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La mossa di Donald Trump contro le denominazioni d'origine europee: è game over?

In Italia si litiga su cos'è Made in Italy mentre gli Stati Uniti si apprestano a varare un grande piano internazionale per mettere fuori gioco le denominazioni d'origine europee. Gorgonzola, parmesan e asiago vengono considerati nomi comuni e c'è il no alla tutela per vini e superalcolici

16 giugno 2017 | Alberto Grimelli

Mentre in Italia si litiga sul Made in Italy, Donald Trump prepara lo sgambetto alle denominazioni d'origine europee.

L'agenzia stampa Reuters ha svelato tutte le divisioni e le fazioni che si celano nel mondo dell'agroalimentare italiano che potrebbe promuoversi dietro un unico brand ma che litiga su chi possa fregiarsi del fregio della Repubblica Italiana.

Due le posizioni, distanti e inconciliabili.

Da una parte chi ritiene che possa essere davvero Made in Italy solo il prodotto la cui materia prima e la lavorazione avvenga sul suolo nazionale. Dall'altra parte chi ritiene sia sufficiente il solo know how, ovvero la capacità di fare, ovvero sia determinante la lavorazione e non la materia prima.

“Se apriamo le porte a materia prima straniera – ha affermato alla Reuters, Riccardo Deserti, direttore del Consorzio Parmigiano Reggiano – non possiamo più parlare di reale Made in Italy, non è questo il tipo di aiuto che stiamo cercando.”

"Siamo italiani, paghiamo le tasse in Italia e produciamo con materie prime straniere secondo le regole della qualità italiana", ha detto Paolo Barilla, vicepresidente dell'impresa familiare.

I primi si fanno forti del comune sentire della popolazione di consumatori, che sempre più vuole sapere l'origine dei prodotti che consuma, nel nostro Paese e all'estero.
I secondi si appoggiano alle regole doganali europee e internazionali che fanno riferimento all'ultima “trasformazione sostanziale”, definizione assai malleabile e interpretabile. Un ragù prodotto in Italia grazie a carne estera sarebbe Made in Italy, la stessa salsa prodotta all'estero con carni italiane invece no.

Mentre l'Italia si spacca, all'estero i nomi italiani vengono utilizzati senza tanti riguardi, per esempio da Fonterra in Nuova Zelanda che usa la bandiera italiana su Parmesan e Mozzarella, prodotti là, solo perchè il fondatore dell'impresa era italiano, migrato in Australia negli anni 1920.

Si potrebbero fare molti casi simili, ovviamente. Il pericolo maggiore, però, non viene dalle aziende straniere che fanno Italian sounding ma da Donald Trump.

Il Presidente degli Stati Uniti, attraverso il suo ufficio delegato al commercio estero, ha stilato un rapporto finale che traccia la linea dei prossimi anni, a tutto svantaggio delle nostre Dop. Nel report, 2017 Report 301, si legge infatti che l'amministrazione si impegna “limitare i danni creati dal riconoscimento delle Indicazioni Geografiche (Ig) da parte dell’Unione Europea”, evidenziando altresì “gli effetti negativi che l’approccio dell’Ue nei confronti delle Ig può avere per i produttori e commercianti Usa nell’accedere ai mercati internazionali e del terzo mondo, specialmente quelli con diritti precedenti sui marchi commerciali, o quelli che confidano nell’uso dei nomi comuni dei prodotti agroalimentari”.

Una completa marcia indietro sui diritti di utilizzo di certi nomi, considerato nomi comuni, pertanto liberamente utilizzabili da chiunque, come gorgonzola, asiago, parmesan o feta. Si tratta, in tutti questi casi, di denominazioni d'origine europee che l'amministrazione Trump non intende tutelare, anzi. Apparentemente la decisione del governo statunitense si basa su principi di diritto, stabilendo la prevalenza dei marchi privati (trademark) e del Trattato internazionale di Lisbona sulla protezione dei marchi. In realtà, come si può leggere dal rapporto, le considerazioni sono tutte economiche. Gli Usa infatti lamentano di esportare verso l'Unione europea solo 6 milioni di euro in formaggi mentre l'Europa esporta verso gli Stati Uniti ben un miliardo in formaggi.

Il riequilibrio della bilancia commerciale statunitense, in tutti i campi, passa dunque dal disconoscimento del sistema europeo delle denominazioni d'origine e da accordi commerciali bilateriali che, di fatto, consentano agli Stati Uniti di esportare parmesan, asiago, feta e gorgonzola americano ai quattro angoli del globo. Nel report viene annunciato che gli Stati Uniti hanno avviato trattative per accordi bilateriali con Canada, Cina, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Indonesia, Giappone, Malaysia, Marocco, Filippine, Sud Africa e Vietnam. A queste nazioni gli Stati Uniti, come si legge nel rapporto, chiederanno di rispettare la priorità dei marchi esistenti sulle denominazioni d'origine, che si possano utilizzare liberamente nomi comuni come parmesan o feta e di opporsi all'estensione della protezione di denominazione d'origine a vini e superalcolici.

“Ci rammaricano le prese di posizione sempre più dure oltreoceano per contrastare le denominazioni d'origine europee – ha commentato il Segretario Generale di AICIG Leo Bertozzi - nessuno qui si sognerebbe di usare denominazioni quali arance della Florida o prugne della California se non provengono da quegli Stati e se ciò avvenisse sarebbe subito stroncato dagli organi di sorveglianza sul mercato. Questo per garantire il consumatore sulla esatta origine del prodotto acquistato. Se sosteniamo che  denominazioni come Asiago, Fontina, Gorgonzola, ma anche Feta ed altre debbano essere riservate ai soli prodotti ottenuti nei rispettivi territori della UE, è proprio per dare garanzia al consumatore anche d'oltreoceano. D'altronde è ciò che viene fatto nella UE rispetto alle denominazioni di altri paesi terzi registrate da noi”.

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