L'arca olearia

Occhi puntati sul Piemonte dell'olio

Altro che area marginale. Si sta lavorando per creare un solido futuro. Esiste anche un Consorzio di tutela e un disciplinare di produzione. C’è da spettarsi di tutto

02 luglio 2011 | Luigi Caricato

Nei primi mesi del 2011 sono stato in Piemonte. A Saluzzo, per l’esattezza. Per partecipare a un convegno, inserito in un contesto più ampio espressamente dedicato all’olivo: l’evento mostra-mercato “Ramulivo”. L’iniziativa era sorta per desiderio di una grande studioso di giardini, ora anche produttore d’olio a Ravello, in provincia di Cuneo. Si tratta di Paolo Pejrone: un nome, una garanzia. Ora dunque si è certi che il Piemonte farà la sua parte, per promuovere la diffusione degli olivi in un’area posta all’estremità nord ovest del Paese. Un’area che non si ferma al Piemonte, ma che coinvolge da qualche anno a questa parte anche la Valle d’Aosta. Non c’è da stupirsi, tuttavia, giacché si tratta in realtà di un ritorno all’olivo per questi territori che un tempo avevano comunque conosciuto l’olivicoltura, seppure per una produzione sempre limitata a quantitativi esigui. In ogni caso, l’olivo appartiene a queste terre, ora compie solo il suo gran ritorno.

Intanto c’è da dire che esiste un bel gruppo che ci crede. Nel 2007 è stato costituito il Consorzio di tutela dell’olio extra vergine di oliva Piemonte e Valle d’Aosta. Ne è presidente Marco Giachino, ed esiste anche un sito internet. Lo scopo è tutelare e valorizzare l’olivicoltura considerando le “elevate potenzialità” di un olio così pregiato e particolarmente apprezzato. Ora sono state aperte diverse collaborazioni, con l’Università di Torino – la facoltà di Agraria, Dipartimento di Colture arboree – e con alcuni istituti tecnici locali. C’è anche un disciplinare di produzione, segno che si fa sul serio. E per quanti vogliano approfondire il fenomeno, è sufficiente procurarsi il volume Olivicoltura in aree marginali. Ricerca e prospettive in Nord Italia. Ne sono bravi curatori – e occorre darne pieno merito – Deborah Isocrono e Antonino De Maria, in forze all’Università di Torino, ed Emanuela Gaia Forni, del Settore fitosanitario della Regione Piemonte.

Ma non c’è soltanto il Consorzio di tutela, vi è pure l’Asspo, l’Associazione Piemontesi olivicoltori, il cui presidente è Pier Luigi Baratono. E’ un’organizzazione che dedica con passione la propria attività nell’offrire servizi ai neo olivicoltori e a quelli già collaudati. Fondata nel 2003 a Vialfrè, inizialmente da dieci appasionati, ora guarda e pensa al futuro. C’è speranza, sostiene Baratono: “molti sono i casi in cui l’olivo ha sostituito i rovi e le robinie”. A tutt’oggi potrebbe essere “una valida possibilità di recupero dei terreni lasciati incolti”.

Ritorniamo però al volume citato: c’è a segnalare un utile studio di Costanza Aghemo e Roberto Galletto sulla caratterizzazione e discriminazione degli oli piemontesi mediante analisi Nmr, in modo da vagliare qualità, autenticità e proprietà sensoriali dei campioni d’olio della regione; come pure, altrettanto importante, è quanto scrive Marco Devecchi, del Dipartimento di agronomia dell’Università di Torino, circa il ruolo e la centralità dell’olivo nella caratterizzazione e nel giardino storico. La lettura del volume si via via fa sempre più interessante, perché si scoprono aspetti che in molti hanno finora ignorato, anche perché non si è mai data notizia ed evidenza agli antichi alberi secolari. Di tali argomentazioni ne riferiremo più avanti, magari dopo l’estate, in modo che si possa dare maggiore risalto a un’olivicoltura che vuole ripartire dal proprio teritorio senza dimenticare il passato.

Sono state infatti poste le basi per la creazione di una banca dati del germoplasma olivicolo piemontese, senza trascurare i profili degli oli che si ottengono, caratterizzati dall’elevata concentrazione di acidi grassi insaturi rispetto alla media nazionale. Il dato positivo è che la maggior parte degli oli prodotti rientra nella categoria merceologoca degli extra vergini. Gli sforzi compiuti negli ultimi anni sono serviti moltissimo. E’ dunque da leggere con grande attenzione lo studio sulla qualità dell’olio piemontese. Come pure gli approfondimenti sulla coltura dell’olivo nel bacino orografico della Dora Baltea, o sull’olivicoltura nella provincia del Verbano Cusio Ossola, o sull’impianto sperimentale di Verzuolo, una importante esperienza di didattica e ricerca, o sulla sperimentazione effettuata presso l’Istituto Cavallini di Lesa, sul lago Maggiore. Insomma, c’è tutta una regione in fermento. Di fronte a un’Italia dell’olio che boccheggia, per mancanza di fiato, forse sarà proprio l’olivicoltura del Nord, quella della Liguria e del lago di Garda in tesa, e a seguire quella degli altri laghi lombardi, del Veneto e del Friulia Venezia Giulia, a segnare un impulso alla rinascita. Il fatto che aree come il Piemonte e perfino la Valle d’Aosta si staino muovendo è un buon segnale. Addirittura a Bolzano c’è un olivicoltore che da ormai più di dieci anni sta investendo in olivicoltura. Non sia sa mai che da questa nuova energia proveniente dal Nord non nasca una sorta di ripresa a livello nazionale. Il Sud ora deve fare la propria parte, senza rinunciare al proprio ruolo di primattore. Ma perché il Sud sia in grado di colare alto deve sagnciare quelle pesanti zavorre cui è legato: lo stato di sudditanza, psicologica e morale, verso quei poteri forti rappresentati da certo cattivo associazionismo di categoria. La gente del Sud si ribelli e pretenda la propria libertà, si sganci dalle associazioni vetuste: si indirizzi piuttosto verso quelle associazioni i cui rappresentanti sono animati ancora da passione e saggezza.

 

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