Anno 10 | n. 20 | 22 Maggio 2012 | Direttore LUIGI CARICATO | redazione@teatronaturale.it
Siamo proprio un popolo di matti. Per uno che costruisce, ce n’è pronto un altro che si impegna a distruggere il lavoro di chi ha costruito. E’ forse questo il genio italico? Speriamo proprio di no. Fatto sta che lo scorso 23 dicembre anziché goderci con serenità il Natale, vivendolo intimamente nel suo senso religioso, ci siamo imbattuti in un giovane laureato in filosofia dalla penna facile, tale Paolo Berizzi, che anziché scrivere romanzi d’invenzione, ha deciso di sfruttare il filone scandalistico e scrivere per il quotidiano "la Repubblica" una lunga inchiesta dal titolo "Il business dei furbetti dell'olio così l'extravergine taroccato arriva sulle nostre tavole", senza farci intuire bene a vantaggio di chi e di che cosa? Una bella domanda.
Per chi non ha avuto voglia di leggere l’inchiesta, bastano già solo i titoli e i sommarietti per mettere subito le cose in chiaro. I toni utilizzati non lasciano spazio a equivoci. L’impressione è che ci sia un mondo criminale dietro all’olio italiano. Riguardo ai produttori si legge: “Sono una decina e hanno formato un cartello: un blocco di imprese alleate nel nome della speculazione fondata sulla frode”.
Le parole – sappiamo – hanno un significato, ed ecco perciò spuntare, per dar manforte all’inchiesta, espressioni a effetto, piuttosto esplicite nelle intenzioni: tanto che bastano solo solo i richiami sparsi sapientemente qua e là nelle pagine per capire che si ha a che fare con i “maneggioni degli ulivi”, i quali poi diventano i “ras dei raggiri” lungo “le rotte dell’olio alterato”.
Insomma, mica si scherza in Italia: è un Paese di criminali, e in ogni goccia d’olio ci sono di conseguenza i “signori dell’olio”, i quali non spremono più le olive, ma “manipolano” e “se la tirano”. Sì, hanno il tempo anche di tirarsela. Il linguaggio di Berizzi colpisce e rende bene l’idea. E’ un linguaggio da fiction. “Chi sono i nuovi ras delle olive taroccate?”. Leggo il suo articolo e subito penso ai grandi inviati di guerra, coloro che rischiano la propria pelle pur di trasmettere a noi lettori le notizie. Lo immagino, il signor Berizzi mentre indossa il giubbotto antiproiettile, muovendosi in incognita nei territori della mafia. Indaga come un grande maestro di giornalismo, e già lo immagino, coraggioso e sprezzante del pericolo, mentre è in contatto telefonico con Ezio Mauro, il direttore di “Repubblica”, annunciandogli le grandi verità di cui è entrato in possesso. Mi batte forte il cuore solo a pensarci. Io non ho la stessa intraprendenza di Paolo Berizzi. Non sono così tenerario. E non ho nemmeno un Ezio Mauro che preoccupato mi dica: “stai attento, indaga, ma salvati la pelle”.
L’articolo ha una forte impronta fantastica, e seppure non si tratti di letteratura, colpisce il folclore delle immagini utilizzate. Ci sono “le idrovore che mungono olio dai tir”, e ovviamente si tratta di “extra vergine italiano taroccato” che come per magia “atterra sugli scaffali dei supermercati”. Berizzi sostiene che dietro la sua inchiesta ci sia un’indagine ancora in corso, condotta in collaborazione con Coldiretti dall’Agenzia delle Dogane, dai dectective del settore frodi del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza. La filiera dell’olio “mascherato” viene così passata al setaccio sotto la lente d’ingradimento. Berizzi è bravo, tant’è che parla perfino di una “Seconda Repubblica dell’olio” in cui avviene un po’ di tutto e di più. Per forza di cose i giornalisti esteri hanno giustamente ripreso la notizia dandone grande risalto. In fondo si tratta di un giornale autorevole, continuamente ispirato alla verità. Come fare a non cascarci?
Il fatto è che queste due pagine hanno scosso il mondo dell’olio italiano, infangandone il nome soprattutto all’estero. C’è poco da scherzare. Un conto è dare notizia di un’indagine portata a conclusione, ammesso che le indagini portino a un quadro chiaro e certo, altro conto è insinuare qualcosa di non ancora definitivo e concluso. E’ sufficiente fare un minimo di rassegna stampa per scoprire che la presunta notizia riportata da “Repubblica” si è diffusa in ogni angolo di mondo, con gravi danni, e non solo d’immagine, per le aziende olearie nostrane. All’estero, perfino la Cina ha messo in dubbio la nostra credibilità. Nulla di nuovo sotto il sole, perché “Repubblica” in fondo non fa altro che riprendere e dare risalto, con un po’ di colore, a un grigio comunicato stampa di qualche settimana fa in cui si riferiva di uno studio Unaprol, Coldiretti e Symbola in cui si legge – come riferisce pedissequamente Berizzi che “quattro chili d’olio su dieci in vendita nei supermercati sanno di muffa”.
Che desolazione. Che scenario terribile. Oggi il giornalismo funziona così. Berizzi non va tanto per il sottile e nel suo articolo scrive di un “inganno subdolo del consumatore”, di “una speculazione fondata su una raffinata frode commerciale”. E pazienza per le conseguenze che ne sono derivate. Pazienza che qualcuno costruisca con fatica e dedizione e altri provvedano invece a distruggere e infangare in un niente il buon nome dell’Italia dell’olio? Resta solo da chiedersi a chi giovi tutto ciò. I toni scandalistici non aiutano a fare chiarezza e giustizia, là dove è necessario farla. Non è un caso che nei giorni successivi all’articolo abbia ricevuto diverse telefonate di protesta, ma ho notato anche il silenzio generale, soprattutto l’imbarazzo delle Istituzioni. Perché per esempio il ministro catania non è intervenuto? Il suo silenzio è stato solo un motivo di prudenza per non amplificare la notizia e danneggiare ulteriormente il settore? E perché continua a tacere? Dopo aver ascoltato i vari soggetti della filiera, alcuni hanno deciso di non intervenire, pur riservandosi di farlo attraverso le vie legali, altri hanno scritto al ministro dele Politiche agricole, e pur scrivendo al quotidiano “la Repubblica” non hanno avuto alcuna soddisfazione, segno evidente che sull’olio si possa fare liberamente terrorismo mediatico senza nemmeno dar voce ai diretti protagonisti. E’ questa il quadro dell’Italia oggi, purtroppo. E’ uno scenario squallido, in cui chi lavora onestamente viene infangato da accuse generiche e perfino deliranti. Come quella di sostenere prezzi di acquisto di oli dalla Tunisia a 20-25 centesimi di euro! Siamo nella fantascienza. Soprattutto quando Berizzi scrive che per produrre un chilo di olio in Tunisia bastano solo 10 centesimi.
Non finirà qui. La prossima settimana proseguiremo nel far luce in questa indagine maldestra, dando voce ai diretti protagonisti e riportando alcuni stralci di articoli pubblicati su giornali stranieri. Per ora limitiamoci a constatare come si possano determinare gravi conseguenze per il settore in mancanza di una semplice dose di buon senso.
In coda a questa mie argomentazioni, vorrei intanto segnalare quanto mi ha brillantemente riferito Pasquale Manca dell’azienda olearia San Giuliano di Alghero: “malgrado i tempi difficili, l’aspra competizione internazionale, l’inesistenza di un sistema Paese, la mancanza di supporti efficaci all’estero, le difficoltà burocratiche e così via, le aziende olearie italiane riescono comunque ad alimentare in positivo l’export italiano, e Dio sa di quanto di questo ci sia bisogno in questo momento. Purtroppo oltre a tutte le variabili che già conosciamo, non più tanto episodicamente, le aziende devono fronteggiare anche i fronti interni che sono rappresentati, ormai è chiaro, da una categoria di persone che Carlo Maria Cipolla ha ben rappresentato nel suo libercolo “Allegro, ma non troppo”, la cui quantità continuiamo a sottostimare e che, purtroppo, stando almeno al mio osservatorio personale, sembrerebbe concentrata particolarmente in alcuni gangli della vita pubblica del nostro Paese. Sto ovviamente parlando degli stupidi e non a caso ho scomodato Cipolla, giacché ritengo che nel caso in questione la terza delle leggi fondamentali sulla stupidità umana, così magistralmente descritta da Cipolla, sia stata applicata al 100%:
> Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita. <
Infatti – prosegue Manca - per quanto mi sforzi, non riesco a vedere nessun lungimirante obiettivo in questo constante delirio di denigrazione del settore oleario da parte di alcune categorie che ne fanno parte integrante e che attraverso questo agire portano detrimento anche ai propri stakeholders.
Non credo sia più tempo di cimentarsi nel fioretto, ma sento che è arrivata, metaforicamente, una chiamata alle armi perché i barbari sono alle porte e hanno intenzione di incendiare tutto, anche, e soprattutto, quello tanto di buono che è stato costruito da generazioni di oleari e che ha sempre portato giovamento a tutti e, in particolare, a quel mondo della produzione che deve tanto, tantissimo, a chi negli anni ha divulgato, a torto o a ragione, la percezione positiva del prodotto italiano nel mondo. Un vissuto positivo che permette a questi signori di arrivare buoni ultimi, ma in carrozza, in parti del mondo di cui avevano, forse, sentito solo parlare in qualche lezione di geografia alle scuole medie.
