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Costi e ricavi dell'olivicoltura nazionale: far l'olio d'oliva conviene?

Costi e ricavi dell'olivicoltura nazionale: far l'olio d'oliva conviene?

Ecco tutti i costi di produzione dell’olio extravergine d’oliva in Italia ma anche i ricavi e il reddito operativo degli olivicoltori che in diverse Regioni, tra cui Calabria e toscana, risulta essere negativo al netto dei contributi pubblici della Pac

05 marzo 2021 | T N

Il report "la competitività della filiera olivicola - analisi della redditività e fattori determinanti" è stato realizzato da Ismea nell'ambito delle attività della Rete Rurale Nazionale.

Il settore dell'olio di oliva italiano sta attraversando, ormai da qualche tempo, difficoltà strutturali e commerciali nonostante la qualità delle sue produzioni e il ruolo assunto dall'Italia nel mercato internazionale. E', infatti, il secondo paese produttore ed esportatore, il primo importatore e il primo consumatore di olio di oliva. Sul fronte più strettamente commerciale l'Italia subisce la concorrenza della Spagna soprattutto per i prodotti di massa, mentre riesce a sganciarsi dalle dinamiche del mercato iberico sull'olio extravergine di maggiore qualità.

È indubbio che il settore necessiti di una nuova spinta che sposti il baricentro ancora di più verso la qualità delle produzioni, per migliorare la competitività, salvaguardando allo stesso tempo il ruolo dell'olivicoltura che rende unici alcuni territori italiani.

Alla vigilia di un'importante riforma delle politiche comunitarie per l'agricoltura e più in generale per il settore primario in un contesto di sostenibilità economica, ambientale e sociale, è opportuno esaminare una serie di nodi irrisolti che caratterizzano l'olivicoltura nazionale con un ruolo che non solo va consolidato ma, se possibile, accresciuto.
Prima di individuare, quindi, una strategia che traghetti il settore fuori dalle problematiche strutturali e che permetta una rinnovata competitività, è necessario riepilogare quali sono, appunto, le caratteristiche strutturali del settore.

Nel report sono stati analizzati i processi evolutivi che stanno segnando il comparto e si evidenziano le tendenze recenti che caratterizzano il panorama produttivo e quello degli scambi, approfondendo il tema della competitività in termini di efficiente gestione aziendale e contenimento dei costi di produzione.
Il focus del report è proprio l'analisi dei costi effettuata attraverso la somministrazione di un questionario ad un campione selezionato di aziende con la collaborazione delle principali associazioni del settore quali Cia, Confagricoltura, Coldiretti, Unaprol, Italia Olivicola, e Unapol e FOOI.

Di particolare interesse il capitolo 8, dedicato ai costi di produzione dell’olio extravergine d’oliva in Italia, di cui riportiamo qualche stralcio.

In termini di produttività, le aziende intervistate hanno registrato nella campagna 2019/20 una resa media per ettaro pari a 5.925 chilogrammi di olive, una resa media a pianta di 28 chilogrammi, e una resa in olio delle olive di circa il 16%. Il tempo medio a ettaro impiegato per la gestione complessiva dell’oliveto è di circa 31 giornate, considerando una giornata lavorativa da 6 ore e 30 minuti.

Analizzando il conto colturale delle aziende intervistate emerge che i ricavi derivanti dalla vendita delle olive e/o dell’olio ammontano in media a 3.828 euro/ettaro. Scendendo nel dettaglio delle singole regioni - come ampiamente prevedibile - si è osservata una variabilità molto elevata. È la Toscana a registrare il livello di ricavi più basso (mediamente 2.215 euro/ettaro), dato che la campagna produttiva è stata particolarmente penalizzante per quest’areale e quindi si sono avute basse rese ad ettaro. Dopo la Toscana seguono la Puglia (3.170 euro/ettaro), la Calabria (3.602 euro/ettaro), mentre le realtà produttive siciliane sono quelle che evidenziano i ricavi medi più elevati (5.383 euro/ettaro).

I costi variabili di produzione nelle imprese intervistate mediamente ammontano a 2.644 euro/ettaro e sono articolati in sei distinte categorie: energia, manodopera, concimi, fitofarmaci, irrigazione e conto terzi. Le aziende siciliane sono quelle che hanno evidenziato i costi variabili più elevati, pari a 4.275 euro/ettaro. In seconda posizione si colloca la Calabria, con 2.577 euro/ettaro, seguita da Puglia (1.819 euro/ettaro) e Toscana (1.329 euro/ettaro).

Il costo dell’energia deriva dal consumo di elettricità e di combustibili necessario per le diverse operazioni colturali, principalmente gasolio agricolo con quote residuali per la benzina, utilizzata in particolare nelle potature e nelle eventuali rifiniture con il decespugliatore nel diserbo meccanico. Nelle aziende analizzate il costo medio per l’energia rappresenta circa l’11% del totale dei costi variabili (294 euro/ettaro), ma ci sono notevoli differenze a livello regionale. Il valore assoluto più elevato è stato osservato in Sicilia (514 euro/ettaro, con un’incidenza sul dato complessivo dei costi variabili del 12%), dove molte aziende del campione dichiarano di eseguire più lavorazioni del terreno nel corso dell’anno con lo scopo di controllare lo sviluppo delle infestanti e di ridurre il rischio di incendi, in particolare durante la stagione estiva. Il costo per l’energia più basso è invece a carico delle aziende toscane, che in media spendono 81 euro/ettaro (6% del totale costi variabili); in queste realtà le lavorazioni del terreno si limitano ad una leggera erpicatura e alla trinciatura del cotico erboso. Nel mezzo si collocano Puglia e Calabria con un costo medio per l’energia rispettivamente di 233 euro/ettaro (incidenza del 13% sui costi variabili) e 194 euro/ettaro (8%).

