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Il grano italiano in ginocchio: prezzi sotto i costi, la filiera si spacca e la CUN resta nel mirino

Il grano italiano in ginocchio: prezzi sotto i costi, la filiera si spacca e la CUN resta nel mirino

Tra quotazioni in caduta libera, importazioni selvagge e un monitoraggio Ismea finito al Tar, la crisi della cerealicoltura italiana si aggrava. Le associazioni agricole chiedono interventi immediati, ma il fronte industriale diserta i tavoli della neonata Commissione Unica Nazionale

27 luglio 2026 | 11:00 | T N

La crisi del grano duro italiano non accenna a fermarsi, anzi. Mentre gli agricoltori si preparano a trebbiare il raccolto 2026 in perdita, la filiera si trova di fronte a uno spettro che si fa sempre più concreto: la fine della cerealicoltura nazionale. Confagricoltura ha lanciato l'allarme: le quotazioni della neonata Commissione Unica Nazionale (CUN) per il frumento duro di qualità superiore sono inferiori a 300 euro a tonnellata, "al di sotto dei costi medi di produzione: chi raccoglie grano duro quest'estate lo fa in perdita". Un dato che conferma la tendenza degli ultimi anni, con un tasso di autoapprovvigionamento sceso al 56,5% e superfici coltivate ridotte del 10% dal 2012.

La situazione è esplosiva. Da quando il ministro Lollobrigida ha annunciato l'istituzione definitiva della CUN a gennaio 2026, Italmopa, l'associazione che rappresenta la parte industriale della filiera, non si è più presentata alle riunioni dell'organismo. Un boicottaggio che per Cia-Agricoltori Italiani è "miope e autolesionistico". Gennaro Sicolo, vicepresidente nazionale di Cia, denuncia un tentativo di "delegittimare uno strumento istituito per definire e stabilizzare il prezzo tra il mondo agricolo e quello industriale, superando le fluttuazioni delle borse merci locali". Una strategia che rischia di far saltare l'unico tavolo in grado di garantire equità e trasparenza in una filiera da tempo in balia delle speculazioni.

I numeri della vergogna

La fotografia scattata da Ismea è impietosa: a settembre 2025, il costo medio di produzione per il grano duro al Sud era stimato in 31,8 euro al quintale, mentre i prezzi pagati agli agricoltori oscillavano attorno ai 28 euro. Uno scarto che, secondo le analisi, è figlio di un crollo delle quotazioni del 35-40% negli ultimi quattro anni. La forbice si allarga ulteriormente se si guarda al dettaglio: dal 2022, il prezzo al produttore del grano duro italiano è diminuito del 44%, mentre quello della pasta è aumentato in media del 23%.

"Basta mortificare il lavoro dei cerealicoltori", tuona la Cia, che rivendica il monitoraggio Ismea come uno strumento fondamentale per dare sostanza alla direttiva europea sulle pratiche sleali. La stessa Coldiretti, che aveva mobilitato ventimila agricoltori in piazza, aveva accolto con favore il monitoraggio, definendolo un "passo avanti fondamentale" per fermare le speculazioni. L'organizzazione aveva presentato al Governo un piano con sette richieste chiave, ottenendo l'impegno a istituire la CUN e a stanziare 40 milioni per i contratti di filiera.

Ma il fronte industriale ha scelto un'altra strada.

La sentenza che cambia tutto

A luglio 2026, il Tar del Lazio ha annullato il monitoraggio Ismea, accogliendo il ricorso di quaranta società molitorie e di Italmopa. I giudici hanno censurato il mancato coinvolgimento delle aziende molitorie nella formulazione dei costi medi di produzione, un vizio procedurale che, secondo i molini, rendeva illegittimo l'intero impianto. Una decisione che rischia di minare alla base lo strumento di contrasto alle pratiche commerciali sleali, visto che il Dl 198/2021 riconosce come pratica sleale proprio "l'imposizione di condizioni contrattuali estremamente gravose per il venditore, ivi compresa quella di vendere i prodotti agricoli a prezzi al di sotto dei costi di produzione".

La Cia ha risposto invitando Ismea a "colmare le eventuali lacune segnalate dal Tar, ma di concerto con tutta la filiera", ribadendo che il monitoraggio "è un asset strategico dell'agroalimentare italiano e merita percorsi partecipati, condivisi e non sterili contrapposizioni". Coldiretti, dal canto suo, continua a chiedere che il prezzo venga adeguato ai valori reali sostenuti dalle aziende agricole, denunciando che le quotazioni sotto i costi di produzione rappresentano una violazione delle norme sulle pratiche sleali.

La guerra delle importazioni

Sullo sfondo, il mercato è invaso da grano straniero. Nei primi sette mesi del 2025, le importazioni di grano duro sono cresciute del 7,32%, con l'Italia che dipende dall'estero per il 54,8% del grano utilizzato. Un'ondata che secondo Coldiretti è favorita dall'assenza del principio di reciprocità delle regole: "I prodotti agroalimentari importati da Paesi terzi devono rispettare gli stessi standard ambientali, sanitari e sociali imposti agli agricoltori italiani". Il riferimento è al grano canadese trattato con glifosate e a quello turco o russo prodotto con pesticidi vietati in Europa.

"Non è più tollerabile che il grano venga pagato meno di quanto costa produrlo", denuncia Coldiretti Puglia, che ha disertato le borse merci di Foggia, giudicate ormai obsolete. L'organizzazione chiede di estendere a tutta l'UE l'obbligo di indicare l'origine del grano sulla pasta, come già avviene in Italia. Una battaglia per la trasparenza che coinvolge anche i consumatori: "I consumatori hanno il diritto di sapere cosa mettono nel piatto", ribadisce Coldiretti.

Un futuro incerto

Il tavolo di filiera convocato a Roma a metà luglio, con la proposta di LiberiAgricoltori di un piano da 300 milioni in tre anni per il grano 100% italiano, rappresenta l'ultima speranza per il comparto. Ma la strada è in salita. La CUN, strumento nato per superare le borse merci locali e fermare le speculazioni, rischia di restare un guscio vuoto senza la partecipazione dell'industria molitoria. Intanto, gli agricoltori continuano a produrre in perdita, con il rischio concreto che molti abbandonino la coltivazione, aumentando la dipendenza dall'estero e mettendo a repentaglio la sovranità alimentare del Paese.

"Non si tratta di una crisi di mercato ma di una crisi di sovranità produttiva", ha dichiarato Confagricoltura. Parole che riecheggiano in un settore dove la pasta, simbolo del Made in Italy, viene sempre più spesso prodotta con grano importato.

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