Tutto questo – insiste Pasquale Manca - deve finire e la parte più vitale del nostro settore deve appellarsi alle intelligenze rimaste ai margini di questo massacro, per far prendere loro coscienza del lavoro demolitorio che è in atto. Una demolizione, che certamente non rovinerà la vita alle grandi imprese industriali, che a un certo punto andranno a produrre o confezionare dove l’aria è più salubre, ma che lascerà invece con il cerino in mano proprio quella parte che (oggi malamente rappresentata da chi fa terrorismo per salvare la propria posizione e la cui inettitudine viene fatta dimenticare creando il classico nemico esterno) non avendo altri sbocchi dovrà, e dubito che ce la potrà fare, ricostruire una immagine positiva che ha così pesantemente contribuito a deteriore”.
Che dire? Parole sante. Ma non finisce qui. Il seguito alla prossima settimana.
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19:03 | 15 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
Dottor Occhinegro,se non mi sbaglio la discussione era su oli miscelati a deodorati o raffinati e non a oli extravergini di altri paesi comunitari o extracomunitari che siano
ma pur sempre extravergini,mi pare che per ottenere oli di oliva deodorati o raffinati vengano utilizzati gli stessi metodi dell'olio di semi,quanto a prove scientifiche non penso che qualcuno ve le potra' mai portare,lo sapete meglio di me il motivo.
Io vivo nel mio orticello e mi creda non e' esprimendo un modesto parere che mi potra' tornare qualcosa in tasca,non sono pagata per parlare bene o male di qualcuno.
Sicuramente non e' mia intenzione fare terrorismo ,esprimo un parere empirico,quanto al declassamento della nostra nazione,mi creda ,non ho mai creduto allo strumento del rating,usato impropriamente dalle banche per decidere la vita o la morte delle aziende come noi, che ogni giorno dalle sei del mattino,battono l'incudine come quella scultura di ferro che troneggia davanti alla fiera di Francoforte.
Buon lavoro
,
18:07 | 14 gennaio 2012
massimo occhinegro
Vorrei comprendere una questione. Cosa s'intende per olio taroccato? Se per esso s'intende un olio di origine comunitaria ed etichettato come tale non capisco quali siano i problemi. Sostenere che l'olio fa male specie se usato per fare focaccie o taralli questo rasenta il ridicolo. Come si fa poi a comprendere quale olio hanno usato? Ed allora cosa si dice dell'olio di semi usato e riusato per la frittura? Nessuno dice nulla eppure quello si che fa venire il mal di stomaco. Ormai con molte affermazioni stiamo davvero diventando spaventosamente pericolosi. Il terrorismo alimentare e' da condannare se non conclamato e non basato da prove scientifiche o concrete e conclamate. Smettiamola per favore, qui si vuole negare l'evidenza di calunnie per pensare al proprio orticello quando qui si sta parlando di minare concretamente la credibilità di una nazione che ha già avuto un declassamento fino al livello BBB.
08:06 | 14 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
Giovanni,ti do del tu,io non sono abituata a parlare per caso,qui si sta parlando di olio
taroccato e non di extravergine fatto esclusivamente dalle olive,
poniamo i confini o i paletti che dir si voglia in maniera che l'olio EXTRAVERGINE di oliva
,sia riconosciuto anche dai consumatori,e non solo da quelli attenti,perche' c'e' una buona fascia di consumatori che non e' attenta e mangia senza assaporare il gusto.
22:49 | 13 gennaio 2012
giovanni breccolenti
Anna Maria,un olio con un leggero riscaldo o avvinato,non fa assolutamente male semplicemente non è un extravergine,la questione è solo questa.Lei fa riferimenti nel suo esempio, ad altri grassi o oli che nulla hanno a che vedere con l'olio extravergine(o quasi).Via su,non le buttiamo su a caso,perche' cosi' non facciamo davvero il bene dell'olio d'oliva extravergine.
12:40 | 13 gennaio 2012
Andrea Landini
Dopo questa le ho sentite proprio tutte, adesso apprendo dal signor Pierantoni che le multinazionali e l'agroindustria comprano olio dall'estero e vengono ad imbottigliarlo in Italia solo per dare una mano a noi produttori italiani che non sappiamo produrre olio commerciabile e dobbiamo miscelarlo con quello di fuori per poterlo vendere.
Tra l'altro nonostante gli oli italiani, a differenza degli altri, stentino ad essere venduti loro ci vogliono aiutare per forza e a domicilio, e nonostante di italiano spesso abbiano solo la sede continuano a mantenere stabilimenti e nomi italiani solo perchè sono buoni di cuore e non se la sentono di lasciare l'Italia, anche se così facendo devono utilizzare anche dell' olio italiano che peggiora le loro miscele. (Sarà per questo che ne usano così poco).
10:56 | 13 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
A proposito del commento del dottor Broccolenti volevo aggiungere ,chi vi dice che non fa male? provate a mangiare (se siete abituati all'olio buono),una di quelle focacce o taralli o altro fatti con questi oli e il mal di stomaco e' assicurato.
10:20 | 13 gennaio 2012
giovanni breccolenti
Ho avanzato proposte concrete su come stoppare dalla radice tutte le "ideee strane" che vengono ad alcuni le cui applicazioni,purtroppo anche non di rado,riescono pure.
Ho parlato di tracciabilita' con l'esame del DNA (chissa' come mai gli investimenti in questo campo sono ai minimi termini)e ho parlato di restrizioni di dei parametri chimici attuali con una soglia minima dei polifenoli intorno ai 250.Pero' se c'è una cosa che non va toccata dell'attuale regolamento sull'extravergine è la dicitura "assenza di difetti" che starebbe a voler dire, visto che non sono previste clausole, "assenza totale"(difetti che assulatamente non vogliono dire che l'olio fa male,no no,solo che non è extravergine).Avviene questo? Dentro le bottiglie dell'extravergine è vero che non ci sono difetti anche minimi?Il famoso sentore di "eucalipto" (per non dire altro), del 90% dell'olio che acquistiamo dal nostro maggior concorrente,è un difetto(forse un riscaldino?) o una carattestica varietale come qualcuno sostiene? No perche' chi ha assaggiato un olio di quella famosa varieta' fatto a modo, sostiene che assolutamente quell'"etereo profumino" non c'è proprio.Vogliamo veramente tutelare il nostro prodotto italiano,i nostri produttori che fanno sacrifici immensi?Incominciamo a focalizzarci su queste problematiche, incominciamo a proteggere con le proposte e con i fatti il nostro gioiello,solo cosi' non affosseremo la nostra olivicoltura e il nostro olio.
20:45 | 12 gennaio 2012
massimo occhinegro
Gent.mo Sig. Satolli,
Condivido ciò che scrive a proposito dei tuttologi, alias Coldiretti-Unaprol. Tra l'altro mi dicono che i sondaggi da loro fatti non hanno alcuna base statistica in quanto considererebbero solo le risposte fornite dai loro iscritti sul sito web dell'organizzazione. D'altra parte non spiegano , come normalmente dovrebbe avvenire, quale sia il campionamento statistico adottato . La cosa più oscena e' che i media nazionali li riportano come se rispondessero ai massimi requisiti di credibilità .
17:59 | 12 gennaio 2012
Romano Satolli
Condivido i commenti di Pierantoni e di Occhinegro. Quest'ultimo si chiede che cosa fanno le organizzazioni di categoria. Come, non le vede sproloquiare ogni giorno sui Km. zero, sulle problematiche dei consumatori, sui saldi, sui consumi natalizi, sugli avanzi dei cibi non utilzzati, e tante di queste news alle quali sono addette le organizzazioni di consumatori, senza che ci fosse bisogno di altre organizzazioni che dovrebbero fare ben altro per chi paga le quote annuali per mantenere quelle strutture ben foraggiate anche dallo Stato.
Purtroppo all'estero raccolgono le notizie peggiori dell'Italia dagli stessi italiani. Siamo fatti apposta per farci del male da soli, contrariamente ad altri Paesi europei che ci tengono a difendere il nome dei loro prodotti e dei loro produttori, almeno fino a quando è possibile. Se ci fosse un pò più di orgoglio nazionale e di patriottismo, oltre a quello di facciata e folcloristico dei 150 anni, tutto il Paese ci guadagnerebbe.
16:25 | 12 gennaio 2012
Roberto Pierantoni
Ho avuto modo di commentare questa notizia tempo fa nel sito facebook dell'aprol marche. Personalmente credo che l'articolo di repubblica sia stato semplicemente un articolo ad effetto, che cita dei dati sulle importazioni di oli dall'estero, ma non da nessun dato sulla loro commistione con gli oli italiani. Non bisogna essere degli investigatori per capire che gli oli stranieri sono i più venduti, basta guardare come si svuotano gli scaffali dei supermercati ( gli oli italiani stentano ad essere venduti). Semmai c'è una commistione è quella degli oli italiani che vengono miscelati con quelli stranieri per migliorarli. Questo modo di fare è terrorismo a mio avviso, perchè anche ci fosse uno su cento che prova a smerciare olio straniero per italiano, bisogna avere prove certe e fare anche i nomi, altrimenti si danneggia un settore che da lavoro a migliaia di operatori e incide positivamente sulla nostra bilancia dei pagamenti. Non sarebbe il caso che le associazioni di categoria denunciassero chi si permette di fare certe affermazioni senza alcuna prova?
