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Frumento ibrido CMS: più granella con meno azoto. Ecco cosa dicono i test in campo

Frumento ibrido CMS: più granella con meno azoto. Ecco cosa dicono i test in campo

Una sperimentazione biennale condotta in Piemonte su un ibrido di frumento tenero ottenuto con maschio-sterilità citoplasmatica (CMS) mostra rese superiori dal 6 al 16% rispetto a una varietà convenzionale, con una migliore efficienza d'uso dell'azoto e la possibilità di ridurre i dosaggi di concime. Attenzione però all'allettamento

16 settembre 2026 | 12:00 | R. T.

Il frumento tenero resta la coltura più diffusa al mondo e, in un contesto in cui si chiede di produrre di più consumando meno risorse, la scelta del genotipo e la gestione dell'azoto sono le due leve su cui si gioca la partita della sostenibilità. Gli ibridi di frumento rappresentano una strada promettente perché combinano i caratteri migliori delle linee parentali e sfruttano la cosiddetta eterosi, cioè quella maggiore vigoria che spesso si traduce in rese più alte e più stabili.

Finora però gli ibridi commerciali di frumento sono stati prodotti quasi tutti con maschio-sterilità indotta chimicamente, un sistema che comporta costi elevati del seme e rischi di fitotossicità. La novità è rappresentata dagli ibridi ottenuti con maschio-sterilità citoplasmatica (CMS), un sistema già collaudato nell'orzo che permette di produrre seme a costi inferiori. Lo studio condotto dall'Università di Torino in due annate consecutive (2022-23 e 2023-24) ha messo a confronto proprio un ibrido CMS pre-commerciale con una varietà convenzionale molto diffusa in Nord Italia, sottoponendoli a venti diverse strategie di concimazione azotata, con dosi complessive da 0 a 231 kg di azoto per ettaro, distribuite tra accestimento e inizio levata.

Rese più alte, soprattutto nelle annate difficili

Il dato che salta all'occhio è la superiorità produttiva dell'ibrido: +6% nel 2023 e ben +16% nel 2024, con una media del +11% sulle due annate. Un risultato che assume ancora più valore se si considera che il 2024 è stato un anno molto piovoso, con quasi 900 mm di pioggia contro i 480 mm del 2023 e con una conseguente maggiore lisciviazione dell'azoto dal terreno. Proprio in queste condizioni, con azoto meno disponibile, l'ibrido ha mostrato una capacità di adattamento superiore, confermando quella maggiore resilienza alle fluttuazioni meteorologiche che la letteratura attribuisce ai genotipi ibridi.

Da dove viene questo vantaggio? Non certo dal numero di spighe per metro quadro, che anzi è risultato in media inferiore del 6% rispetto alla varietà convenzionale, coerentemente con la minore densità di semina adottata (300 semi al metro quadro contro 450). Il maggior raccolto è dovuto invece a una migliore capacità di riempimento: l'ibrido ha prodotto l'11% in più di cariossidi per spiga e un peso dei mille semi superiore del 36%. In sostanza, la pianta compensa la minor densità di partenza con spighe più ricche e grani più pesanti.

L'azoto: meno ne serve, meglio lo usa

Il capitolo più interessante per chi concima è quello dell'efficienza d'uso dell'azoto. L'ibrido ha raggiunto la resa massima (8 Mg/ha contro 7,5 della convenzionale) con 183 kg di azoto per ettaro invece di 187, e soprattutto ha centrato l'obiettivo produttivo di 7 tonnellate per ettaro con appena 61 kg di azoto, contro i 110 kg richiesti dalla varietà convenzionale. Ancora più significativo il dato sulla dose economicamente ottimale: 135 kg/ha per l'ibrido contro 145 kg/ha per la convenzionale, con una resa attesa superiore.

