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Olivicoltura toscana: diagnosi certa, terapia incerta

Olivicoltura toscana: diagnosi certa, terapia incerta

Le criticità sono allo scoperto, i nodi al pettine ma purtroppo non esiste alcuna soluzione miracolosa. Occorre ripartire con un piano olivicolo regionale, secondo l'assessore Salvadori

19 maggio 2012 | Alberto Grimelli

Non esiste l'olivicoltura toscana. Ve ne sono almeno tre:

- una marginale, che pesa il 30% sulla consistenza complessiva, e che è costituita da piccoli e piccolissimi impianti vetusti, condotti ignorando ogni innovazione e principio aziendalistico

- una tradizionale, che pesa il 60% sulla consistenza complessiva, che è costituita spesso da oliveti di medio piccole dimensioni, condotta cercando di tenere di conto dell'innovazione (irrigazione e meccanizzazione) e secondo principi aziendalistici seppur senza poter attuare tutte le tecniche e utilizzare tutte le tecnologie utili a ridurre significativamente i costi e aumentare la produttività

- una intensiva, che pesa il 10% della consistenza complessiva, che riesce ad adottare tutte le innovazioni e le tecniche moderne, avendo le condizioni, anche di impianto, per poter garantire la massima efficienza.

Si tratta di uno scenario applicabile a diverse realtà territoriali, non solo alla Toscana, e che trova conferma nei numeri, nei dati statistici: il 60% delle aziende olivicole toscane ha meno di due ettari. Un'olivicoltura diffusa che riguarda diversi strati sociali, che è stata per anni punto di forza del sistema ma che ora si trova ad esserne criticità. L'attenzione al territorio, alla sua salvaguardia deve molto a chi ha coltivato i due ettari di olivi per decenni ma oggi la mancanza di redditività sta acuendo un fenomeno in atto già da tempo: l'abbandono degli oliveti. I conduttori sono ormai, per la stragrande maggioranza, ultrasessantenni, senza la possibilità di ricambio generazionale. La conduzione in perdita, così come sta accadendo in questi anni di crisi, porta al disinteresse verso la coltura e il mantenimento delle piccole olivete.

Bisogna anche prendere atto che forse è un intero sistema e modello sociale olivicolo a stare andando in pezzi se il Dott. Barzagli, dirigente della Regione Toscana, durante il convegno “Dove va l'olivicoltura toscana?” ad Arezzo, ha ricordato che il regolamento 1019/02 ha mandato in disuso l'abitudine di approvvigionarsi dell'olio per la famiglia annualmente presso i produttori, portando a una diminuzione delle vendite di olio toscano, specialmente da parte di piccoli e piccolissimi produttori. Attribuire tutte le colpe a un regolamento comunitario, ha ammesso lo stesso Barzagli, sarebbe però eccessivo. Sono cambiate le abitudini alimentari, lo stile di vita e il regolamento non ha fatto altro che accelerare un fenomeno che si sarebbe comunque verificato.

Il presidente dell'Igp toscano Filippi ha ricordato che ormai la Coop vende, tra novembre e dicembre, durante la campagna dell'olio novello, un quantitativo di olio pari a quello certificato Igp. L'olio venduto è però 100% italiano. Impossibile per un produttore toscano mettersi in competizione con tali offerte della grande distribuzione.

Il mondo è evoluto, molto velocemente, mentre il settore olivicolo è rimasto monoliticamente immobile, ha ricordato il Prof. Gucci dell'Università di Pisa. Mentre la Spagna investiva, a partire dagli anni 1980, l'Italia si è accontentata di restare a guardare e ora si trova indietro, anche a guardare a modelli agronomici alternativi provenienti dal paese iberico, anche con errori concettuali, come quello di puntare eccessivamente l'attenzione sui sesti d'impianto. Esistono modelli colturali molto intensivi che ci vengono tramandati sin dal Medioevo. E' il caso del “bosco pisano” che prevede densità d'impianto di 600-700 piante ad ettaro ma con un modello agronomico che impedisce qualsiasi redditività. Occorre guardare oltre, con qualche mea culpa. “Ci siamo dimenticati per 30 anni che il vero problema è l'aumento della produttività, ancor prima del contenimento dei costi” ha ricordato Gucci.

E' chiaro inoltre che, in un contesto come quello toscano, comune comunque a diverse regioni del centro nord Italia, non si può non tenere conto degli aspetti ambientali, paesaggistici ed ecologici. Anche e semplicemente perchè una serie di norme e regolamenti lo impongono. Come ha ricordato però il Presidente dell'Accademia dei Georgofili Scaramuzzi “non si può obbligare nessuno a coltivare il proprio oliveto in perdita, non senza indennizzarlo adeguatamente.”

Questo è il vero nodo al pettine dell'olivicoltura marginale, tanto diffusa da rappresentare un valore paesaggistico e ambientale, tanto fragile sul piano economico da prevederne un progressivo abbandono in assenza di adeguate misure di intervento. Cosa farne?

Se l'olivicoltura marginale rappresenta il 30%, quella tradizionale arriva al 60%. E' qui la vera sfida perchè questa olivicoltura, con i dovuti indirizzi e investimenti, può diventare intensiva oppure tramutarsi in marginale. Oggi è in una terra di nessuno, ma al contempo nelle sabbie mobili. Senza scelta virerà inesorabilmente verso l'olivicoltura marginale, ovvero verso l'abbandono visto che i costi economici e sociali di un'olivicoltura toscana in maggioranza marginale sarebbero insostenibili.

Scenario chiaro e allarmante, molte domande ma poche risposte che, secondo l'assessore all'agricoltura della Regione Toscana Salvadori, dovranno venire da un piano olivicolo regionale in attesa che siano varati quelli strategici comunitario e nazionale. I lavori del tavolo olivicolo regionale sono stati propedeutici ma occorre ora dare ora omogeneità e struttura a molte iniziative avviate in ordine sparso. Il risultato, che l'assessore ha promesso sarà varato entro pochi mesi, sarà appunto un programma complessivo che si avverrà di fondi, anche provenienti da altri comparti, come quello vinicolo, “perchè l'olivo e l'olio sono una priorità”.

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