13:44 | 12 gennaio 2012
massimo occhinegro
L'articolo apparso sulla gazzetta del mezzogiorno è delirante. Quando si dice che l'Italia è anche nota per la famosa commedia all'italiana questo ne è la riprova. Fortunatamente anche nell'era "ipermediatica" in cui ci troviamo la gazzetta del mezzogiorno a stento varca i confini della regione Puglia e quindi danni a livello oltre mediterraneo non ne fa. Pur tuttavia nell'ignoranza , alle volte di comodo, che regna sovrana, è possibile che le aziende operatrice pugliesi possano incontrare difficoltà a livello di una maggiore burocrazia per l'attività di export. A livello di governo regionale sia Vendola che Stèfano , giovane assessore all'agricoltura di SEL con Louis Vuitton e I-PAD al seguito, hanno subito colto la palla al balzo prendendo per buone queste castronerie scritte da un giornalista che a mio modesto parere andrebbe semplicemente querelato. E' vero che effettivamente in passato si sono verificati purtroppo anche questi episodi, certamente romanzati dal Mangano, ma si tratta di episodi di oltre 27 anni fa che oggi non hanno più nessuna validità e che, ripresi ora mirano solo ed esclusivamente a gettare fango addosso ad un settore già fortemente penalizzato dalla concorrenza internazionale in un periodo, tra l'altro, di estrema crisi del nostro Paese. Se proprio poi si dovesse riparlare della preistoria, ecco che dovremmo anche mettere nel calderone anche i numeri produttivi ingigantiti, quando un albero di ulivo poteva produrre il quantitativo di alberi presenti in un ettaro di terreno. Ancora oggi le rappresentanze sindacali non sono in grado di comunicare i dati produttivi nazionali. Ad esempio quanto extra vergine, quanto vergine e quanto lampante si produce. Alla faccia della tecnologia e della tracciabilità e siamo nel 2012! On line è possibile conoscere quasi in tempo reale la produzione olearia spagnola; è possibile conoscere l'andamento dei prezzi , sempre in tempo reale http://www.oliva.net/poolred/. Dov'è la trasparenza della produzione nazionale? Chi ce la dovrebbe fornire se non le organizzazioni che dovrebbero fare l'interesse dei produttori. Siamo avvolti nella nebbia più totale.
15:40 | 11 gennaio 2012
eugenio mancini
Ciao Gianluca,forse non hai ancora letto l'articolo della Gazzetta del Nezzogiorno di ieri a firma Marco Mangano sulle "navi laboratorio che solcano le acque internazionali guidate da agropirati che sicuramente quando approdano nei porti delle nebbie diventano agromafiosi, sbarcando deodoranti e nocciole e clorofilla.Mi è appena pervenuta tramite associazione la lettera del Ministro degli affari Esteri per mobilitare tutte le Ambasciate dei Paesi interessati per bloccare le operazioni di tale pirateria.In ogni caso se conosci Paesi dove l'olio di oliva si possa comprare a 20/30 cent/kg avvisami ,mettiamo su una società,coinvolgiamo anche im parti uguali ,se vorranno ,alcuni dei creduloni presenti in questo dibattito, e via. Aspetto.
14:45 | 11 gennaio 2012
giovanni breccolenti
La cosa fondamentale è aumentare il piu' possibile la fascia di consumatori consapevoli di quel che mettono nel loro piatto e del perche' delle differenze di prezzo.Bisogna spiegare al consumatore che il termine extravergine è condizione necessaria ma purtroppo non sufficiente perche' un olio sia definito di buona qualita'(non certo che fa male,non so a chi si riferiva il sign Ricchi)).Quindi due le strade da percorrere:o quella di restringere il range chimico,abbassare l'acidita',i perossidi e magari introdurre il limite minimo di polifenoli,oppure creare dentro questo grande pentolone dell'extravergine un categoria "alta qualita' " definita da parametri chimici molto piu ristretti e sempre introducendo il limite minimo di polifenoli,mai sotto a 250-300,proprio perche' il concetto "alta qualita' " è la giusta combinazione tra l'aspetto salutistico e quello edonistico e i polifenoli giocano un ruolo fondamentale in questo.Per ultima viene il panel test,per ora unico strumento valido e efficace per sentire dei difetti nell'olio,checchè se ne dica.
Ultima fase fondamentale e non meno importante è quella educativa del consumatore cioe' insegnargli(e questo dev'essere il ruolo fondamentale di noi assaggiatori,è qui che noi dovremmo agire) a riconoscere un olio buono da uno,non che faccia male,ribadisco,ma semplicemente che è di scarso valore edonistico e salutistico.Poi sara' lui a scegliere che cosa comprare,se quello con profumi e sapori erbacei,floreali,amari e piccanti a cui corrispondono sempre fasi perfette di tutta la linea produttiva o oli piatti piu' o meno costosi.Ma glielo vogliamo insegnare e poi farli scegliere o gli vogliamo tenere nascosto tutto?Come fa a scegliere il consumatore se non sa,anzi se sa distorto,perche' se fai la fatidica domanda al consumatore comune "perchè picca in gola l'olio" cosa ti risponde? "Semplice è acido".
10:01 | 11 gennaio 2012
GIANLUCA RICCHI
Sig.Breccolenti,
io non sono un produttore e quindi non sono in grado di calcolarle i costi alla produzione, cerco soltato di spiegare a chi legge che sul Bacino del Mediterraneo un olio extra vergine di oliva Comunitario (Cee) alla produzione costa da 1,90 a 2,50/Kg ovviamente Italia compresa.
Poi vi è la nicchia di produzione come, toscano, ligure, lago di garda, le Dop le Igp, olii di elite che ovviamente si trovano a prezzi notevolmente differenti.
Siccome il consumatore non ritene di dover spendere tanto su una bottiglia di olio, si cerca di terrorizzarlo dicendogli che quello che compra sullo scaffale della distribuzione addirittura fa male!!!!!! che è olio contraffatto!!!Questo non è giusto, non risponde alla verità. Lo sappiamo tutti che non è così.
Da addetto ai lavori io so quale olio usare per le mie insalate, ho tanti amici però che non condividono la mia scelta. Eppure dopo 20 anni di lavoro in questo settore dovrei saperne qualcosa. no?
Ma è logico che sia così; ognuno ha i propri gusti sui quali nessuno ha il diritto di replica.
grazie e un saluto a tutti.
09:19 | 11 gennaio 2012
giovanni breccolenti
Sign Ricchi,i costi di produzione in cui si rispettino contratti di lavoro,per un "buon olio extra vergine" di oliva(300 di polifenoli, acidita' sotto 0,5,perossidi sotto 10 con qualche pregio sensoriale) e sappiamo tutti noi del settore come si fa ad ottenere cio'(pratiche agronomiche,lotta alla mosca,raccolta al momento giusto,efficiente organizzazione molitoria ecc.)vanno dai 4 ai 7 euro a seconda di alcune variabili (tipi di impianto olivicolo metodi di raccolta).Se lei ha altri datio suggerimenti di metodiche di come abbassare tali costi,in Italia,ce li spieghi e mi riferisco sempre a oli non con parametri al limite dell'extravergine ma a oli discreti.Perche' nei borsini l'olio Italiano di alcune parti d'Italia e' intorno ai due euro e quindi i costi sono ancora inferiori?Ecco sarebbe interesante,facendo riferimento a un tipico oliveto dove i prezzi sono cosi' bassi analizzare voce per voce il costo di produzione e vedere se corrisponde a quei prezzi.
21:17 | 10 gennaio 2012
GIANLUCA RICCHI
Cara Sig.ra Lazzari,
il Sig.Berizzi ha riportato dei prezzi alla produzione che non corrispondono alla verità.
rifletta su questo la prego, l'articolo verteva molto anche sui differenziali prezzo, differenziali che non esistono come che l'industria margina cosi tanto. Non posso pensare che il Sig.Berizzi non abbia consultato il Borsino per avere i prezzi alla produzione della settimana, perchè allora ha riportato quei prezzi???? A beneficio di chi? o per colpire chi? Un olio extra vergine in Tunisia costa € 1,90 arrivo Italia, lo sanno tutti. Perchè il Sig.Berizzi non lo sa? Informiamoci bene prima di divulgare notizie, questo credo sia corretto fare.
Potremmo fare del male a chi con tanti sacrifici cerca di portare avanti la propria missione nel rispetto totale delle regole.
buona serata a tutti.
18:09 | 10 gennaio 2012
Silvia Lazzari
Alcuni veloci commenti:
- a Pietro Hausmann (che a quanto pare é l'unico ad esprimere il parere dei consumatori): bravo, condivido
- ad Andrea Landini: sí, in effetti alcuni commenti hanno toni un po' esasperati, e forse é meglio finire qua la discussione. Per fortuna la libertá di parola e di stampa sono ancora garantite in Italia.
- a Giovanni Breccolenti: bravo. Questo é davvero un bel commento. Non condivido totalmente ma ammiro il tono costruttivo, pacato, tecnico.
- non sono d'accordo con quanti afffermano che Berizzi "spara nel mucchio" e fa accuse generiche, che danneggiano tutta la categoria. In vari punti dei 4 articoli si delineano chiaramente i confini della truffa ed i retroterra dei "trafficanti" (si parla di "boss internazionali", di "una decina di etichette — un paio molto note — che in questa Seconda repubblica dell’olio hanno formato un cartello ", si dice che "i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli", si citano in due casi nomi di aziende precisi...). Non vedo un attacco generico e non circostanziato. Non vedo, soprattutto, un attacco all'oleivicoltura italiana onesta e di qualitá, che non penso sia minimamente minacciata o danneggiata da questo tipo di inchieste.
Auguri a tutti.
