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Italia importa 549 mila tonnellate di olio d'oliva

Molto significativo l’incremento dell’import dall’Africa: +241% dal Marocco e +65,6% dalla Tunisia, mentre è calato quello dalla Spagna. Cala del 6,3% l’export di olio d'oliva negli Stati Uniti, principale mercato per il settore olivicolo italiano

10 giugno 2019 | C. S.

In forte crescita le importazioni di olio proveniente dall’Africa, mentre cala l’export negli Stati Uniti, principale mercato per il settore olivicolo italiano. E’ quanto emerge dal report di maggio 2019 dell’Ismea sull’olio d’oliva (dati Istat). L’Italia, dopo un’annata disastrosa sotto il profilo quantitativo con 175mila tonnellate prodotte, nel 2018 si è confermata al primo posto al mondo come Paese importatore con 549mila tonnellate.

Molto significativo l’incremento dell’import dall’Africa: +241% dal Marocco e +65,6% dalla Tunisia, mentre è calato quello dalla Spagna (-17,9%) che rimane comunque nettamente leader della domanda italiana all’estero. In diminuzione (-6,3%) le esportazioni negli Stati Uniti, che consumano 320mila tonnellate di olio d'oliva a fronte di una produzione di 10mila, dove è in corso una petizione per chiedere al Dipartimento Usa al Commercio Estero di escludere l’olio d’oliva europeo, in quanto alimento salutare, dalla lista di prodotti su cui pende la scure dei dazi minacciati dal presidente Trump.

“Il rischio concreto è che arrivino in Italia produzioni di qualità molto bassa, svendute a prezzi insostenibili, che provocano danni ai produttori e alla salute dei consumatori - spiega David Granieri, presidente Unaprol, Consorzio olivicolo italiano – Preoccupante è il calo dell’export negli Stati Uniti che rappresentano il 30% dell’export dell’olio italiano sia in volume sia in valore. Una diminuzione che potrebbe nascondere anche un timore relativo alla diffusione dell’italian sounding, fenomeno che denunciamo e combattiamo da anni. Inoltre, ad aggravare la situazione c’è il rischio dei dazi minacciati da Trump che favorirebbero le falsificazioni e aprirebbero la strada a Paesi al di fuori dell’Ue con prodotti meno controllati e di qualità inferiore”.

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