L'arca olearia

I traffici internazionali d'olio d'oliva alla base della sanguinosa guerra tra industria e olivicoltori

E' un continuo accendersi di focolai che hanno ormai coinvolto anche Roma e Bruxelles. Battaglie campali senza fine che oggi vedono come nodo del contendere il Traffico di Perfezionamento Attivo. Il vero problema è però la mancanza di un codice etico orizzontale nella filiera

16 marzo 2013 | Alberto Grimelli

Non fanno in tempo a raffreddarsi le ceneri del precedente scontro che si accende un nuovo falò.

Manna per i mezzi di comunicazione che hanno così tanto da scrivere e descrivere, meno per gli operatori della filiera olivicolo-olearia che, privi di certezze, brancolano nel buio, rischiarato, talvolta, da questi fuochi di paglia.

Il nodo del contendere odierno si chiama TPA, Traffico di Perfezionamento Attivo.

Si tratta di una questione vecchia, per gli addetti ai lavori, che volentieri cerchiamo di riassumere. Per Traffico di Perfezionamento Attivo si intende l'importazione temporanea di merci per lavorazione, trasformazione e riparazione. Delle merci vengono dunque portate all'interno dei confini comunitari, senza obbligo al pagamento dei diritti doganali (dazi ed Iva), purchè queste merci siano destinate poi di nuovo a mercati extra Ue.

I riferimenti normativi riguardanti il regime del perfezionamento attivo sono rispettivamente gli artt. Dal 114 al129 del Reg. Cee n. 2913/92 - Codice doganale comunitario e il 549 del Reg. Cee n. 2454/93 - Disposizioni di applicazione del codice comunitario.

Per utilizzare il Traffico di Perfezionamento Attivo, l'azienda deve dotarsi di apposita autorizzazione che, per le derrate agricole e alimentari, quindi anche l'olio d'oliva, viene rilasciata dal Ministero delle politiche agricole. A seguito delle proteste da parte di olivicoltori e frantoiani, che considerano questo sistema un mezzo di concorrenza sleale delle olivicolture dei paesi emergenti nei confronti di quella europea e italiana, il Ministero ha di fatto bloccato l'iter procedurale delle suddette autorizzazioni.

Le imprese che beneficiano del TPA, però, sono riuscite a trovare un escamotage all'interno della legge. Si tratta del Traffico di Perfezionamento Attivo per equivalenza. In questo caso un'azienda con sede in un una nazione extra Ue commissiona all'azienda europea il confezionamento e il trasporto di un certo quantitativo di olio non comunitario. Naturalmente è possibile che l'azienda extra Ue sia una controllata dell'impresa europea e quindi che tutte queste procedure vengano espletate “in famiglia”. L'azienda europea ha facoltà di importare olio in regime di perfezionamento attivo, ovvero senza dazi e Iva, e senza autorizzazioni. Non è detto, però, che l'olio esportato sia lo stesso di quello importato attraverso il regime di perfezionamento attivo. Basta che sia equivalente. Le due aziende, infatti, possono mettersi d'accordo e il committente accetta di ricevere un olio che abbia “equivalenti caratteristiche” di quello ordinato. Il risultato è che l'olio extracomunitario resta all'interno dell'Unione europea, godendo di tutti i benefici fiscali e doganali relativi al TPA. Nessuna autorizzazione, lo ripetiamo, è richiesta per poter usufruire del Traffico di Perfezionamento Attivo per equivalenza.

Ne risulta che, sul mercato europeo, e nazionale in particolare, vi sono partite d'olio extracomunitario che, godendo dei benefici derivati dal TPA, possono essere venduti a prezzi molto competitivi. Secondo olivicoltori e frantoiani si tratta di un regime di concorrenza sleale legalizzato, da qui la reazione e l'inserimento, all'interno della legge Salva Olio Italiano, di un articolo che prevede un regime autorizzatorio anche per il Traffico di Perfezionamento Attivo per equivalenza. Salvo il fatto che la commissione che dovrebbe concedere le autorizzazioni, questa la denuncia di industriali e imbottigliatori, è stata soppressa, rendendo impossibile il rispetto della norma, se non al prezzo di perdere commesse per milioni di euro.

Fin qui la storia e la cronaca, degli ultimi anni fino a questi giorni.

E' chiaro ed evidente che, sul Traffico di Perfezionamento Attivo, ma lo stesso esempio potrebbe essere portato su molti altri provvedimenti, si è venuto a creare uno scontro acceso dovuto a un insanabile conflitto di interessi.

Entrambi gli attori della filiera, industriali e imbottigliatori da una parte e olivicoltori e frantoiani dall'altra, hanno cercato di tutelare i propri specifici interessi.

Fin qui nulla di male se non si trascende da un minimo comun denominatore che dovrebbe accomunare tutto il settore, ovvero un codice etico condiviso. Il condizionale è d'obbligo perchè un codice etico condiviso non esiste e la guerra è arrivata a tal punto che, da osservatore, mi sembra proprio che l'etica sia stata completamente abbandonata per sbizzarrirsi, invece, in colpi bassi e “agguati”.

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti.

Da una parte olivicoltori e frantoiani hanno fatto pressioni sul Mipaaf per bloccare le autorizzazioni al TPA, dall'altro industriali e imbottigliatori hanno trovato escamotage e interpretazioni “amiche” delle norme europee per superare il blocco. Olivicoltori e frantoiani hanno quindi reagito, facendo approvare una norma che di fatto bloccasse di nuovo il Traffico di Perfezionamento Attivo, anche grazie a un iter procedurale di fatto inattuabile. Industriali e imbottigliatori, a loro volta, hanno minacciato azioni legali e chiesto l'intervento di Bruxelles, meno ostile di Roma, per ottenere che, ancor prima che la questione venga risolta burocraticamente, si trovasse una soluzione “all'italiana”. Così alcune dogane, improvvisamente, sono divenute, a quanto mi risulta, meno formali e fiscali di altre, permettendo i commerci internazionali di olio d'oliva secondo consuetudine.

La burocrazia, la selva di leggi e regolamenti che affligge il mondo dell'olio d'oliva non è frutto del caso. E' invece la naturale evoluzione di una situazione di conflittualità tra gli operatori che, in assenza di un codice etico condiviso, pensano a tutelare i propri interessi in via prioritaria a colpi di carte bollate e di leggi. In altre parole, in assenza di un'autoregolamentazione interna, è intervenuto un supplente, la politica, poco importa se italiana od europea, che tirata per la giacchetta una volta da una parte e una volta dall'altra, ha agito.

Succede quando il “conveniente” diventa più importante del “giusto”.

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Paolo Caglieri

18 marzo 2013 ore 20:01

Che brutta gente sono questi industriali e confezonatori italiani, sempre dediti a camminare in equilibrio tra le pieghe dei regolamenti per importare prodotti di dubbia qualita', invece di comperare il buon 100% italiano di cui sono pieni i porti Americani....Clorpirifos a tutti

GIANLUCA RICCHI

16 marzo 2013 ore 04:23

Caro Caricato,
non so che fine ha fatto, le confersso che il settore oleario quello sano e serio, sente la sua mancanza. (questi articoli lo dimostrano) Per quanto riguarda commentare la notizia, non ritengo sia il caso in quanto sarebbe soltanto una perdita di tempo.