Silvia Lazzari
18:05 | 10 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
Gentili amici e lettori
di Teatro Naturale,alla base di un prodotto di qualita' c'e' sempre l'Etica,che ti fa stare bene con l'anima ma non con la testa,quando sai che ti hanno defraudato di un tuo
sacrosanto diritto alla tua immagine che ti sei costruito con le rinunce e i sacrifici,
bene anzi benissimo ,se vengono fatte le analisi del DNA ma bisogna sempre capire se qualcuno abbia voglia di analizzare a tappeto tutti gli oli extravergini in bottiglia,in Italia e all'estero.,quanto alla qualita' centrosettentrionale tanto di cappello,ma anche al Sud sappiamo produrre eccellenze.
Grazie alla coldiretti che vuole sollevare il problema sulla contraffazione,io combatto da ben cinque anni,spero che con i due procedimenti civile e penale aperti al Tribunale di Bari ,siamo arrivati all'epilogo,ben vemgano queste critiche costruttive.
17:22 | 10 gennaio 2012
Pietro Hausmann
basterebbe cambiare la legge in materia di etichettatura....oltre all'origine (ASSOLUTAMENTE OBBLIGATORIA) ci devo essere segnalati i parametri salutistici di ogni "LOTTO" di olio. Cioè io consumatore devo sapere se il prodotto che sto comprando fa bene alla mia salute oppure no....
E' molto molto semplice e tutte queste inutili discussioni andrebbero a morire in un solo istante.....Ma tutti i produttori sono convinti che il consumatore si attrae con i colori, con la scritta "100% italiano" o con la bottiglia particolare oppure per la scritta DOP che rappresenta un certo tipo di qualità.....
Io fossi un produttore di olio andrei a ringraziare la coldiretti che ha tirato fuori il problema e che ne parla al di la del fatto che magari non vendo più il mio olio all'estero....
Molte volte bisogna porre l'etica sopra al denaro!!!!
16:53 | 10 gennaio 2012
GIANLUCA RICCHI
Scusatemi ma io onestamente non auspico la galera a nessuno!
ritengo soltanto che oggi sul mercato vi è l'80% del prodotto mondiale analiticamente riconosciuto extra vergine e lo si cerca di declassare organoletticamente a vergine o peggio a lampante.
Sono d'accordissimo sul ristringere notevolmente i parametri analitici nel rispetto dell'ottima qualità (20% della produzione mondiale).Cosa succederà ai produttori di quell'80% di prodotto? Non sarà che il consumo mondiale è aumentato perchè i produttori mondiali sono riusciti a produrre un extra vergine a bassi costi? vino è il Tavarnello che costa 1 euro al litro come il Sassicaia che ne costa 250 euro al litro. Il consumatore sa che cosa cerca, che cosa vuole spendere e soprattutto cosa aspettarsi in base alla sua scelta. Non sostituiamoci mai alle papille gustative del consumatore, faremmo un grave errore.
grazie a tutti
16:03 | 10 gennaio 2012
Andrea Landini
Scusate se intervengo ancora, prima di essere arrestato come Gianluca Ricchi auspica, ma voglio sfruttare le poche ore in libertà che mi restano per inviare tutta la mia condivisione al commento di Giovanni Broccolenti.
Spero vivamente che gli studi del CNR per la verifica del DNA dell'olio vengano presi in considerazione,anche se sono poco fiducioso che questo avvenga, ma soprattutto sono d'accordo con un innalzamento generale dell'asticella della qualità dell'olio extravergine di oliva, sia in termini di acidità che di polifenoli ma anche di numero di perossidi, in modo tale che un olio di ottima qualità abbia anche una maggiore conservabilità nel tempo.
Non dobbiamo, come produttori, aver paura delle sfide, soprattutto se si parla di qualità, la nostra olivicoltura, soprattutto quella dell' Italia centrosettentrionale sopravvive solo se punta su una qualità superiore, ( sul piano dei costi siamo e saremo sempre perdenti ).
Infine un ulteriore apprezzamento al commento di Breccolenti per l'esortazione che fa alla istituzione di assaggi e in generale alla educazione del consumatore per ciò che riguarda l'olio.
Solo se il consumatore conosce il prodotto, e qui il vino ci può insegnare molto, è disposto a spendere di più per un olio migliore.
Da questo punto di vista, dopo essere stato a volte polemico con Teatro Naturale, voglio invece farvi i complimenti per i vari articoli che pubblicate a favore di una sempre maggiore conoscenza di quel prodotto magnifico che è l'olio.
Saluti
Andrea Landini
Produttore di olio in Carmignano
14:43 | 10 gennaio 2012
giovanni breccolenti
Ciao Luigi,sono un agronomo-assaggiatore di Perugia, ci ha presentato il mio collega Mentuccia in quel di campello alla presentazione del progetto “buio” di cui sei stato partecipe.Sono un amante viscerale dell’olio eccelso e vorrei commentare il tuo articolo in risposta dello pseudo-reportage di Repubblica e magari ampliare il tema.
Non voglio entrare nello specifico del reportage di repubblica,quello che racconta il giornalista è in parte vero e comunque cose note a chi sta nel mondo oleario.Certo fare reportage alludendo, inserendo il dubbio,sguazzando nel mare del generalismo e sparando nel mucchio senza approfondire minimamente su come bisognerebbe muoverci per tutelare le nostre produzioni e quindi difenderci dalle frodi, bè, non è fare un gran bene al nostro prodotto,soprattutto se ci si focalizza esclusivamente sulla fase distruttiva . Ad articoli di questi cronisti d’assalto bisogna rispondere con proposte concrete,perchè sta diventando di vitale importanza difendere il nostro prodotto e chi fa tanti sacrifici per produrlo.
E' stato messo a punto dal CNR-Istituto di genetica vegetale di Perugia,dallo staff della dottoressa Baldoni un metodo di estrazione del Dna da matrici oleose e allo stesso tempo sono stati fissati dei marcatori molecolari caratteristici delle principali cultivar da olio in modo che si possa risalire alle varietà di olive che hanno prodotto l'olio(Baldoni et al,oleum 2011).La metodica,in corso di brevetto,potrebbe dare un colpo decisivo a tutte le truffe che riguardano la territorialità,dalle dop all'olio Italiano che spesso non lo è ma anche alle truffe che riguardano le miscele con oli che non sono di oliva (ancora piu gravi).Ebbene,basterebbe blindare e rafforzare al massimo questa metodica, investire molte piu risorse per renderla inattaccabile al fine di ufficializzarla e di colpo cambierebbe in meglio lo scenario oleicolo nazionale ma anche mondiale. E’ ovvio cambierebbe in meglio per chi lavora come si deve.
Invece per la valorizzazione della qualità (e per qualità intendo, oltre all’assenza di difetti olfatto gustativi, giusta carica polifenolica e profumi e sapori piu’ o meno intensi ma puliti ) e di chi prova a farla con sforzi immani, le soluzioni già sarebbero alla portata: oltre al rafforzamento del sistema “analisi sensoriale”,basterebbe per prima cosa abbassare ancora l’acidità ma soprattutto aggiungere un parametro che è fondamentale nell'olio extravergine(e per extravergine io intendo un olio comunque buono),che è il contenuto di polifenoli( dovrebbe essere sempre superiore a 250-300) .
Riassumendo: tracciabilità dell’olio con marcatori di Dna,controlli,potenziamento dell’analisi sensoriale, abbassamento del tetto dell’acidità, quantitativo minimo di polifenoli intorno ai 250-300,diffusione massima di quella che è la vera qualità dell’olio con corsi di assaggio cognitivi in ognidove ma sopratttutto nelle scuole (la tua rivista fa gia’tanto a livello informativo ed è un punto di riferimento per tutti noi appassionati di questo prodotto, però non arriva alle masse) e già si da’ un altro indirizzo al nostro mondo oleario ma soprattutto facciamo un ottimo servizio al nostro gioiello che, con un parco varietale unico e una tradizione millenaria, è veramente insuperabile. Penso che gran parte delle energie dovrebbero focalizzarsi su questi punti,allora veramente si può dire di voler bene al nostro prodotto.
Un saluto.
09:45 | 09 gennaio 2012
Luigi Caricato
Gentilissima Anna Maria Bellino,
concordo pianemente con lei: occorre difendersi anche con le unghie, se possibile; ma indipendentemente da ciò, occorre far la voce grossa con i criminali, non sparare a zero sul mucchio. In ogni ambito operativo ci sono i disonesti, e bisogna perseguirli: l'olio ha i suoi malfattori, ma non si può accettare di mettere a pregiudizio sia il buon nome del settore, sia lo stesso olio extra vergine di oliva. Tutto qui. Un articolo di denuncia va fatto - anche con toni spietati, nel caso - ma sempre circostanziando i casi, se ve ne sono, mai gettando fango su tutto e su tutti, senza distinzioni. Ascoltando i pareri di tutti, non riportando il pensiero dei soliti noti.
08:40 | 09 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
Carissimo dottor Caricato
io la seguo da sempre e ammiro il suo interesse per il nostro mondo dell'olio che
deve ammettere e' molto variegato,io non sono abituata a piangermi addosso per natura
nonostante tutto sono ottimista,credo nel mio lavoro e in quello della mia famiglia,
ma le dico per esperienza personale che purtroppo questa cronaca scandalistica sull'olio mi tocca in prima persona,non so se atutti e' nota la vicenda della contraffazione della mia etichetta e dell'appropiazione del mio marchio,anche se piccolo ,ma di qualita',
all'inizio i contraffattori hanno iniziato a mettere nelle bottiglie miscele di extravergini Italiano,poi extravergini comunitari,adesso miscele....,e mi creda non posso
rimanere insesibile,mi sto battendo con tutte le mie forze,vorrei mettere fine a questa storia,non solo per me ma anche per i produttori che devono vendere il proprio olio a pochi euro a discapito della qualita' .
