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Il settore agricolo italiano troppo debole per lo scenario internazionale

Il settore agricolo italiano troppo debole per lo scenario internazionale

Le aziende agricole per sopravvivere devono maturare redditività. La riduzione del valore aggiunto e della produzione agricola ha riguardato principalmente le regioni del Centro e del Sud

29 novembre 2024 | 15:00 | C. S.

Le sfide che sta affrontando l’agricoltura derivano da uno scenario denso di complessità, che ha pochi precedenti nel settore. La tenuta economica delle aziende è messa a dura prova e l’intera filiera agroalimentare non può permettersi un comparto primario debole. Per ridare fiato all’economia si auspicano tagli nei tassi delle Banche Centrali, alla luce di un’inflazione che sembra rientrata. Ma restano ancora i conflitti bellici, i rigurgiti di protezionismo (raddoppiati nell’ultimo quinquennio gli interventi contro la liberalizzazione degli scambi) e i disastri naturali legati ai cambiamenti climatici (93 nel 2023 in Europa). La volatilità dei prezzi delle commodity agricole è, infatti, diventata “la norma” e si è triplicata rispetto all’ultimo decennio del Novecento. Questo non gioca né a favore dei produttori, né dei consumatori. E’ questo il primo impatto raccontato dallo studio Nomisma per Cia “Le competitività dell’agricoltura di fronte alle complessità di contesto: scenari evolutivi e prospettive future” presentato all’Assemblea annuale a Roma.

EVOLUZIONE AZIENDE AGRICOLE: DIMINUISCONO NELLE AREE INTERNE - Negli ultimi vent’anni, metà delle aziende agricole sono uscite dal settore (-53%) quelle rimaste si sono rafforzate. Il settore ha tenuto sul lato della superficie coltivata (-5%), portando così le dimensioni medie delle aziende agricole italiane un po' più vicine a quelle europee (11 ettari vs 17 ettari di media Ue). Tra il 2000 e il 2020, delle 1,3 milioni di aziende che hanno chiuso i battenti, 3 su 4 erano situate in aree collinari e montane (circa 936 mila). La chiusura ha comportato la riduzione di 850mila ettari di superficie agricola coltivata. Considerando il problema dello spopolamento delle aree interne e il contestuale dissesto idrogeologico, viene meno quei territori più difficili la funzione di prevenzione e salvaguardia dell’agricoltore.

VALORE AGGIUNTO AGRICOLTURA: IN CALO RISPETTO A COMPETITOR UE - Le aziende agricole per sopravvivere devono maturare redditività. Purtroppo l’Italia, pur rappresentando la seconda “potenza agricola” dell’Unione europea per valore aggiunto generato, ha visto negli ultimi cinque anni una crescita di tale valore (a prezzi correnti, comprensivi dell’inflazione) al di sotto della media: + 24% contro una media Ue del 41% e di altri competitor come Spagna e Germania al di sopra del +45%. Anche in confronto agli altri settori dell’economia italiana l’agricoltura è rimasta indietro: tra il 2015 e il 2023, al netto dell’inflazione, il valore aggiunto nel settore primario è diminuito di quasi 9 punti percentuali, mentre nell’industria alimentare -dopo il calo legato alla pandemia- è arrivato a +12%, nel commercio a +19%, contro una media dell’intera economia italiana che ha registrato una variazione del +11%.

DIFFERENZE NORD/SUD - La riduzione del valore aggiunto e della produzione agricola (a valori costanti depurati dall’inflazione) ha riguardato principalmente le regioni del Centro (-10% il valore della produzione rispetto al 2015) e del Sud (-7%). Quasi tutte le principali produzioni agricole hanno subito importanti riduzioni. Considerando le medie biennali 2022/23 rispetto a quelle 2015/16, la produzione di grano duro è scesa del 30% nel Sud del Paese, lo stesso è accaduto per l’uva da vino. Al Nord la stessa diminuzione è toccata al mais, mentre per pesche e pere si è andati oltre il -50%. Solamente il latte sembra aver tenuto, registrando una crescita nel valore della produzione. Questi crolli produttivi sono in larga parte determinati dagli effetti nefasti dei cambiamenti climatici: deficit idrico al Sud (specie Sicilia) e alluvioni al Nord.

BILANCIA COMMERCIALE IN DEFICIT 7 ANNI SU 10, SOVRANITA’ ALIMENTARE IN BILICO - La riduzione della produzione agricola nazionale danneggia in primis gli agricoltori ma non fa certo bene all’industria alimentare, né tanto meno alla bilancia commerciale del Paese. Per quanto il nostro export agroalimentare sia cresciuto nell’ultimo decennio (+87%), anche le importazioni hanno seguito un trend analogo (+52%), generando sette volte un deficit commerciale, sui dieci anni considerati. Ciò in ragione di un grado di autoapprovvigionamento che per molti prodotti e filiere risulta notevolmente al di sotto dell’autosufficienza: dal grano duro all’olio d’oliva, dalla carne bovina al mais, da quella suina al frumento tenero. I danni provocati dai cambiamenti climatici hanno peggiorato la situazione: nel caso del grano duro e del mais, il grado di autoapprovvigionamento è diminuito nel corso degli ultimi 5 anni, rendendo la nostra filiera della pasta (e quella mangimistica) ancora più dipendente dall’estero.

CONSUMI ANCORA AL PALO RISPETTO AL PRE PANDEMIA - Per quanto riguarda i consumi alimentari sul mercato nazionale si registra un livello ancora al di sotto di quello pre pandemico (242,3 miliardi di euro nel 2023 contro i 252,2 del 2019, al netto dell’inflazione). Anche la componente dei consumi fuori-casa ha subito lo stesso taglio (da 87,5 miliardi di euro del 2019 a 81,5 miliardi del 2023) segno inequivocabile di una situazione economica delle famiglie non certo rosea. Anche le vendite al dettaglio di prodotti alimentari per i primi 9 mesi del 2024 evidenziano lo stesso trend dei due anni precedenti, vale a dire una crescita nella spesa a valore (+1,3%) non supportata da un analogo aumento nei volumi di acquisto (-1%) rispetto allo stesso periodo del 2023. Il dato sul clima di fiducia dei consumatori italiani continua a mostrare un gap tra clima economico e clima futuro, entrambi in peggioramento a ottobre.

MERCATI ESTERI, EFFETTI INDIRETTI DA MINACCIA DAZI TRUMP - Non resta che guardare con più fiducia ai mercati esteri, anche se le incognite non mancano. Prima fra tutte la minaccia di nuovi dazi da parte di Trump, che mira a ridurre il rilevante deficit esistente con la Cina (278 miliardi di euro nel 2023, senza contare gli ulteriori 101 con il Vietnam da cui partono spesso prodotti cinesi), ma anche con il Messico (145 miliardi euro) e il Canada (72 miliardi di euro). Il principale Paese Ue con cui gli Usa scontano un deficit commerciale è la Germania (80 miliardi di euro) che rappresenta il nostro primo mercato di export per i prodotti agroalimentari (10 miliardi euro esportati nel 2023). Dunque, oltra alla paura di possibili dazi aggiuntivi sui prodotti agroalimentari italiani (come accadde nel 2020) occorre anche prestare attenzione agli effetti indiretti derivanti dai dazi applicati ai paesi che per noi ricoprono un ruolo importante come mercato di sbocco.

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