativi del settore olio, in base al fatturato commercializzato, impone l'adozione di azioni conseguenti per cercare di stabilizzare il sistema – afferma David Granieri - evitando sia il pericolo di ricorso di alcuni a fatturazioni false, sia una corsa al ribasso del prezzo dell’olio per aumentare il fatturato, che rovinerebbe la produzione di qualità e la situazione di tante aziende agricole. Basti immaginare che, per impegnare le risorse del settore, con lo schema iniziale scaturito dai vertici di Bruxelles, il fatturato di OP e AOP dovrebbe essere pari più di 300 milioni ovvero quasi il quadruplo dell’attuale fatturato.”
Quello che è certo, anche se si è ancora in fase di negoziazione, che in olivicoltura nulla sarà più come prima e probabilmente, nei prossimi anni, vi sarà la stessa crisi che hanno già vissuto altri settori come il cerealicolo e l'ortofrutticolo prima di una necessaria riorganizzazione complessiva che, però, dovrà vedere le imprese, tutte, dalla ditta individuale alle grandi cooperative, dover reggersi da sole, con una redditività propria e una capacità intrinseca di stare sul mercato.
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Accedi o RegistratiAlfredo Mancini
05 dicembre 2021 ore 07:32Il processo di distruzione economica delle olivicolture europee, procede a grandi passi. Non è un caso che a capo del governo italiano sia stato messo il rappresentante più significativo del capitale finanziario internazionale. Il quale ha scelto di mettere a ministro dell agricoltura, un ingegnere, che rispondesse ai comandi dei superiori in maniera rapida ed efficiente. E gli ordini impartiti dall alto erano di favorire gli investimenti in nuove aree , Tunisia in testa, per lo sviluppo della olivicoltura, della trasformazione e commercializzazione dell olio. Ormai le agricolture europee, non sono più valide dal punto di vista agronomico ed economico. Sia per la struttura delle forme tecniche e materiali di produzione. Ma ancor più per le forme sociali corrispondenti a quelle antiquate strutture produttive. Frammentazione delle superfici olivicole, e tecniche di produzione, che non permettono una moderna gestione , con economie di scala crescenti , e soprattutto una offerta di prodotto frammentata, con quantità irrisorie di offerte di prodotto, impossibili a soddisfare una domanda crescente ed aggregata , date le strutture commerciali e i canali di commercializzazioni presenti. Inoltre, la struttura produttiva di olive e di olio, da tempi lontani è stata sostenuta attraverso contributi finanziari, derivanti dalle imposte e tasse di tutti i contribuenti . Flusso di denaro che ha costituito la presenza dominante delle varie organizzazioni del settore, che hanno fatto la cresta proprio grazie a questi contributi. Elargiti attraverso un capillare sistema di controllo di ogni microbica e grande azienda. Adesso sono proprio questo servi del sistema politico dominante, ad accompagnare le folle degli olivicoltori , in primis, alla esecuzione della condanna a morte di tutto il comparto olivicolo. Perché sono proprio le organizzazioni agricole che hanno ricevuto le delega del governo a gestire gli affari di politica economica, attraverso il controllo informatico e satellitare di ogni albero di olivo su suolo italico. In questa fase crescente della conquista di nuovi mercati, impropriamente definita “globalizzazione”, “neocolonialismo”, ma che è precisamente “ l’imperialismo del capitale”, monetario ed industriale, che cerca nuovi territori in tutto il mercato mondiale, per nuovi investimenti. Con possibilità di realizzare economie di scala crescenti, e riduzioni di numerosi costi indiretti. Non solo per gli obsoleti sistemi di conduzione. Ma soprattutto per i costi per mantenere un sistema parassitario enorme, ma necessario per il dominio di tutto il mondo agricolo. Proprio da parte di quel capitale finanziario in questa nuova era. Il Titanic affonda negli abissi, mentre l orchestra continua a suonare…e noi quotidianamente assistiamo alle elucubrazioni poetiche di tanti ciarlatani da cortile, che esaltano l olio italiano e la olivicoltura italiana, avviata verso l apoteosi finale. Perché il danno maggiore che arrecano, e quello di affrontare l analisi dello stato di cose presenti, attraverso il metodo delle scienze naturali, l unico che loro conoscono. Invece queste realtà richiedono le conoscenza approfondita , secondo “il metodo delle scienze sociali”. Tra le quali un ruolo fondamentale lo riveste “ lo studio della ECONOMIA POLITICA”. Purtroppo la specializzazione della conoscenza, porta ad approfondire bene degli aspetti, sicuramente interessanti. Ma trascurano la conoscenza del “TUTTO “, come “ TOTALITÀ” del mondo reale.
Danilo Scatizzi
06 dicembre 2021 ore 17:28Brutte notizie dal fronte. I generali se ne stanno seduti su comode poltrone mentre la truppa, abbandonata, rischia forte. E' "solo" questione di uomini ma vedo che i migliori rimangono in trincea.