17:45 | 08 gennaio 2012
Luigi Caricato
Caro signor Naglieri,
lei ha visto giusto, il mio intervenmto appassionato è da "innamorato". E' proprio così. Ovviamente oltre alla passione c'è anche la lucidità intellettuale che aiuta a svelare tutte le complessità e le ombre che purtroppo hanno attraversato il mondo dell'olio, e in parte ancora lo attraversano.
Di fronte al poco noto Tpa, cui lei ha accennato, si sono consumati tanti raggiri con la complicità, a mio parere, anche delle istituzioni silenti. Ma il problema è anche altrove, non è solo nel Traffico di perfezionamento attivo.
L'articolo apparso su "Repubblica" commette il grave errore di enfatizzare con parole improprie e ingiuste e ingloriose una realtà che non è criminale.
Purtroppo viviamo in un Paese che istituzionalmente non ha mai avuto interesse a fronteggiare la presenza della criminalità nell'agricoltura come in altri settori produttivi; e nemmeno alcuni giornalisti, d'altro canto, quelli amanti dello scandalo fine a se stesso, hanno mai manifestato un minimo di saggezza, pur elementare, quella necessaria a non fare d'ogni erba un fascio.
C'è troppa superficialità in certa stampa scandalistica, e tale atteggiamento è riprovevole.
Il giornalista Paolo Berizzi ha giocato col fuoco, e infatti nello schema pubblicato sul giornale "la Repubblica" - al di là dei tanti errori - compare la scritta funesta "Le rotte dell'olio alterato". Perché "alterato"? Un olio è "alterato" solo perché proviene da produzioni estere?
C'è troppa superficialità. Si sta giocando sulla pelle altrui. Sulla pelle degli onesti vittime due volte, di chi froda e di chi getta discredito sul comparto.
16:57 | 08 gennaio 2012
giovanni naglieri
Gent.le sig. Caricato,
ho letto molto attentamente l'articolo apparso su Repubblica così come da anni sono un suo appassionato lettore. Capisco il dolore che prova nel vedere quanto autolesionismo ci sia nelle italiche vicende ma il suo punto di vista, me lo consenta, è da grande innamorato del valore non solo simbolico della pianta di ulivo e dell'olio di oliva.
Vede, per circa 18 anni della mia vita professionale mi sono occupato di controlli esclusivamente nel settore oleario, spaziando un pò ovunque per l'Italia interessandomi per largo tempo sull'aiuto al consumo dell'olio di oliva e negli ultimi 8 anni di aiuto alla produzione dell'olio di oliva. Successivamente mi sono occupato tra l'altro dei programmi di finanziamento CE 1331 - 1334 - 2080 - 867...Conosco molto bene le passioni a cui lei fa riferimento, sono le stesse di chi mi offriva durante una pausa di lavoro, la frisa salentina con il pomodoro ed il proprio olio o di chi mi portava orgogliosamente tra i campi a vedere magnifici esemplari di ulivi centenari. Purtroppo, tuttavia, ho conosciuto il rovescio della medaglia. Centinaia di frodi comunitarie al consumo dell'olio di oliva con il coinvolgimento di tantissimi soggetti in particolar modo in Puglia, Calabria e Sicilia. All'epoca le frodi le compivano i fuori mestiere, ovvero, coloro che sapevano come funzionava il sistema del pagamento del contributo CE in forma anticipata. Era sufficiente possedere in riconoscimento che gli uffici del Ministero dell'industria rilasciavano senza effettuare grandi istruttorie ed il gioco era fatto.....l'aiuto si otteneva all'atto della dichiarazione della vendita e l'ostacolo veniva facilmente superato da aziende fantasme dotate di punti vendita in contabilità separata o da commercianti ambulanti che smaltivano (vendevano) migliaia di lt di olio al giorno. Ma la frode si sa era per buona parte sulle carte e per altra sulla sofisticazione. Le posso garantire che all'epoca era noto a tutti gli addetti ai lavori che nel mediterraneo giravano navi sulle quali l'olio trasportato per buona parte diventava extra vergine e comunitario. La procura di Trani e l'eccezzionale e professionale Dott. Domenico Seccia diedero un duro colpo all'intero settore che arrivò a pizzicare anche gli interessi di qualche multinazionale. Oggi, più che mai il giornalista di Repubblica ha candidamento detto quello che da più anni avviene sotto occhi poco vigili ma che in molti casi venivano consentiti dalla legge doganale con la denominazione del Traffico di Perfezionamento Attivo. Cosa significa? che qualche multinazionale poteva approvvigionarsi di navi con carichi di 300.000 tonn. di olio di oliva per lavorarli, imbottigliarli ed esportarli utilizzando marchi celebri italiani. La legge del commercio altresì non aiuta più di tanto, quindi, con triste ammissione devo sottolineare che le grandi commerciali olearie sono quelle che continuano a garantire l'ingresso e la distribuzione sul suolo italico prima e mondiale dopo di prodotti di varia natura e specie che solo monitoraggi costanti e complessi potrebbero mettere a nudo.
La saluto con stima. Gianni Naglieri
14:56 | 08 gennaio 2012
GIANLUCA RICCHI
Gentilissimo Landini,
lei sa meglio di me che oggi un kg di olio extra vergine di oliva Italiano al 100% prodotto in italia costa franco partenza del frantoio o alla Cooperativa circa 2.30/2.50 ivato.
francamente i 9/10 euro che mi parla lei sono un po' troppi , o almeno non conosco imprenditori nel settore capaci di marginare così tanto.
Per quanto riguarda l'articolo del grande Berizzi vorrei precisare con serietà e chiarezza a chi legge che nel mondo oleario esistono soltanto le PROVENIENZE e non IL CONTRAFFATTO.
Ovviamente non commento quello che ha scritto sui prezzi convinto che sarà perseguito legalmente per calunnie e diffamazione.
Nel Bacino del Mediterraneo ci sono grandi paesi produttori come: Spagna ,Italia, Portogallo, Grecia (paesi Comunitari), Tunisia, Marocco, Syria Egitto (Paesi extra Cee).
Negli ultimi anni Stati Uniti, Cile, Perù Argentina, Australia stanno diventando Paesi di enorme interesse produttivo. Tutti questi meravigliosi Paesi con grande sacrificio e spirito di competitività non CONTRAFFANNO MA SEMPLICEMENTE PRODUCONO OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA di Qualità.
Ma ovviamente noi piccoli trogloditi italiani dobbiamo chiudere le porte al mondo concentrandosi su quei 4kg di olio che produciamo e ingannando il consumatore al made in italy come unico prodotto sano e genuino.. Beh io sono italiano, toscano per giunta eppure vi assicuro che non è come ce la vogliono far credere. E' stato inventato un'analisi organolettica chiamata Panel Test, e ancora oggi nessuno si spiega perchè esiste questa analisi. Soltanto nell'olio di olia, Vino, pasta caffè ecc. niente. Beh io una risposta me la sono data:Quest'analisi è l'unica analisi che mi permette di declassare una provenienza rispetto ad un'altra anche se le analisi chimiche lo hanno classificato come extra vergine di oliva.VERGOGNOSO!!!!!!!!!!!! INCREDIBILE!!!!!!! ALLUCINANTE!!!!!!!!
Pensateci bene signori, pensateci bene. QUALCUNO AL POSTO MIO MI DICE COSA è BUONO E COSA NON LO E' . Io consumatore non sono in grado di capirlo secondo loro.Per la marca i veri assaggiatori di olio siete soltanto voi consumatori, e vi garantisco che l'imprenditore è molto sensibile nel cercare di soddisfare le vostre esigenze al fine di non perdere i consumi.
Gentilissimo Caricato,
rimango a sua totale disposizione in merito qualora necessitasse di qualsiasi informazione.
grazie a tutti.
13:07 | 08 gennaio 2012
Luigi Caricato
Silvia Lazzari, gentilissima signora: "egregio" è un termine desueto, da naftlaina; forse denota la vis polemica che vuole attribuire al suo commento. Lei insiste, e fa bene a farlo, anche contro il buon senso. Lei parla tra l'altro di persone autorevoli e affidabili: bene, si affidi a loro, si aggreghi, fondi pure un fans club Paolo Bertizzi & C. - io ne darò notizia con piacere.
Lei ha uno sguardo sulla realtà distorto. Scrive qualcosa su di me e su chi la pensa diversamente da lei presupponendo che chi disapprova l'articolo di Berizzi sia quale diretta conseguenza a favore dell'olio scadente e delle truffe, nonché compagno di merende delle aziende truffaldine.
Si rende conto di quanto sia fuori da ogni logica la sua posizione?
Io da anni sono impegnato sul fronte della comunicazione dell'olio, cercando di educare in tutti i modi possibili il consumatore, senza attingere a fondi della collettività, ma solo a partire da me stesso e da chi crede nel mio impegno. Lo faccio pur di aiutare il consumatore nella scelta e nel corretto utilizzo dell'olio extra vergine di oliva; e io, con tutta la mia storia personale, con tutta la mia passione, con tutta l'anima che ci metto dentro, debbo accettare passivamente che un qualsiasi soggetto scrivente - un "inchiestologo" di professione! - getti discredito su un prodotto e sulle tante persone oneste che lavorano nel comparto?
Si rende conto dell'assurdità della sua posizione? Non ho mai incontrato una persona così incredibilmente ingenua da farsi stordire dalle sirene di un giornalista tuttologo, dedito allo scandalo puro.
E lei sostiene di essere a favore dell'olio extra vergine di oliva di qualità, di avere a cuore l'olio extra vergine di oliva? Mah! Strani modi di impegnarsi a favore e per il bene dell'olio. Strani modi.
