L'arca olearia
La mosca olearia ci ha trovati impreparati ma niente panico
Il livello professionale degli olivicoltori italiani è da tempo, salvo ammirevoli eccezioni, assai modesto. Sono del tutto ingiustificati interventi volti ad abbattere la popolazione svernante nel terreno con trattamenti fertilizzanti (calciocianamide) o peggio geodisinfestanti (esteri fosforici)
20 novembre 2014 | Bruno Bagnoli
Annata difficile quella del 2014, sotto molti profili il cui denominatore comune è stato l’andamento climatico. A partire dall’autunno scorso fenomeni particolarmente intensi hanno prodotto in Italia centrale e settentrionale effetti diretti devastanti sul territorio e causato perdite indirette quanti-qualitative davvero fuori norma nel settore olivicolo-oleario.
Lo sviluppo abnorme della mosca delle olive, Bactrocera oleae, ha anch’esso presupposti climatici ed è la risultante di due vettori di origine meteo che hanno interagito sia sulle drupe, rendendole presto e particolarmente recettive, sia sulla demografia del dittero stesso. In effetti la mitezza del clima invernale ha presumibilmente favorito la sopravvivenza della popolazione svernante, determinando poi, direttamente o indirettamente, un consistente “inoculo di attacco” a fine giugno – primi di luglio nei confronti di una produzione olivicola generalmente scarsa, che per caratteristiche fenologiche e istologiche si è mostrata particolarmente suscettibile all’attività trofica e riproduttiva del carpofago.
Nei confronti del dittero, sono poi state le frequenti piogge estive, e le modeste temperature massime del periodo, a favorire una ancor più anomala escalation della densità di popolazione che, in assenza di efficaci interventi fitoiatrici, ha comportato un’infestazione, già ai primi di settembre, mai precedentemente riscontrata così alta nella maggior parte delle aree olivicole centro-settentrionali. Ma la mosca olearia, come se non ne avesse abbastanza, ancora favorita dalle condizioni meteo, ha continuato a infestare e a riprodursi a spese delle già tribolate olive fino alla raccolta e oltre, permettendo di osservare decine di punture di ovideposizione, e tre, quattro, cinque, talvolta di più stadi preimmaginali per drupa.
Un altro aspetto tutt’altro che secondario relativo all’influenza dell’andamento stagionale sull’aggressività di B. oleae riguarda ovviamente l’impatto negativo delle piogge sull’efficacia delle misure di difesa adottate o potenzialmente adottabili. In effetti la frequenza delle precipitazioni ha messo quasi del tutto fuori gioco l’impiego di sali di rame e di caolino che in annate normali possono limitare negli oliveti trattati l’attività ovideponente degli adulti.
Per le stesse ragioni di dilavabilità del formulato, anche i metodi di lotta alla mosca olearia basati sull’impiego di esche proteico-zuccherine avvelenate con spinosad o del fungo Beauveria bassiana (che come i precedenti sono utilizzabili in “olivicoltura biologica”, hanno carattere preventivo e trovano negli adulti il proprio principale target) sono stati messi a dura prova in considerazione dell’altissimo numero di interventi effettuati o necessari (6-12) nella maggior parte delle situazioni olivicole.
Solo la lotta “curativa ovo-larvicida” a base dei principi attivi registrati, come imidacloprid, fosmet, e soprattutto dimetoato, avrebbe potuto e ha potuto, là dove è stata correttamente applicata, controllare con efficacia i ripetuti e violenti assalti della mosca, a fronte tuttavia di un numero di applicazioni insetticide in ogni caso insolito, poco accettabile e scarsamente in linea, non solo con quanto previsto dai “disciplinari regionali di produzione integrata”, ma più in generale con le esigenze di qualità integrale degli oli extra vergini di oliva superiori.
Di fatto, nella maggior parte dei distretti olivicoli di pregio dell’Italia centro-settentrionale, la mosca si è configurata come una calamità, riproponendosi come un importante collo di bottiglia dell’intera filiera. Le perdite non hanno riguardato solo i produttori ma, per gli effetti sull’indotto, l’intero settore.
A prescindere dai risultati conseguiti da una minoranza di produttori, principalmente in regime di “olivicoltura convenzionale”, che hanno saputo far fronte agli eccezionali attacchi dacici, la devastazione causata da B. oleae (cui inevitabilmente hanno fatto seguito infezioni fungine talvolta insolite ma quasi sicuramente di modesta importanza economica primaria) si è configurata come un’inondazione che merita, almeno a posteriori, un processo di analisi a più livelli, propedeutico a permettere, per quanto possibile, un salto di qualità nella protezione integrata in olivicoltura, con esplicito riferimento al controllo della mosca olearia.
