L'arca olearia
Ecco perchè gli Stati Uniti non vogliono essere solo spettatori nel settore oleario
Nel rapporto dell'US International Trade Commission un'impietosa, ma realistica, analisi del comparto olio d'oliva negli Usa e in Europa. A comandare è il prezzo, non la qualità del prodotto
14 settembre 2013 | T N
Era atteso da tempo il rapporto dell'US International Trade Commission dopo che gli Stati Uniti, la scorsa estate, avevano deciso di dare l'avvio a un'indagine complessiva sul comparto olivicolo-oleario, anche fuori dai confini degli States.
Un'indagine complessa che ha portato una commissione a viaggiare in lungo e in largo per il Mediterraneo, acquisendo dati e informazioni, per oltre due mesi.
In Italia, troppo spesso, tali generi di documenti finiscono in qualche archivio buio e polveroso. E' invece probabile che negli Usa il rapporto, che consta di ben 282 pagine, venga attentamente analizzato e valutato. Anche grazie alle analisi della Commissione, quindi, verrà definita, nei prossimi mesi, la politica olivicolo-olearia degli Usa.
Da un punto di vista produttivo non sono certamente competitor. Il loro livello di produzione è molto basso, alcune migliaia di tonnellate, e difficilmente diventeranno playmaker del mercato come sono in altri settori. Gli Stati Uniti, però, sono i principali consumatori d'olio d'oliva, dopo l'Europa, e potrebbero imporre regole che influenzeranno la capacità di accesso dei vari operatori al mercato americano.
Ecco allora che assume particolare importanza l'attenzione posta dall'US International Trade Commission sulla formazione del prezzo dell'olio d'oliva. Il prezzo medio mondiale è in discesa da qualche anno, secondo la commissione, complice la sovrapproduzione spagnola e una politica agricola comunitaria che premia la concentrazione dell'offerta, anche a scapito dei piccoli produttori. Molti piccoli coltivatori nella Ue, secondo il rapporto, saranno costretti a cessare la loro attività, poiché i loro costi di produzione, basati su modelli tradizionali di coltivazione, sono pari o superiori ai prezzi di mercato dell'olio. Senza un'adeguata politica di supporto ai redditi si avrà così una concentrazione dell'offerta mondiale e un'ulteriore riduzione dei prezzi.
I produttori statunitensi vedono però con preoccupazione questo scenario e già sono in affanno a causa del calo generalizzato delle quotazioni, che ha bloccato investimenti e potenzialità di crescita.
Un problema di mercato ma anche di regole.
Secondo l'US International Trade Commission le attuali norme internazionali consentono la commercializzazione di una vasta gamma di oli sotto la denominazione extra vergine. Inoltre, questa l'accusa più forte contenuta nel documento, gli standard sono largamente inapplicati. Norme troppo blande e poco restrittive avrebbero favorito la commercializzazione di prodotti adulterati, indebolendo la competitività dei produttori di alta qualità, come quelli degli Statit Uniti, che cercano di differenziare i loro prodotti in base alla qualità.
Si apre così il capitolo del consumatore. La US International Trade Commission riconosce che il prezzo rimane uno dei fattori più importanti nelle decisioni di acquisto dei consumatori statunitensi. Ciò è dovuto, in parte, a una mancanza di consapevolezza dei consumatori delle differenze qualitative. Vince dunque il prezzo e il business dei grandi imbottigliatori che miscelano l'olio ottenuto in più paesi dando il via a una competizione a suon di sconti e promozioni. Tutto questo a scapito, con l'attuale sistema di regole, delle piccole imprese che producono un olio di qualità superiore, più saporito, e cercano di differenziare il loro prodotto basandosi sulla qualità.
Il rapporto contiene quindi un'analisi schietta, per quanto ovvia, della realtà del settore olivicolo-oleario. Verità che gli operatori europei conoscono molto bene da anni. La differenza è che ora le conoscono anche gli statunitensi.
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