Italia

Un'Italia libera da Ogm, lo chiede l’Associazione delle Città del Vino

Sono pienamente condivise le preoccupazioni sulla coltivazione e l’impiego degli organismi geneticamente modificati. Anche se in Italia il problema della coltivazione non sembra profilarsi in maniera concreta, non vanno sottovalutati i problemi di “coesistenza” nelle filiere agroindustriali

24 luglio 2010 | C. S.

Obsoleti, pericolosi per salute e ambiente e dannosi per la nostra economia: ancora una volta ribadisce la propria contrarietà alla coltivazione e all’impiego degli organismi geneticamente modificati il nutrito fronte degli agricoltori, delle forze ambientaliste, dei consumatori, della cooperazione e della distribuzione che nel 2007 hanno messo insieme la Task Force della Coalizione Italia Europa Liberi da OGM.

Il convegno scientifico organizzato a Roma sul tema “Agricoltura e biotecnologie: il fronte della ricerca tra un’avanguardia silenziosa e un’innovazione superata” è stata l’occasione per ribadire le preoccupazioni già più volte espresse dalla Task Force, di cui fa parte anche Città del Vino.

A sostegno dei dubbi e delle forti preoccupazioni le relazioni sui risultati del lavoro di ricerca e sperimentazione svolto negli ultimi anni in alcune università italiane si sono alternate ai contributi dei componenti dell’intergruppo parlamentare, della Coldiretti e delle Acli.

L’elemento forse più inquietante emerso dagli interventi è la scarsa informazione che viene lasciata circolare sugli sviluppi del lavoro scientifico di rilievo internazionale che ha evidenziato le conseguenze dell’introduzione dei prodotti transgenici sotto i diversi punti di vista: medico, nutrizionale, economico, agricolo ed ecologico.

Secondo i recenti studi condotti dal premio Nobel per la medicina Luc Muntagner, tra l’altro, è possibile ottenere i risultati e le innovazioni desiderate grazie ai trattamenti elettromagnetici, che non si trasmettono geneticamente e non alterano gli ecosistemi.

Il recente orientamento della Commissione Ue teso a riconoscere ai singoli Stati membri la libertà di praticare o meno le coltivazioni geneticamente modificate sui propri territori autorizzerebbe di fatto quella coesistenza tra coltivazioni OGM e non OGM, che porterebbe le prime ad inquinare irreversibilmente le seconde con gravi conseguenze, oltre che sul piano della salute, su quello dell’agribusiness e della qualità della produzione agroalimentare italiana.

Solo una proroga della moratoria sulla coltivazione di OGM in Europa permetterebbe di approfondire e divulgare maggiormente la ricerca sia sui danni già conosciuti - alterazioni nella qualità e nel valore nutrizionale dei cibi, resistenza agli antibiotici, tossicità, allergenicità, creazione di nuovi virus, aumento dell’agricoltura industrializzata a scapito della piccola agricoltura di qualità, perdita della biodiversità naturale vegetale e animale, alterazione della biodiversità delle popolazioni umane - sia sugli effetti imprevedibili derivanti non tanto dall’interessamento di un singolo comparto quanto dalla perturbazione dei sistemi nel loro complesso.

Le Cdv condividono l’allarme, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Friuli, dove la magistratura ha sequestrato campi che si pensa siano stati seminati con mais transgenico, e invitano i Comuni a compiere un gesto concreto aderendo al Progetto Comune OGM FREE.

Nata nel 2004 in accordo con Legambiente, l’iniziativa ha raccolto il consenso di numerose amministrazioni locali che si sono dichiarate non contaminate né contaminabili da organismi geneticamente modificati. ”Essere contro gli OGM non significa essere contro la ricerca e l’innovazione tecnologica” - puntualizza Paolo Benvenuti, Direttore dell’Associazione Nazionale delle Città del Vino - “Significa contrastare una certa idea di agricoltura e di utilizzo dell’ambiente, che danneggerebbe enormemente la qualità della vita, dei paesaggi e delle produzioni tipiche che sono espressione della cultura materiale dei territori.

E’ proprio la tutela di questa ricchezza il vero fattore di modernità, che ci può permettere di migliorare il sistema produttivo e sostenere la sfida della competizione economica. Anche se in Italia il problema della coltivazione non sembra profilarsi in maniera concreta, non vanno sottovalutati i problemi di “coesistenza” nelle filiere agroindustriali che potrebbero derivare dall’utilizzo negli allevamenti zootecnici di mangimi provenienti da Paesi produttori di OGM. Il rischio è che il mais e la soia trasgenici con cui vengono alimentati gli animali contaminino sia i prodotti che se ne ricavano (latte e derivati, carne e uova) sia l’ambiente, attraverso i liquami che verrebbero dispersi nei campi e nei sistemi di irrigazione”.









Fonte: Alessandra Calzecchi Onesti

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