Gli ambiti di riflessione e i soggetti potenzialmente interessati sono ovviamente diversi e occorre in questo breve scritto mantenersi a distanza dalla presunzione di essere esaustivi.
Ciò detto, come in tutti i processi di crescita si tratta di definire diagrammi di flusso che portano alla lotta alla mosca olearia, nel cui ambito:
a) mettere a fuoco a livello nazionale e internazionale tutte le conoscenze scientifiche consolidate;
b) valutare le criticità per approdare a un IPM (Integrated Pest Management) eco-sostenibile convergente con le esigenze di alta qualità di filiera;
c) verificare l’efficienza dell’intero sistema di formazione e di trasferimento alle imprese, previa analisi dei diversi orizzonti del profilo (Università, Servizi Regionali, associazioni, consorzi, frantoi;
d) approfondire con la ricerca le conoscenze necessarie per la costruzione e la gestione di modelli previsionali della fenologia e della dinamica di popolazione della mosca;
e) migliorare a livello dei Servizi Fitosanitari Regionali le indagini territoriali di monitoraggio, incoraggiando però le imprese meglio attrezzate a essere autonome e punti di riferimento.
A questo punto tre domande e i relativi cenni di risposta possono integrare quanto esposto sopra: 1) sono da temere per l’anno prossimo attacchi da parte della mosca di queste dimensioni?; 2) qual è in generale il livello professionale degli olivicoltori rispetto alla difesa fitosanitaria?; 3) il mondo scientifico dispone già di strategie di difesa dalla mosca in grado di coniugare esigenze di elevata efficacia verso il fitofago ed esigenze di sicurezza alimentare ed eco-compatibilità?
Bactrocera oleae ha una bio-ecologia e una dinamica di popolazione assai complesse sulle quali vanno a insistere, interagendo fra loro, molteplici componenti abiotiche e biotiche.
Come già detto risultano fattori favorevoli agli alti livelli di infestazione: il clima mite nei mesi invernali; la bassa produzione di olive; le piogge frequenti e le temperature estive non eccessivamente alte (<30°C). Al momento non è possibile fare previsioni sulla consistenza degli attacchi che il dittero potrà portare durante la prossima campagna olivicola. Ciò incomincerà forse a essere possibile a fine inverno, per poi consolidarsi durante la prossima campagna olivicola. Stando ai dati storici è comunque improbabile che si verifichino situazioni critiche come quelle del 2014. In ogni caso, mentre in via teorica-speculativa potrebbe aver senso interessarsi di pratiche di “sanitation”, rimangono del tutto ingiustificati interventi volti ad abbattere la popolazione svernante nel terreno con trattamenti fertilizzanti (calciocianamide) o peggio geodisinfestanti (esteri fosforici)
Il livello professionale degli olivicoltori italiani, rispetto alla difesa della produzione olivicola e al controllo della mosca, è da tempo, salvo ammirevoli eccezioni, assai modesto. I motivi sono vari tra cui, l’assetto economico produttivo della coltivazione, la fisionomia diffusa di arboricoltura “residuale”, la “naturalità” un po’ scontata dell’olivicoltura, ma anche in considerazione dello sviluppo dell’ ”olivicoltura biologica” si registra una non sufficiente attenzione verso i fitofagi e il loro controllo, se non quando se ne subiscono le conseguenze degli attacchi. È questo un terreno di grande importanza su cui significativi miglioramenti sono richiesti da anni.
La mosca delle olive è sicuramente uno degli insetti da più lungo tempo e più tenacemente studiati nel bacino del Mediterraneo e le conoscenze sugli aspetti bio-eco-etologici e biomolecolari del dittero sono andate considerevolmente crescendo anche negli ultimi anni. Purtuttavia la domanda al terzo punto è del tutto retorica in quanto le strategie di controllo del carpofago non hanno ancora fatto quel salto di qualità per risultare pienamente soddisfacenti sia in termini di efficacia che di eco-compatibilità e di qualità integrale. Ciò richiede senza dubbi un’approfondita riflessione e presumibilmente un “cambio di marcia”.
Leggi anche: Trattamenti con dimetoato contro la mosca delle olive: cosa non ha funzionato?
NDR: Bruno Bagnoli è membro dell'Accademia Nazionale dell'Olivo e dell'Olio
Fonte: Comunicazione dell'Accademia nazionale dell'Olivo e dell'Olio ai soci. Per ulteriori informazioni si veda il sito dell'Accademia: http://www.accademiaolivoeolio.com/accademia/index.php
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