Bio e Natura
Il mercato torna a premiare il grano duro
Oggi la redditività del grano duro, che costituisce il 5% di tutto il grano prodotto, si fa molto interessante. Agrilevante ha permesso di evidenziare il buon momento del settore ma anche la necessità di creare alternative colturali
06 novembre 2015 | Marcello Ortenzi
Ad Agrilevante di Bari un convegno (Redditività della cerealicoltura in Sud Italia tra nuova Pac e sostenibilità ) ha esaminato la situazione del comparto del grano duro, evidenziando le ottime notizie sulla performance nel 2015 per il cereale in un contesto di calo dei prezzi sui mercati nazionali e internazionali per i cereali italiani. â
Dai dati Istat emerge infatti un incremento del 6,8% nella produzione e un modesto +1,9% di aumento delle superfici rispetto alla campagna 2014: le regioni capofila della produzione sono Emilia-Romagna e Veneto in Nord Italia. Nel centro Italia la superficie destinata a grano duro è cresciuta in maniera sensibile solo in Toscana e in Abruzzo, mentre nel Lazio, nonostante il calo delle superfici, si è registrato un aumento produttivo superiore al 14%. âAl Sud,dove il grano duro è la coltura più rilevante, la superficie destinata al cereale ha subito solo un piccolo calo ma la produzione complessiva è in crescita, grazie soprattutto all'aumento delle rese in Campania.
Il prof. Angelo Frascarelli, dell’Università di Perugia ha puntualizzato che “Grazie ai prezzi particolarmente favorevoli, oggi la redditività del grano duro, che costituisce il 5% di tutto il grano prodotto, si fa molto interessante. Considerando un prezzo della produzione di 300 euro/t, da un ettaro di grano duro si ottengono mediamente 1.650 euro a nord, 1.410 euro al centro e 1.260 euro al sud. Invece, produrre un ettaro di grano duro al nord costa 1.065 euro, al centro 995 euro e al sud 930 euro (valori calcolati attraverso i prezziari dei contoterzisti e indagini personali)”. In particolare, sottraendo i costi dai ricavi si ottiene che la redditività del grano duro al nord raggiunge quota 585 euro, mentre al centro e al sud arriva rispettivamente a 415 euro e 330 euro, grazie anche ai 60 euro di pagamento accoppiato previsto dalla nuova Pac. âSi tratta di valori non raggiungibili da altri cereali.
“Gli ultimi segnali che provengono dai listini nazionali, tuttavia, non sono molto incoraggianti" ha precisato Herbert Lavorano, collaboratore de L’Informatore Agrario e dell’Op Italia Cereali. "Bisogna considerare che lo “spread” di prezzo tra frumento tenero e duro (ora a 120 euro/t) provocherà sicuramente un incremento delle superfici nelle aree non tradizionali (Francia, pianura padana ecc.), per cui l’offerta abbondante potrebbe deprimere i prezzi nel prossimo anno. Al Sud, se i prezzi attuali sono soddisfacenti, viste le scarse alternative colturali, nel lungo periodo la coltivazione potrebbe risultare meno conveniente. Si è evidenziato nel convegno il caso particolare della Puglia, regione che produce il 50% delle semole di grano duro a livello nazionale. L'industria pugliese è molto orientata verso i mercati internazionali e alcune strutture di commercio estero realizzano anche importanti esportazioni di granella verso il Nord Africa (Tunisia,Algeria,ecc).
I porti pugliesi sono ormai specializzati nello scambio del grano duro nel mediterraneo. Tuttavia, i produttori cerealicoli pugliesi esprimono un'offerta che di fatto appare complementare a quella estera. Il basso contenuto proteico del prodotto può essere un motivo ma è di maggior peso la discontinuità temporale dell'offerta, a causa delle vendite in conto deposito. Molte aziende preferiscono mantenersi libere per vendere quando le necessità di liquidità si fa maggiore".
Le regioni esportatrici come la Sicilia e la Basilicata hanno anch'esse un futuro di possibile calo dei redditi a causa dei pochi molini industriali esistenti e invece dei molti artigianali che non assicurano una vera competitività. "Una possibile strategia per le produzioni del Mezzogiorno, afferma Lavorano,"è la differenziazione dei parametri qualitativi (glutine, colore, salubrità), per la quale è però indispensabile la costruzione di filiere specializzate in collaborazione tra imprese agricole, stoccatori, industrie di trasformazione e mondo della ricerca”.
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