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Meno carne, più verdure: così l'agricoltura mondiale cambierà volto entro il 2050

Meno carne, più verdure: così l'agricoltura mondiale cambierà volto entro il 2050

Secondo Nature una svolta globale verso diete più sane e coltivazioni efficienti potrebbe ridurre i terreni agricoli del 6%, ma farà crollare del 42% il valore degli allevamenti. L'India ne uscirà vincente, gli Stati Uniti e l'Europa dovranno fare i conti con perdite pesantissime

28 luglio 2026 | 15:00 | T N

Se l'umanità decidesse davvero di mangiare meglio, sprecare meno e coltivare in modo più intelligente, il volto dell'agricoltura globale tra venticinque anni sarebbe irriconoscibile. A tracciare lo scenario è uno studio pubblicato su Nature da un team internazionale guidato dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine e dalla Cornell University, che ha messo a punto un modello per anticipare gli effetti di una transizione alimentare simile a quella proposta dalla Commissione EAT-Lancet 2025.

I numeri parlano chiaro. Entro il 2050, i terreni coltivati potrebbero ridursi del 6% rispetto alle tendenze attuali, ma il vero terremoto riguarderà gli allevamenti: il valore globale della produzione zootecnica crollerebbe del 42%, pari a 630 miliardi di dollari. In particolare, il comparto dei ruminanti – bovini da carne, pecore e capre – subirebbe un tracollo del 70% (274 miliardi di dollari), con 400 milioni di capi in meno sul pianeta rispetto al 2020.

All'opposto, l'agricoltura vegetale vivrebbe un'epoca d'oro. Il valore combinato di ortaggi, frutta, frutta secca e legumi – questi ultimi fondamentali per l'apporto di proteine e fibre – schizzerebbe del 57%, aggiungendo 890 miliardi di dollari all'economia globale.

Un beneficio per salute e clima
La transizione non sarebbe solo un esercizio contabile. Secondo la stessa Commissione EAT-Lancet, un regime alimentare sano su scala mondiale potrebbe evitare 15 milioni di morti premature l'anno. E i benefici ambientali sarebbero altrettanto impressionanti: le emissioni nette di CO₂ legate al cambiamento dell'uso del suolo – pensate alla deforestazione per fare spazio a pascoli e campi – potrebbero crollare dell'85% rispetto al 2020.

Oggi, il sistema alimentare globale genera costi nascosti tra i 10 e i 20 trilioni di dollari all'anno, tra spese sanitarie, danni ambientali e perdita di produttività. La fetta più grande di questo conto salato è imputabile proprio a diete squilibrate.

L'allarme degli scienziati: "Decisioni difficili, ma subito"
«Trasformare il sistema alimentare porterebbe enormi benefici alla salute e all'ambiente – spiega il dottor Matt Gibson, primo autore dello studio, oggi alla LSHTM – ma i nostri risultati mostrano che sconvolgerebbe anche l'agricoltura globale, con ripercussioni sulla vita di milioni di agricoltori e produttori. Non usiamo questi dati come scusa per restare inerti. I governi devono raccogliere la sfida e prendere decisioni difficili, confrontandosi con gruppi potenti che traggono vantaggio dallo status quo. L'attuale sistema alimentare fallisce sia chi produce il cibo sia chi dovrebbe esserne nutrito».

Daniel Mason-D'Croz, coautore della Cornell, aggiunge: «Non consideriamo questi scenari come previsioni, ma come una bussola per individuare in anticipo dove nasceranno sfide e opportunità. Quali settori si contrarranno, quali si espanderanno. Una trasformazione di questa portata non può iniziare nel 2050: la modellistica previsiva è uno strumento prezioso per agire già oggi».

Chi vince e chi perde nel mondo
L'impatto economico, però, sarà tutt'altro che uniforme. Le differenze regionali sono impressionanti:

  • Stati Uniti: il valore totale dell'agricoltura calerebbe del 21% (76 miliardi di dollari), ma le coltivazioni crescerebbero del 20% (+40 miliardi), mentre la zootecnia perderebbe il 73% (116 miliardi).

  • India: scenario opposto, con un balzo del 46% del valore agricolo totale (+198 miliardi). Le colture salirebbero del 65% (+208 miliardi) e gli allevamenti subirebbero solo un modesto -8% (10 miliardi).

  • Europa: contrazione complessiva del 35% (-190 miliardi), con le colture in leggero calo (-8%, -22 miliardi) e la zootecnia in forte flessione (-66%, -168 miliardi).

Il nodo culturale e i limiti del modello
Gli autori avvertono che il loro scenario parte da un'assunzione ottimistica: che i consumatori cambino spontaneamente le proprie abitudini alimentari, senza costi aggiuntivi. Nella realtà, i cibi sani non sono sempre accessibili o convenienti, e le scelte sono plasmate da tradizioni, reddito, disponibilità e cultura.

Lo studio, insomma, non è una profezia ma un esercizio di "foresight" – un modo per esplorare futuri possibili e prepararsi. La conclusione è netta: per cogliere i benefici senza lasciare indietro intere comunità, servono politiche coraggiose già da oggi, che proteggano i produttori più vulnerabili e accompagnino la transizione. Altrimenti, il rischio è che il piatto della salute e del pianeta resti per metà vuoto.

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