Quella relativa alla manodopera è la voce che maggiormente incide sul bilancio delle aziende olivicole e nel campione in esame rappresenta in media il 67% dei costi variabili e copre il 46% dei ricavi di vendita, al netto quindi dei contributi pubblici. Va evidenziato che nell’analisi è stata considerato anche il lavoro svolto da manodopera familiare, al quale è stato attribuito lo stesso costo orario di quello salariato.
Anche per questa voce emergono rilevanti differenze tra le varie regioni; in Sicilia la manodopera rappresenta il 70% dei costi variabili e incide per il 55% sui ricavi delle vendite di olive e olio. Nelle aziende pugliesi queste percentuali sono rispettivamente del 69% e del 40%, in Calabria del 60% sui costi variabili e del 43% sui ricavi, in Toscana 58% e 35%.

Il costo medio dei concimi ammonta a 179 euro/ettaro, corrispondente ad una quota del 7% del totale dei costi variabili e con un’incidenza sui ricavi di vendita del 5%. A livello regionale è la Calabria a registrare la spesa più elevata in termini assoluti per i fertilizzanti, in media 293 euro/ettaro (11% del totale costi variabili).
In seconda posizione si colloca la Sicilia con 183 euro/ettaro (4% dei costi variabili), seguita da Toscana (144 euro/ettaro, 11%) e Puglia (124 euro/ettaro, corrispondente al 7% dei costi variabili).

I fitofarmaci hanno invece un costo medio 114 euro/ettaro, che pesa il 4% sul dato complessivi dei costi variabili e il 3% sui ricavi derivanti dalla vendita di olive ed olio. Le aziende olivicole calabresi risultano quelle che mediamente spendono di più, 184 euro/ettaro che incidono per il 7% sul dato complessivo dei costi variabili e per il 5% sui ricavi di vendita.

Un ulteriore 6% dei ricavi delle vendite di olive e olio serve per coprire il costo del lavoro conto terzi. Questa voce incide per il 9,3% sul complesso dei costi variabili, con un’incidenza maggiore osservata per le aziende toscane (23,7% dei costi variabili). Al netto dei contributi pubblici, quindi, l’incidenza complessiva dei costi variabili sul ricavo medio del campione delle aziende è pari al 69%. Questo dato è più basso in Puglia e Toscana (rispettivamente 57% e 60%), superiore in Calabria (72%), ma soprattutto in Sicilia (79%) dove, come sottolineato in precedenza, la voce più cospicua è rappresentata dalla manodopera.

Conteggiando nei ricavi aziendali anche i contributi, l’incidenza media dei costi variabili cala al 57% dei ricavi complessivi. In questo caso i costi variabili rappresentano il 48% dei ricavi in Puglia, il 49% in Toscana, il 53% in Calabria e il 69% circa in Sicilia.

L’analisi dei costi fissi delle aziende del campione restituisce ancor di più una fotografia della variegata olivicoltura nazionale, anche tra le aziende di uno stesso areale produttivo.

Se nella media del campione i costi fissi ammontano a 786 euro/ettaro, per le aziende calabresi questa cifra sale a 1.154 euro/ettaro, seguite da quelle toscane (1.077 euro/ettaro), da quelle siciliane (816 euro/ettaro), fino ad arrivare alla situazione più efficiente ed equilibrata delle aziende pugliesi, i cui costi fissi ammontano
a 514 euro/ettaro.

Tra i costi fissi la voce principale di spesa è quella relativa agli ammortamenti delle macchine e delle attrezzature (54,2%), seguita dalle spese di manutenzione che rappresentano il 14,2% del totale dei costi fissi, e dal pagamento di imposte e tasse (7,8%). Il resto dei costi fissi è rappresentato da spese per servizi amministrativi (6,4%), per certificazioni (6,3%), per assistenza fiscale (5,7%), per oneri assicurativi (4,2%) e quote associative (1,2%). Bassissima l’incidenza delle spese per oneri finanziari, a testimonianza dello scarso ricorso al credito da parte delle imprese olivicole.

A livello regionale, va evidenziata l’incidenza superiore alla media delle spese per ammortamenti nei bilanci delle aziende siciliane e toscane, alla quale si aggiunge quella per le spese di manutenzione limitatamente alle imprese toscane. Le imprese pugliesi si distinguono per un’incidenza superiore alla media delle spese per tasse e imposte (13,4% dei costi fissi a fronte di 7,8% della media del campione) e delle spese per assistenza fiscale (8,9% a fronte di 5,7%), ciò deriva dal maggiore ricorso alla manodopera richiesta dalle elevate estensioni aziendali.

Il reddito operativo, al netto dei contributi, ottenibile sottraendo al MOL l’ammontare dei costi fissi è nella media del campione pari a 397 euro/ettaro. Anche in questo caso, a livello regionale il reddito operativo più elevato è raggiunto dalle aziende pugliesi che arrivano ad assicurare all’imprenditore 806 euro/ettaro, seguite da quelle siciliane (294 euro/ettaro). Per le imprese calabresi e toscane, considerare i costi fissi significa pervenire a un risultato operativo negativo, rispettivamente pari a -130 euro/ettaro e -192 euro/ettaro. Da tenere conto che per la Toscana la produzione 2019 non è stata particolarmente abbondante.
Per queste aziende, la presenza di contributi pubblici assicura un risultato positivo all’imprenditore, infatti, considerandoli, il reddito operativo delle aziende calabresi sale a 1.133 euro/ettaro, quello delle aziende toscane a 324 euro/ettaro; migliora anche il reddito operativo delle aziende pugliesi, salendo a 1.449 euro/ettaro e per quelle siciliane che arrivano a 1.093 euro/ettaro.

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