Lei crede che il resto del mondo non speculi sull'olio? Le malefatte sull'olio, che purtroppo esistono, vanno affrontate, ma senza toni scandalistici, con grande lucidità e attenzione, senza suscitare clamore, senza ricorrere a parole grossolane e a effetto come nel caso di Berizzi, avendo cura di non devastare un comparto già fragile e con il futuro in bilico. Farlo nella maniera dovuta, con il giusto tatto, non significa far passare tutto sotto silenzio: significa farlo nel modo giusto, senza gettare fango indistintamente su tutto e su tutti.
Io mi sono sforzato in tutti questi anni di lavorare per il bene dell'olio, ho scritto tanto, ho fatto tanto - e a fine gennaio uscirà un mio libro sugli abbinamenti olio-cibo e sui criteri di scelta e corretto utilizzo nella varie formulazioni alimentari; sono anni che dedico tutto me stesso a questo prodotto, inventandomi sempre nuove strade, nuove intrepretazioni, mai immaginando di imbattermi in persone che si illudono di amare l'olio, ma poi concorrono di fatto ad affossarne l'immagine e con essa il lavoro di tanta brava gente, onesta e laboriosa, che deve lavorare nonostante i vari Paolo Berizzi in circolazione.
Mi creda, con tutta sincerità: se vuole essere a capo di un fans club di Paolo Berizzi, io le darò tutta la visibilità che desidera; ma sappia che mi dissocio da questa linea distruttiva e grottesca, così deliberatamente assurda e controproducente.
Auguri a Lei, e lasci pure l'egregio sotto naftlina
12:12 | 08 gennaio 2012
Silvia Lazzari
Egregio sig. Caricato, e colleghi che avete espresso opinioni anche esageratamente aggressive nei confronti di Berizzi,
la frattura non é fra Guelfi e Ghibellini, é tra chi lavora onestamente e chi no. Ed é una frattura reale e profonda, che vede tutti i produttori onesti confrontarsi quoridianamente con la concorrenza sleale di oli di cattiva qualitá venduti a prezzi stracciati.
Proprio ieri un consumatore inglese mi diceva, tutto soddisfatto, che lui trova un olio di nota marca, italiano, a 15 sterline per 5 litri....
Allora avrei dovuto spiegargli: o questi sono benefattori e lavorano perdendoci, o, qualcosa non va.
In risposta al consumatore Inglese, per chiarire quali sono le differenze tra l'olio che compra lui ed un olio di qualitá, ho proprio mandato il link dell'articolo di Berizzi!
Se un articolo scatena tali reazioni, mi chiedo come mai analoghe e piú forti iniziative non vengano prese proprio per sollecitare, citandola "misure di contrasto efficaci, reali, concrete", "misure severe e con condanne certe" . Iniziative del genere, da parte di chiunque ma soprattutto di chi é del settore, si gioverebbero di articoli come quelli di Berizzi, non il contrario.
Il fatto che l'articolo dia cosí fastidio in Italia mi fa pensare che non si voglia toccare nulla per non disturbare. Anzi, paradossalmente, si chiede ai produttori di non dividersi, di non prendere le distanze da chi commette le frodi, in nome della difesa del "comparto"! Ribadisco, chi fa veri danni ai produttori italiani (veri) é proprio chi spaccia robaccia per extra vergine italiano. Non ci si puó alleare con chi ti affossa tutti i giorni (e non sono i giornalisti!).
Tra l'altro, Berizzi dice chiaro e tondo: "Alla fine di italiano garantito c’è solo il marchio (pazienza se i più grossi nomi sono finiti in mano agli spagnoli). " Quindi, tutto questo discredito buttato sull'Italia dov'é?
E vero, gli Spagnoli se la ridono: e se la ridono perché i guadagni entrano nelle loro tasche, mentre la "colpa" se la prendono gli Italiani (che nel frattempo si dividono su questioni come "lavare i panni sporchi in famiglia" e "non danneggiare l'mmagine del made in Italy" ...)
Auguri.
Silvia Lazzari
p.s.: vorrei far notare che Berizzi, nei 3 articoli della sua inchiesta, cita persone autorevoi e affidabili come Stefano Masini, responsabile consumi della Coldiretti, Amedeo De Franceschi, vice comandante dei Nafs della Forestale, Massimo Gargano, presidente di Unaprol, a riprova che le sue non sono farneticazioni personali ma un'inchiesta seria e fondata.
12:00 | 08 gennaio 2012
Vincenzo Lo Scalzo
Un piccolo e umile commento ancora per illuminare il quadro di questo franco scambio di opinioni. Ne ho parlato ieri con un amico, di targa parigina, da 35 anni in Costa Azzurra, frequentatore di campi di golf, il salotto internazionale delle intese tra "amici". Ama e conosce l'olio d'oliva di qualità italiano.
Jacques mi ha riferito il suo colloquio di venerdi tra le buche, con un operatore internazionale che sa di tutto (ritengo che sia un operatore finanziario) che descriveva pochi giorni fa la situazione dei bisogni primari in nord Africa, Libia a parte. La gente in Tunisia e Algeria è alla disperata ricerca di sopravvivere al meglio, con quello di cui dispone. Non ci sono soldi in circolazione, solo prodotti della campagna con cui ci si alimenta. Bisogna comunque acquistare il "companatico", e allora si "scambia": l'olivo ed il suo succo rappresentano una moneta naturale, da pochi litri alla volta a più elevati contenitori, a qualsiasi prezzo, perchè non esiste una domanda altri che dai piccoli mercanti e dagli speculatori che fanno parte della rete internazionale di scambio.
Senza documentate referenze penso che lo stesso periodo di carestia di moneta si manifesti in Grecia, dove ancora l'olivo vanta una qualità più elevata che in Algeria.
Sostengo che un giornale come Repubblica invece di seminare odio tra le classi potrebbe passare ad una informazione molto più sensibile agli effetti di articoli scandalisitici trattando invece il tema con un taglio d'informazione corretta e documentata dai suoi inviati speciali con maggiore professionalità, non di lingua, ma di correttezza di rappresentazione veritiera di uno stato di tale carenza di mezzi da rasentare le carestie vere del passato storico. quelle naturali.
I problemi sono seri. In autunno ho assistito in Toscana alla disperazione di antichi produttori per se e per le famiglie di succo di oliva, eccellente. Hanno deciso di lasciarlo sulle piante, perchè nomn valeva più lo sforzo del lavoro e della compilazione di moduli esopra moduli di burocratica insipienza per difendere una perdita, non solo un costo elevato.
Luigi mette in evidenza una situazione locale, nazionale, internazionale così critica da indurre una rivoluzione quasi come quella che ha portato in altri campoi a cancellare l'80% della professione di "fotografo", con l'era della fotografia digitale. Il ytracolo di questi gironi della vicenda occorsa al leader mondiale della fotografia, il gruppo Kodak, che ha in corso in questi giorni le procedure per un fallimento gigante. Tutto il Mediterraneo, Italia in primis, deve essere sensibilmente cosciente. Non credo che il rettore della Bocconi possa emtrare in prima persona a mettere ordine in un comparto che ha gettato la spugna, raccolta dalla Spagna, quando la CE indì la prima riunione a Bruxelles per prendere atto dei problemi e del mercato della filiera.
Un'amica milanese lo ha testimoniato al 50 compleanno dell'exytra-vergine, ma forse è passato inosservato. Non a Luigi.
11:56 | 08 gennaio 2012
Romano Satolli
Caro Luigi, hai ragione anche in questo. A supporto di quello che affermi, ti informo che quando coordinavo il Servizio Repressione Frodi in Sardegna, che dipendeva allora dalla D.G. della Tutela Economica dei Prodotti Agricoli, ogni azione di contrasto alle frodi veniva comunicata solo al Ministero, e non alla stampa, perchè denunciando una frode nell'olio, o nel vino, o nel burro, si criminalizzava - per colpa di qualche delinquente - tutto un comparto con notevoli danni ai produttori onesti. D'altronde i nomi dei sofisticatori non si potevano fare fino a che non erano condannati. Ti dirò di più: quando mi congedai dal servizio ed iniziai la collaborazione con la stampa locale con una rubrica settimanale destinata ai consumatori, smisi la collaborazione quando dal giornale mi dissero di pubblicare le frodi alimentari che potevano risvegliare l'interesse dei consumatori. Risposi che i consumatori andavano educati, non terrorizzati, e quel modo di operare non era informazione. Decisi allora di fondare Il Giornale del Consumatore, proprio per dare ai consumatori un'informazione completa, soprattutto volta a renderli consapevoli dei loro diritti, ma anche dei loro obblighi. E la linea editoriale del mio giornale è sempre la stessa.
11:20 | 08 gennaio 2012
Luigi Caricato
Caro Romano,
dubito che al Ministero delle Politiche agricole possano rendersi conto della declino verso cui ci stiamo dirigendo. Sono anche loro fermi al KM 0, nel senso che non si muovono d'un passo; e d'altra parte il silenzio del ministro Catania sul delirante articolo di Berizzi la dice lunga.
La lotta alle frodi è necessaria e urgente, ma si dovrebbero prevedere misure di contrasto efficaci, reali, concrete, non grottesche formule come gli articoli che di tanto in tanto si leggono.
Sì, perché se qualcuno si illude che la lotta di contrasto alle frodi si faccia con articoli denigratori sbaglia di grosso. La lotta alle frodi si fa con misure severe e con condanne certe. Invece alcuni preferiscono giocare con le parole, danneggiando un comparto che dovrebbe invece volare e sfruttare il momento favorevole, di grande apertura verso i nuovi mercati.
