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Le cooperative agroalimentari valgono il 25% dell’Italian food
Tanti i tarli che erodono la competitività del comparto: il dumping e il lavoro nero, i costi dell’energia e delle materie prime. la mancanza di figure professionali, la Farm to Fork e il nutriscore
16 marzo 2023 | C. S.
"Un patto tra governo e cooperazione agroalimentare per salvaguardare le eccellenze del nostro made in Italy di cui le cooperative rappresentano 1/4 del valore", lo dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative incontrando Francesco Lollobrigida, ministro dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste.
"In Italia sono, infatti, realizzati dalle cooperative: il 60% della produzione vitivinicola, il 70% di quella lattiero casearia, oltre il 40% di quella ortofrutticola e il 60% dell’avicunicola. Una filiera tre volte italiana per prodotto, produttori e territorio. È impensabile – aggiunge Gardini – competere nello stesso mercato con regole diverse. Sono tanti i tarli che erodono la competitività di un comparto che incide sul Pil per il 15%: 1) il dumping e il lavoro nero, da un lato tante imprese che rispettano le regole dall’altro chi non lo fa; 2) la vertiginosa spirale inflattiva dei costi dell’energia e delle materie prime; 3) il mismatch la mancanza di figure professionali; 4) la Farm to Fork e le normative comunitarie in materia di sostenibilità che chiedono alle imprese inversioni di rotta troppo rapide senza misure di accompagnamento e mentre si regolamenta il mercato UE si importano prodotti agricoli da paesi dove si utilizza ancora il DDT; 5) il nutriscore verso cui ribadiamo la nostra ferma contrarietà perché banalizza e penalizza la dieta mediterranea; 6) per finire l’Italian sounding che pesa per oltre 100 miliardi di euro, vale a dire il doppio del nostro export".
"Il ripristino dell’utilizzo dei voucher è una misura adottata dal governo che va nella giusta direzione. Le nostre cooperative danno lavoro a 530.000 persone, potrebbero assumerne altre 25.000, ma mancano molte figure professionali adeguate. Solo nell’agricoltura – conclude Gardini – alle nostre cooperative, che danno lavoro a 74.000 persone, mancano oltre 2.500 lavoratori tra raccoglitori semplici e qualificati".
"Fino a poco tempo fa la preoccupazione principale delle cooperative – ha detto il presidente di Confcooperative FedagriPesca Carlo Piccinini nel suo intervento – era valorizzare il prodotto dei propri soci e competere sul mercato: oggi invece si è aggiunto anche il problema di produrre e commercializzare facendo fronte a crescenti difficoltà derivanti da scelte politiche comunitarie sull’alimentare e sulla pesca a dir poco ideologizzate. Rischiamo di non riuscire più ad assolvere alla nostra mission di promozione dello sviluppo economico e sociale specie nelle aree più marginali del paese".
Il Presidente della federazione agricola di Confcooperative, che associa oltre 3mila cooperative agroalimentari e della pesca per un fatturato complessivo superiore a 32,6 miliardi, ha rivolto un appello al Ministro affinché il dicastero da lui guidato "si faccia promotore di una posizione fortemente critica nei confronti delle ultime proposte normative della Commissione Europea in materia di riduzione dei fitosanitari e di riduzione degli imballaggi in plastica, così come quelle che tendono a penalizzare le filiere del vino e della carne, senza fare distinzione tra l’uso moderato e l’abuso di prodotti considerati dannosi per la salute. Il ministero della Sovranità alimentare – ha aggiunto Piccinini – è chiamato a tutelare con forza e decisione il nostro sistema agroalimentare da tutte quelle iniziative che prescindono da approfonditi studi di impatto sul sistema produttivo e che, senza tener conto del quadro di crescente difficoltà in cui le nostre aziende si trovano ad operare, rischiano di avere conseguenze incalcolabili sulla sicurezza degli approvvigionamenti".
Il presidente Piccinini ha quindi avanzato al Ministro Lollobrigida una proposta finalizzata ad orientare le risorse pubbliche destinate al settore agroalimentare a quelle specifiche realtà produttive che investono sull’Italia, generano indotto locale e vendono prodotti frutto di una filiera davvero tutta italiana. "A nostro avviso – ha spiegato il presidente – è auspicabile che almeno le risorse di competenza del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste vadano di fatto a premiare chi può fregiarsi del brand Made in Italy, sfruttando gli strumenti di tracciabilità ad oggi disponibili per ascrivere il made in Italy ai soli processi produttivi in cui l’origine italiana dei fattori della produzione sia garantita e certificata, a partire dalla materia prima fino ad arrivare alla trasformazione». Una rivendicazione, quella avanzata dalla cooperazione, che si fonda proprio «sulla rilevanza e sul ruolo che le cooperative rivestono nella costruzione e preservazione del patrimonio culturale ed economico del Paese». Per il presidente Piccinini «un concetto così rilevante per la nostra economia e così prezioso per il tessuto agroalimentare italiano deve necessariamente essere valorizzato e assistito da interventi di politica economica destinati a chi può realmente fregiarsi del brand Made in Italy".
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