L'arca olearia

Le molte vie per l'olivicoltura italiana secondo l'Accademia dell'Olivo e dell'Olio

Al II convegno nazionale per il settore oliandolo sono stati discussi i temi cardine per il settore, con la volontà di offrire indirizzi precisi agli operatori. Non esiste un'unica strada. Possibili molteplici vie

24 settembre 2011 | Alberto Grimelli

Cosa dobbiamo farne dell'olivicoltura nazionale?

E' questa la domanda cardine intorno a cui è ruotato l'intera tre giorni dedicata all'olivo e all'olio e organizzata dall'Accademia Nazionale dell'Olivo e dell'Olio, dal Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali dell'Università di Perugia e dalla Società orticola italiana.

Nelle relazioni presentate si evidenziava molto spesso, come fosse il vero focus dell'incontro, la necessità di fornire maggiore redditività e valore aggiunto agli olivicoltori.

Non è stata individuata e indicata una sola via. Sono state varie le strade che sono state tracciate e gli spunti che sono stati forniti dal mondo della ricerca.

Sul fronte olivicolo sono stati individuati tre modelli culturali, agronomici e “funzionali”:

- l'olivicoltura tradizionale

- l'olivicoltura intensiva

- l'olivicoltura superintensiva

L'olivicoltura tradizionale rappresenta ciò che ci viene dal passato, una testimonianza storica di un'olivicoltura spesso in zone marginali e difficili, scarsamente meccanizzabili, con olivi secolari o plurisecolari impiantati a basse densità (100-200 piante/ettato). Ha ancora una funzione storica, paesaggistica e sociale ma certo non è economicamente sostenibile. In questo caso l'unico modo di preservarla, almeno in parte, è fornire a questi olivicoltori un contributo di integrazione non tanto al reddito ma almeno ai costi vivi di gestione che sono molto elevati.

L'olivicoltura intensiva rappresenta quell'olivicoltura contraddistinta da densità d'impianto medio elevate (da 300 a 500 piante/ettaro), collocata in aree vocate, con condizioni agronomiche ottimali o subottimali che consentano irrigazione e meccanizzazione. Per questo tipo di olivicoltura, che può produrre oli tipici e di alta qualità, è pensabile una razionalizzazione dei costi produttivi che consenta margini di redditività accettabili nel contesto di un'azienda di medie dimensioni.

L'olivicoltura intensiva, con densità superiori alle 1500 piante/ettaro, l'esigenza di disporre di buone riserve idriche e che consente una meccanizzazione quasi integrale dell'oliveto è adatta alle zone pianeggianti e va eseguita con cultivar non autoctone (Arbequina, Arbosana, Koroneiki), sebbene esista la prospettiva nel futuro prossimo di utilizzare anche cultivar di nuova formazione o qualche varietà italiana. In questo caso si produce un olio extra vergine di qualità standard, adatto a essere la base per successivi tagli, al pari di quanto operato da imbottigliatori e industriali che già oggi si approvvigionano di questa tipologia di olio sui mercati spagnoli, tunisini, marocchini.

Sul fronte del prodotto, dell'estrazione e della chimica è stata sottolineata l'importanza dell'approvazione del claim del maggio 2001 da parte dell'Efsa che ha ufficialmente dichiarato come l'assunzione di 5 mg/giorno di idrossitirosolo e derivati, mediante l'utilizzo di 20 gr/giorno di olio extra vergine, abbia un effetto di protezione cardiovascolare e contro il colesterolo LDL.

La valenza salutistica del prodotto sarà la nuova frontiera e la ricerca deve trovarsi preparata a fornire indicazioni chiare al consumatore. In questo caso, ad esempio, l'Efsa ha implicitamente ammesso che oli con contenuti di idrossitirosolo e derivati inferiori ai 250 mg/litro non hanno una importante valenza salutistica.

Il contenuto di biofenoli è quindi strategico per il futuro, utile anche per un'altra sfida che ci aspetta, quella di rompere gli schemi e ripensare a una nuova classificazione degli oli d'oliva.

Oggi l'extra vergine rappresenta infatti una categoria commerciale tanto segmentata che crea solo confusione nel consumatore non solo alle prese con nuove sigle (Alta Qualità) ma anche con differenti tipologie di messaggi (monovarietali, caratteristiche sensoriali), con il fattore origine (made in Italy, Dop/Igp), oltre che con molti altre possibilità di differenziazione (biologico).

Ne scaturisce sullo scaffale dei supermercati una selva di prodotti, ma tutti ugualmente extra vergini, in cui è difficile orientarsi e con la grande distribuzione che ha approfittato di questo stato di confusione. E' infatti noto che in simili circostanze il consumatore va a preferire il prodotto a minor prezzo che, oggi, è appannaggio soprattutto dei private label della GDO che si sono accaparrati le migliori posizioni su scaffale.

Una nuova classificazione permetterebbe anche di creare le basi per una nuova cultura dell'olio condivisa non solo tra mondo della produzione e consumatore ma anche con la grande distribuzione, un linguaggio comune che agevolerebbe l'informazione e la trasparenza. Oggi, infatti, è impensabile creare una vera cultura oliandola per un prodotto che la stessa Grande Distribuzione non considera più tale. I buyer dell'olio d'oliva sono infatti spesso category, ovvero viene percepita come categoria commerciale e non come prodotto.

Non si può prescindere dall'informazione indiretta che la GDO fa sullo scaffale ma per ottenere una ridefinizione di spazi e modalità espositive occorre che si vada a incidere profondamente sulle categorie commerciali degli oli d'oliva.

Se la scelta del modello colturale da adottare dipende essenzialmente dall'olivicoltore, con l'eccezione del superintensivo che richiede comunque un'organizzazione a livello di comprensorio, le decisioni riguardanti la qualità dell'olio, il suo profilo e la sua valenza salutistica, le modalità di valorizzazione dipendono strettamente dalla politica che può così anche indirizzare il settore oliandolo verso un nuovo percorso che preveda una maggiore integrazione fra i vari anelli della filiera, a partire dalla produzione e fino alla distribuzione.

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