L'arca olearia
Consiglio oleicolo internazionale. I panni sporchi si lavano in famiglia?
Silenzio assoluto sulla decisione di rinnovare l'accordo che tiene in vita il Coi per un solo anno, fino al 31 dicembre 2015. Nel comunicato stampa che segue la chiusura della 102a sessione del Consiglio dei paesi membri non ce n'è traccia. Sarà perchè si è chiusa tra polemiche, contestazioni e minacce?
05 dicembre 2014 | Alberto Grimelli
Il Consiglio oleicolo internazionale ha un altro anno di vita, non di più.
L'agreement del 2005 che ne regola l'attività e il funzionamento è stato prorogato fino al 31 dicembre 2015. Non un giorno di più.
Con la proroga dell'accordo anche quello dei contratti di direttore esecutivo di Barjol e di direttore aggiunto di Sabbah.
Stranamente di tutto questo non c'è traccia nel comunicato stampa che è stato emesso al termine della 102 sessione del Consiglio dei membri, come se i delegati avessero veramente discusso solo di previsioni di produzione, questioni tecniche e piani di promozione.
La cronaca dei cinque giorni del Consiglio racconta invece una storia diversa, con un epilogo preoccupante e uno scenario internazionale, per l'olio d'oliva, ancor più in bilico.
E' noto, ne abbiamo scritto nelle scorse settimane, dei malumori turchi nei confronti di Jean Luis Barjol, addirittura accusato dalla Turchia di un presunto abuso d'ufficio. Un braccio di ferro con l'Unione europea, che invece ha caldeggiato il reincarico, sfociato in scambi di lettere al calor bianco, seppure in termini diplomatici.
Come ogni storia che si rispetti anche la 102a sessione del Coi ha avuto il suo colpo di scena. A fianco della Turchia l'insolito alleato Israele e il Libano ma anche, qui la sorpresa, la Tunisia.
Queste le nazioni che hanno votato contro il prolungamento dell'accordo di un anno e i reincarichi a Barjol e Sabbah. Altre dieci nazioni, tra cui l'Unione europea, hanno invece votato a favore. La maggioranza vince ma, quando si parla di contesti internazionali, conta più l'equilibrio dei numeri.
Il risultato ottenuto dalla 102a sessione del Consiglio è consegnarci un Coi spaccato e lacerato, dove si è arrivati allo scontro frontale e l'Ue ha usato il pugno di ferro.
La Turchia manterrà la presidenza di turno del Coi fino alla fine di maggio 2015 e farà di tutto per complicare non solo le trattative per raggiungere un nuovo accordo entro la fine del 2015, ma anche i rapporti con un direttore esecutivo con cui ha apertamente guerreggiato.
Al di là dei possibili problemi legali, la Turchia infatti ha minacciato di rivolgersi all'Unctad (United Nations Conference for Trade and Development), impugnando la decisione raggiunta durante la 102a sessione, il problema politico che si pone è che una spaccatura nel bacino del Mediterraneo.
Tensione alle stelle a Madrid per i prossimi mesi. Si tratta di un periodo molto delicato, con una produzione inferiore alle aspettative e l'offerta che sarà abbondantemente inferiore alla domanda.
Chi può venir agevolato da una simile situazione?
Gli americani, spalleggiati dagli australiani, stanno facendo un pressing internazionale per chiudere il Coi, sostituendolo con un altro organismo Onu sotto la loro egida, oppure per fare dell'olio di oliva un altro dei prodotti sotto l'esclusivo controllo decisionale del Codex Alimentarius.
Una strategia lenta, avviata da anni, ma aggressiva che può conquistare paesi produttori e non.
L'Unione europea, in un simile contesto, ha deciso di utilizzare il pugno di ferro, forte dell'85% della produzione mondiale, senza adeguatamente considerare che l'olio di oliva è ormai divenuto un prodotto globale, non più esclusivamente sotto il controllo europeo.
Deoleo è di proprietà di Cvc partners, finanziaria europea, almeno se consideriamo il Regno Unito un Paese europeista. Anche la Cina si sta muovendo e l'acquisto di Salov (Sagra e Filippo Berio) può rappresentare solo l'antipasto per il colosso asiatico. L'americana Cargill è interessata ad aggiungere l'olio d'oliva nel suo portafoglio di prodotti, cosa che ha già fatto con l'acquisto del marchio Leonardo in India.
L'Unione europea sta trattando con gli Usa per un accordo di libero scambio, il TTIP.
Era davvero il momento più propizio per arrivare al muro contro muro all'interno del Coi?
E l'Italia cosa ha fatto? Come si è mossa? Quale strategia hanno utilizzato Martina e i dirigenti del Ministero? Nessuna. L'Italia semplicemente risulta non pervenuta, schiacciata acriticamente sulle posizioni dell'Ue. Un'indifferenza persino imbarazzante visto che la situazione si è venuta a creare durante il semestre di presidenza italiano dell'Unione europea.
Senza considerare che l'olio di oliva è prodotto, per storia, tradizione e cultura, strategico per il nostro Paese. Beh, forse per l'Italia. Certamente non per il governo Renzi e il Ministro Martina.
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