E' che in Italia non si ha il coraggio di camminare con le proprie gambe. E nemmeno lontanamente si pensa di educare il consumatore, anziché terrorizzarlo con articoli dagli esiti devastanti. Ma siamo in Italia, ci sono gli italiani, con i propri orticelli, e non si può pretendere di farli ragionare. E' chiedere troppo.
10:23 | 08 gennaio 2012
Luigi Caricato
Caro Landini,
lei è la testimonianza vivente di come esista in Italia ormai una netta frattura nell’ambito del comparto olio di oliva. Per fortuna non tutti la pensano come lei, altrimenti tale frattura sarebbe insanabile.
I suoi punti di vista non li condivido, ma almeno prendo atto che lei non ci ricama su, mentre Berizzi con le parole ci gioca, senza preoccuparsi delle conseguenze; ma forse anche a lei importa poco delle conseguenze, troppo attaccato com’è al suo orticello piuttosto che all’interesse generale.
Prendo atto malinconicamente, ma pazienza: l’Italia è questa – ancora guelfi e ghibellini in versione contemporanea – e resterà tale.
Lei mi attribuisce ciò che invece ho riportato testualmente da “Repubblica”; e che ora riprendo tal quale, per sua tranquillità d’animo.
I produttori
sono una decina
e hanno formato
un cartello: un
blocco di imprese
alleate nel nome
della speculazione
fondata sulla frode
Parole testuali, che compaiono nelle due pagine pubblicate su “Repubblica” dal suo compagno di vedute Paolo Berizzi.
Buona fortuna a lei. Il futuro dell’olio in Italia non so come prefigurarlo, finché esistono divisioni nell’ambito del comparto tutto resta in bilico. Mentre lei filosofeggia, la Spagna e altri Paesi se la ridono – e fanno bene, hanno tutto da guadagnarci: stiamo consegnando loro il futuro.
01:09 | 08 gennaio 2012
Andrea Landini
Egregio Direttore
Già commentando l’articolo “ Comparto dell’olio, lo scenario è questo” del vostro redattore Occhinegro avevo espresso il mio parere sull’articolo di Berizzi sulla Repubblica, qui mi limito solamente ad esprimere totale condivisione con il commento di Silvia Lazzeri.
Trovo in ogni caso, per lo meno poco elegante, da parte sua, ironizzare pesantemente su un suo collega che, facendo il suo dovere di giornalista, si è permesso di portare alla luce una inchiesta (reale e non inventata), solo perché le conclusioni (tra l’altro piuttosto ovvie) che ne trae vanno a mettere in dubbio la credibilità degli imbottigliatori e dei confezionatori "italiani".
A questo proposito la prego, quando parla di olio italiano, di tener bene presente la differenza fra chi produce e chi confeziona, troppo spesso infatti lei tende ad accomunare queste due categorie che invece hanno interessi troppo spesso discordanti ,
Già nel suo editoriale, riportando l’articolo di Berizzi , lei dice testualmente
“ Riguardo ai produttori si legge: “Sono una decina e hanno formato un cartello: un blocco di imprese alleate nel nome della speculazione fondata sulla frode”,
in realtà l’articolo di Berlizzi, che sebbene laureato in filosofia scrive in un italiano corretto, parla di etichette e non di produttori, tanto è vero che poi aggiunge “importano enormi quantità di olio dalla Spagna dalla Grecia, dalla Tunisia” chiarendo così inequivocabilmente che di confezionatori e di imbottigliatori si tratta.
Che un osservatore attento come lei non abbia capito la differenza mi sembra un po’ strano, a meno che, volendo essere un po’ maligni, non si cerchi di mettere tutti sullo stesso piano seguendo la massima del tutti colpevoli nessun colpevole.
Io sono un produttore di olio di oliva Toscano, sicuramente l’articolo di Repubblica non potrà che essere utile a me e a quelli come me che in Italia producono olio, soprattutto se contribuirà a far piazza pulita di tutti coloro che, infischiandosene della qualità, e facendosi forza del marchio ITALIA rivendono sul mercato mondiale, a prezzi molto bassi olio comprato chissà dove e che in Italia è stato solo confezionato, mettendo automaticamente fuori mercato chi producendo in Italia ha costi di produzione dieci volte più alti.
E pazienza se come letteralmente dice il suo amico Manca l’articolo della Repubblica comporterà
“Una demolizione, che certamente non rovinerà la vita alle grandi imprese industriali, che a un certo punto andranno a produrre o confezionare dove l’aria è più salubre”
Vorrei solo che ci spiegasse come faranno tali imprese industriali a trasferire la produzione all’estero, se non è troppo complicato vedrò anch’io di trasferire i miei 7000 ulivi in Marocco o in Tunisia almeno il costo della manodopera sarà quasi azzerato.
Infine un ultimo pensiero anche per il signor Gianluca Ricchi, se come lei dice è assaggiatore di olio saprà sicuramente quali sono le corrette prassi agronomiche, di lavorazione delle olive, etc. occorrenti per fare olio veramente di qualità, e saprà anche che tali prassi costano, e che quindi un olio veramente buono non può costare 3 o 4 euro al litro (e questo anche se viene da fuori), quindi quando giustamente esorta i consumatori ad acquistare gli oli ai supermercati, nel loro interesse, non si scordi di metterli al corrente che non possono trovare oli di alta qualità, soprattutto se italiani, a prezzi inferiori ai 9 10 euro al litro.
Anche io faccio parte del panel di assaggio della Camera di Commercio della mia provincia e le garantisco che non mi è mai capitato di assaggiare un olio di primo prezzo della grande distribuzione che fosse esente da difetti, tutti ovviamente con acidità inferiore a 0,8 e quindi extravergini, ma lontani mille miglia da quello che dovrebbe essere un vero olio di qualità.
Cordiali Saluti
Andrea Landini
Produttore di olio in Carmignano
21:12 | 07 gennaio 2012
Luigi Caricato
Ed io, gentilissima Anna Maria Bellino, concordo pienamente con lei, seppure non con la signora Silvia Lazzari per le ragioni che ho esposto con fermezza.
Il fatto è che all'estero per fortuna chi acquista l'olio ha una conoscenza del prodotto superiore ai buyer nostrani, in molti casi; e in qualche modo chi acquista gli oli all'estero sa anche come e dove acquisire extra vergini di buona qualità.
Il problema irrisolto resta però quello dei consumatori, i quali cercano la bandierina dell'Italia ma spesso e volentieri trovano di tutto, spesso oli di pessima qualità, nè italiani veri, nè buoni.
Dov'è allora che sbagliano alcuni giornalisti amanti dello scandalo a tutti i costi, pronti a lanciare fulmini e saette sul comparto oleario italiano?
E' sufficiente leggere il mio articolo con attenzione per capirne i motivi.
Ci rifletta. Noi purtroppo siamo così bravi nel farci del male da soli.
Vogliamo andare avanti su questa linea? Io mi dissocio, perché credo nella fatica dell'educare e non nello scandalo fine a se stesso.
Se lei intravede la luce nell'articolo di Paolo Berizzi, si faccia avvolgere da questa luce, ma rifletta ancora, rifletta attentamente: gli errori di oggi noi li pagheremo domani. E domani, se tutto precipiterà, nessuno si lamenti, non ha più senso. E soprattutto non accetto piagnistei postumi.
19:41 | 07 gennaio 2012
MARIA ANNA BELLINO
Egregio dottor Caricato
mi dispiace ma condivido pienamente il commento di Silvia Lazzaro,un tempo da noi
a Bari si diceva" adesso il piu' fesso consce sette lingue" e qui non parliamo di inesperti perche' all'estero nel settore del''olio ci sono persone preparatissime esperte
che si documentano,che non hanno piu' bisogno di essere convinte da qualcuno della bonta' di un prodotto,e che se devono comprare un olio miscelato,se lo preparano da soli ,non hanno certo bisogno di comprarlo con l'etichetta italiana.
17:12 | 07 gennaio 2012
Romano Satolli
Caro Luigi,
condivido in pieno le tue considerazioni ed anche quelle dell'amico Pasquale Manca, di cui conosco la tradizione di famiglia, il suo amore per la terra ed in particolare per l'olivicoltura che ha contribuito a far conoscere nel mondo la produzione olearia sarda. Ma a proposito degli amici interni, che sempre ci saranno e ci saranno, cosa pretendi da gente che pensa solo al Km. zero, come se fossero solo questi i salvatori dell'agricoltura italiana. Purtroppo ci sono burocrati ministeriali che seguono ciecamente le cretinate di questi personaggi che pensano solo ad apparire con i loro comunicati idioti, diventati ormai, più che difensori dei loro piccoli associati, portavoce dei consumatori, tradendo la loro mission. Speriamo che presto o tardi (speriamo presto) che il Ministero si accorga che gente sia e che finalmente li lasci cantare senza più seguirli nei loro deliri di onnipotenza.
11:03 | 07 gennaio 2012
Vincenzo Lo Scalzo
Caro Luigi,
leggo con stupore il tuo editoriale che mi compare dopo la registrazione di un'alba eccezionale a Cannes Marina, con vista nitida della Corsica sull'orizzonte poco prima della stessa, a testimonianza di venti puliti che hanno pulito le nebbie nel cielo...
Fino a quando non entrerà in campo il valore dell'etica professionale saremo solo in grado di lanciare al vento il nostro grido di dolore e di compassione per la deriva della comunicazione in Italia! E non solo l'Italia.