In termini di efficienza agronomica e di recupero dell'azoto, l'ibrido ha sovrastato la convenzionale nel 2024 (+15% e +8% rispettivamente), mentre nel 2023 le differenze non sono state statisticamente significative. Il vantaggio si è concentrato soprattutto ai bassi dosaggi di concime, a conferma di una migliore capacità di sfruttare le unità di azoto distribuite. Non sono emerse differenze sostanziali tra i due genotipi nella ripartizione dell'azoto tra granella e paglia, ma l'ibrido ha mostrato una tendenza a una maggiore rimobilizzazione verso il grano.

Il tallone d'Achille: l'allettamento

C'è però un rovescio della medaglia, ed è bene conoscerlo prima di seminare. L'ibrido si è dimostrato più alto della convenzionale (circa 95 cm contro 81) e nel 2023, annata con minor pioggia invernale e quindi maggiore azoto disponibile in suolo, ha manifestato un allettamento molto più marcato: il 60% delle piante contro appena il 2% della varietà convenzionale. Il fenomeno ha penalizzato la resa, riducendo il vantaggio che altrimenti sarebbe stato ancora più consistente.

Gli autori hanno individuato una soglia utile: quando l'NDVI misurato all'inizio della levata supera 0,77, il rischio di allettamento diventa concreto. Nel 2024, quando i valori di NDVI non hanno mai raggiunto quella soglia, l'ibrido non ha avuto problemi di allettamento. Questo suggerisce che il monitoraggio con sensori ottici può diventare uno strumento prezioso per calibrare la seconda concimazione ed evitare di caricare troppo la coltura.

Consigli pratici per chi vuole provare l'ibrido

Il primo consiglio riguarda la densità di semina. L'ibrido è stato seminato a 300 semi al metro quadro, contro i 450 della convenzionale, e ha comunque eguagliato o superato la copertura del suolo e la biomassa della convenzionale. Ridurre il seme non penalizza la resa e aiuta a contenere il costo, che per gli ibridi resta più alto. Attenzione però a non scendere troppo: il gap di spighe fertili va monitorato, perché una densità eccessivamente bassa non è sempre recuperabile.

Il secondo consiglio riguarda la concimazione. I dati mostrano che l'ibrido risponde bene anche a dosi ridotte, quindi non serve caricare l'azoto per inseguire la resa massima. Anzi, nelle situazioni di buona fertilità del suolo e con andamento piovoso favorevole, dosi elevate aumentano il rischio di allettamento. Meglio distribuire l'azoto in modo mirato, sfruttando i sensori di vegetazione per valutare lo stato nutrizionale della coltura prima del secondo intervento.

Il terzo consiglio è di tipo agronomico: se si sceglie l'ibrido, è opportuno ragionare su varietà con statura più contenuta o prevedere l'uso di regolatori di crescita, anche se su questo aspetto servono ancora prove specifiche. La ricerca futura dovrà infatti selezionare ibridi con altezza ridotta e minore sensibilità all'allettamento, senza perdere la vigoria che li caratterizza.

Verso una cerealicoltura più efficiente

La conclusione degli autori è chiara: gli ibridi CMS possono rappresentare una via concreta verso sistemi cerealicoli più efficienti e resilienti, capaci di mantenere rese elevate con meno azoto. Il vantaggio economico è duplice, perché da un lato si riduce il costo del seme rispetto agli ibridi chimici, dall'altro si risparmia sul concime. A questo si aggiunge un beneficio ambientale non secondario, legato alla minore impronta di carbonio e alla riduzione delle perdite di azoto.

Resta però un messaggio di prudenza: ogni innovazione genetica richiede un adattamento della tecnica colturale. L'ibrido non è una varietà convenzionale con qualche punto di resa in più, ma una pianta con una fisiologia diversa, che va gestita con densità, concimazioni e strategie fitosanitarie su misura. La raccomandazione finale è di procedere per gradi, testando l'ibrido su superfici limitate e confrontandolo direttamente con le varietà aziendali, così da capire come si comporta nei propri terreni e con il proprio clima. Solo così si potrà sfruttare appieno il potenziale di questa innovazione, trasformando i buoni risultati sperimentali in un vantaggio concreto per l'azienda agricola.

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