Ieri sera ho spedito al mio editore l'ultimo articolo sul settore dell'imballaggio, a cui ho dato il titolo provvisorio "2012 Package issue - oli e vini forse, ma biopolimeri a iosa nell'imballaggio". Nello studio ho cercato di verificare le novità riguardanti la movimentazione anche in bulk dell'olio d'oliva nel mondo, scoprendo - non lo sapevo - che sono in uso per il trasferimento intercontinentale, ma anche locale, contenitori flessibili fino a 24 tonnellate di olio d'oliva, dal costo molto accessibile, con regolari attestati internazionali:
1. Struttura a 5 strati flexitank: 4 film di PE+ film PP
2. Capacità: 16-24 m3
3. Approvazione FDA, ISO per flexitanks
4. Idoneità per container da 20'
I costi di questi contenitori stoccabili a monte e a valle e da cui si può pompare olio d'oliva a ettolitri per un secondo imballaggio in latte o vetri sono come dicevo nell'ordine dei 2 - 3 centesimi al litro... In un prodotto medio industriale il suo costo di trasferimento in bulk è sempre stato nell'ordine di grandezza tra il 5 ed il 10% de valore finale del prodotto, calcolando l'incidenza di ca 5 centesimi scendiamo a valore iniziale in bulk intenso... di un Euro... che raddoppia ulteriormente nella distribuzione primaria.
Con questo mi rendo conto che il prezzi al consumatore di 2 euro al litro siano possibili, per una olio d'oliva standard.
Non ho approfondito il tema della logistica, ma da questo dato internazionale che ti confermo a parte con i PDF estratti dal sito di uno dei principali protagonisti di logistica e trade del pianeta te ne passo la testimonianza.
Occorre però l'onesta della comunicazione con le indicazioni delle fonti, non la semplice pensata di un narratore di storie piccanti, che non solo la caratteristica d'attrazione dell'olio strizzato dal suo cervello di mago dell'informazione.., della repubblica italiana!
10:23 | 07 gennaio 2012
Luigi Caricato
Gentilissima Silvia Lazzari,
si può forse comprendere la sua rabbia, dal momento che una base di verità nell'inchiesta esiste, ma non la giustifico, perché quando si firmano dei servizi giornalistici occorre scendere in campo e documentarsi.
Non si scrive per "sentito dire", e soprattutto non si firma un'inchiesta che sembra più una commedia all'italiana, riprendendo comunicati stampa già noti, o ascoltando una sola fonte.
L'acquisto dell'olio dalla Tunisia a 20-25 centesimi non le sembra inverosimile?
Segua il nostro borsino dell'olio per rendersi conto dei prezzi di mercato.
Io tra l'altro non ho riportato tutte le insensatezze contenute nell'articolo di Berizzi, fino alle più banali, come per esempio il sostenere che l'olio vergine di oliva abbia un'acità libera uguale o inferiore a 0,2%; e potrei continuare...
Lei prova la rabbia della persona ferita, e di chi sa quanto occorre lavorare per ottenere una equa remunerazione, ma non possiamo fermarci alla denuncia senza preoccuparci di adottare miusure severissime verso chi commette frodi. pensare che si risolva tutto con lo scandalo e il clamore può essere solo consolatorio, ma non certo efficace, anzi è controproducente, visto che ora hanno chiesto il ritiro degli oli made in Italy per verifiche. le sembra la straegia più intelligente?
Nell'articolo di Berizzi compare scritto che "Repubblica, per non pregiudicare l’esito delle indagini, per ora tiene coperti i nomi delle aziende finite nel mirino degli investigatori". Ma le sembra una soluzione intelligente? Ci ragioni su, Silvia Lazzari. Non si fanno i nomi per pregiudicare l'esito delle indagini! Ma allora che senso ha avuto annunciare le indagini se non sono ancora concluse? Mi sembra una strategia grottesca prima ancora che assurda. E' proprio in quel non fare i nomi che si è commesso l'errore più grave che si potesse commettere. Non facendo i nomi - ammesso che vi siano nomi certi - si è gettato fango indistintamente su tutti, senza fare distinzione tra aziende serie e aziende criminali. E' l'errore che persone coscienziose non farebbero mai, perché hanno a cuore le sorti del proprio Paese e di chi laviora onestamente (la maggioranza assoluta!), non la gloria personale nel sentirsi artefice di una denuncia.
Abbiamo perso il lume della ragione, cara Lazzari. E' questa la verità che lei non considera.
09:44 | 07 gennaio 2012
GIANLUCA RICCHI
Mi occupo di olio di oliva da circa venti anni e da libero professionista non devo difendere nessuna categoria.
Ho tentato di contattare il Direttore di Repubblica per commentare assieme a lui quell'articolo diffamatorio e infame, ma non è stato possibile.
Sono certo che il settore oleario tutto provvederà legalmente contro questo tipo di giornalismo, è inaccettabile poter arrivare a tanto distruggendo un'intera categoria.Cari consumatori sono un'assaggiatore professionista, continuate tranquillamente ad acquistare gli oli che più vi piacciono sullo scaffale della distribuzione, i nostri imprenditori stanno lottando con tutte le loro forze per riuscire a garantirvi un prodotto che unisce la qualità con il prezzo ma vi garantisco che si tratta sempre e soltanto di OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA.
09:34 | 07 gennaio 2012
Giacomo Linoci
laureato in filosofia..!?!? se nn ricordo male "la filosofia è quella scienza che con la quale o senza la quale, rimane tutto tale e quale"...
lascio immaginare l'importanza delle sue parole...
08:38 | 07 gennaio 2012
Silvia Lazzari
Inaccettabile!!!!!
Invece di ribellarsi contro i disonesti (loro sí che danneggiano il Made in Italy!) si attaccano i giornalisti che fanno inchieste!
"La macchina del fango".....
Si é sempre saputo che gli extra vergini in vendita a € 2 al litro (e sono tanti!) non possono che essere contraffatti e di provenienza dubbia. Il fatto che vengano poi venduti sotto brand italiane (che poi sono spesso proprietá di grandi holding spagnole) aggiunge al danno la beffa per i produttori italiani onesti, prima di tutto.
Il mercato dell'olio d'oliva, se resta condizionato da questi trafficanti, continuerá a soffocare con la politica dei prezzi bassi i produttori e gli agricoltori che invece fanno il loro lavoro in modo serio e onesto.
Date un'occhiata: http://www.oliveoiltimes.com/tag/olive-oil-adulteration
Questa é solo una piccola raccolta di articoli internazionali sulle frodi dell'olio d'oliva (basate, ahimé, per lo piú in Italia e/o su brand italiane).... l'articolo di Repubblica viene dopo, molto dopo queste inchieste e non é certo Berizzi che affossa il made in Italy..... Il Made in Italy (QUESTO made in Italy!) si affossa da solo....
20:51 | 16 gennaio 2012
massimo occhinegro
Gent.ma Sig.ra Bellino, lei è una brava produttrice e la invito a riflettere su alcune poche questioni. Premesso che non sono un chimico. Intanto la presenza di oli raffinati negli extra vergini si rileva da una decina di anni, con il metodo degli idrocarburi steroidei 3,5 stigmastadiene; La presenza della sansa negli extra vergini invece con l'eritrodiolo + uvaolo. La presenza infine di alchil esteri è ben più recente, come certamente saprà. Detto questo oggi è possibile vertificare la genuinità di un olio extra vergine di oliva con delle precise analisi. In ogni caso anche quando non esistevano i suddetti metodi e si verificavano nei casi chiaramente delle frodi in commercio,l'unica certezza era che tali oli non facessero comunque male. Tanti anni fa in Spagna al contrario ci fu il problema dell'olio di colza che provocò dei casi di decesso. Alla luce di quanto sopra ribadisco che è terrorismo alimentare sostenere che un tale prodotto fa male quando non si hanno casi conclamati. Ad esempio quando recentemente c'è stato un forte scandalo nel biologico, ho letto di un'organizzazione biologica che sosteneva che c'era un avvelenamento dei prodotti coinvolti. Fermo restando la dura condanna per la frode acclarata, resta il fatto che si può parlare solo appunto di frode ma non si può sostenere che questi prodotti (quindi convenzionali) erano da "avvelenamento". Diversamente saremmo quotidianamente sottoposti ad avvelenamento dai cibi (convenzionali) che abitualmente consumiamo. Un'ultimo inciso. Fortunatamente Teatro Naturale ci offre lo spazio gratuito per esprimere il nostro libero pensiero e dobbiamo ringraziare il Dott. Luigi Caricato per questo. Purtroppo in Italia questo non accade tanto frequentemente. Nessuno quindi è pagato per scrivere bene dell'uno o male dell'altro. Tuttavia occorre essere obiettivi. Il Rating dato dalle agenzie americane ai Paesi (quello dato dalle banche per gli accordi di Basilea sono altra cosa) ha purtoppo notevole importanza e può contribuire al declino di un Paese. In un Paese martoriato come il nostro, tutto possiamo fare o dire ma lo dobbiamo fare con coscienza e senza sparare nel mucchio. Alla fine le coniseguenze sono come quelle che si sono viste, e cioè che ad esempio la Cina ha bloccato TUTTE le importazioni di olio provenienti dal nostro Paese. Alcuni in qualche blog hanno scritto addirittura che sono state le aziende "a rischio" a ritirare i propri prodotti dal mercato. Ecco cosa succede quando si scrive a vanvera e quando si vuole strumentalizzare la realtà fattuale. Oggi per le esportazioni in Cina ad essere penalizzate è tutto il sistema , ossia produttori, frantoiani, piccole , medie e grandi aziende. Mentre dalla Spagna o da altri Paesi, possono tranquillamente continuare ad esportare. Grazie per l'attenzione e buona serata.