L'arca olearia

Olivicoltura di domani: esproprio o ritorno alla produttività

Dover mantenere gli olivi in tali condizioni è anti democratico. Occorre rivalutare il ruolo produttivo dell'olivicoltura senza nasconderci dietro al paesaggio agrario. Tra tradizione e innovazione il pensiero del Prof. Franco Scaramuzzi, Presidente dell'Accademia dei Georgofili

27 novembre 2010 | Alberto Grimelli

Le conclusioni del seminario dell'Accademia dei Georgofili organizzato a Sassari lo scorso 12 novembre, che riportiamo di seguito, meritavano un approfondimento.

“I partecipanti alla giornata di studio sull’intensificazione in olivicoltura esprimono la validità dei due indirizzi olivicoli ai quali si fa oggi riferimento (olivicoltura tradizionale e superintensiva), da non contrapporre, sia riaffermando la necessità di una responsabile serie di forti interventi a sostegno e tutela dell’olivicoltura esistente, perché possa continuare a confermare la sua validità economico-produttiva, sia di interventi pubblici e privati per sostenere lo sviluppo di un ampio programma sperimentale e dimostrativo, con l’impianto di una serie di oliveti superintensivi, in tutte le regioni interessate e localizzati ovunque vi siano condizioni idonee a questa innovazione”.

In tale paragrafo, infatti, sono riassunti una molteplicità di concetti e di aspetti che abbiamo estrinsecato nel corso di un lungo colloqui con il Prof. Franco Scaramuzzi, Presidente dell'Accademia dei Georgofili.

- Olivo è anche paesaggio e ambiente. Come inserire una nuova olivicoltura produttiva in questo contesto?
L'agricoltura, e quindi anche l'olivicoltura, non è solo ambiente e paesaggio ma è, prima di tutto, produzione. L'agricoltura è sempre stata multifunzionale, ha sempre avuto il merito di proteggere il territorio e le sue risorse, ma senza perdere il suo principale connotato e scopo: produrre derrate alimentari. Questo accade anche il olivicoltura, traendo spunto da leggi del passato che avevano altra funzione e diversi obiettivi. Il divieto di espianto degli olivi serviva a proteggere l'investimento, non tutelare il paesaggio.

- Perchè si dà tutto questo valore ambientale a quella legge, più volte ripresa e “modernizzata”?
L'attuale sensibilità nei confronti dell'ecologia e dell'ambiente ci fa dimenticare che il paesaggio agrario è dinamico e mutevole per definizione, a causa del mutare dei tempi, delle esigenze, delle tecniche colturali. In quella legge abbiamo voluto cogliere una sensibilità ecologista ante litteram, quando invece quella legge era nata per preservare l'investimento dei padri da eventuali dinamiche speculative sui prezzi dell'olio. Un calo repentino del prezzo dell'olio poteva provocare la tentazione di tagliare le piante, provocando un danno economico di lungo periodo, visto che per entrare in produzione necessitavano di 10-15 anni, a fronte di una momentanea e contingente volatilità dei prezzi. Tale protezione legislativa consentiva di mantenere stabile la produzione oliandola italiana.

- Cos'è cambiato rispetto a quel passato?
A quel tempo di diceva che l'olivo lo si piantava per i nipoti. Oggi non è più così. Entro il terzo anno può iniziare la produzione se adeguatamente irrigato, concimato e curato. Da coltura marginale e consociata è divenuta una coltura agraria come le altre che può produrre reddito se ben gestita.

- Eppure gli olivicoltori lamentano di non avere una sufficiente remunerazione
Hanno ragione perchè si trovano a gestire impianti vecchi e poco razionali. I costi di produzione dell'olivicoltura “paesaggistica” sono molto alti. In media, in Toscana, se il prezzo dell'olio scende sotto i 6-7 euro/Kg l'olivicoltore ci rimette. Intorno a questa cifra i margini di guadagno sono comunque modestissimi. Questo perchè è imposto di coltivare oliveti che, dal punto di vista economico ed agronomico, non avrebbero più ragione di esistere. Pur di conservarli così accettiamo che questi oliveti vengano mantenuti in condizioni precarie, con potature approssimative, così come concimazioni e anche, recentemente, difesa fitosanitaria. Tutto pur di abbattere i costi. Mettiamoci però nei panni dell'olivicoltore che si trova a gestire un'attività in perdita perchè considerata di interesse pubblico. Se è davvero di interesse pubblico perchè questi terreni non vengono espropriati? Non è anti democratico costringere qualcuno a mantenere attiva un'attività in perdita?

- Arrivare all'esproprio mi sembra eccessivo. Non vi possono essere altre soluzioni?
Nelle zone montane del nord, gli agricoltori che gestiscono i masi in alta quota vengono remunerati dagli enti locali e dai privati (alberghi, commercianti ecc) per mantenere i pascoli verdi. Altrimenti, la coltivazione in quota dei foraggi, l'allevamento sarebbero attività antieconomiche. In piccole realtà, con la condivisione e la compartecipazione della società, è una soluzione praticabile ma in olivicoltura, considerando le estensioni coinvolte, le somme sarebbero enormi, senza considerare le difficoltà relative alla stima dell'indennità e alla burocrazia necessaria per l'erogazione di questi aiuti e relativi controlli. Se si vuole salvare l'olivicoltura italiana bisogna ripensare all'obbligatorietà della coltura.

- La strada è quindi l'olivicoltura superintensiva?
No, la strada è l'olivicoltura da reddito. Vi possono essere olivicoltori che scelgono liberamente di produrre oli extra vergini a basso costo, entrando in competizione con la Spagna, e olivicoltori che scelgono un'olivicoltura più tradizionale, sebbene meccanizzata.

- Per produrre ai costi spagnoli occorrono tuttavia anche le infrastrutture e le estensioni olivetate spagnole
L'estensione colturale è certo un elemento da tenere in considerazione quando si fanno analisi sui costi e purtroppo l'Italia parte handicappata per superficie agricola utilizzabile aziendale. La struttura fondiaria del nostro Paese è un problema eppure si sente ancor oggi assertire, ai convegni, che piccolo è bello. Inconcepibile e falso dal punto di vista tecnico ed economico.

- Quindi non vi sono ancora le condizioni per la nascita di una olivicoltura superintensiva italiana
Se continuiamo a discutere per ipotesi non vi saranno neanche mai. Occorre iniziare a piantumare campi sperimentali, per valutare, in campo, nei diversi ambienti italiani la risposta del modello, magari adattarlo. Occorre ricerca e occorre divulgazione.

Ci limitiamo quindi ad adattare un modello spagnolo in Italia
Guardi che la stessa idea di superintensivo è nata in Italia, quasi cinquant'anni fa. L'idea dei filari, della meccanizzare della coltura... sono tutte idee nate in Italia, traendo spunto dai successi in fruttucoltura. Purtroppo si copiò anche la forma di allevamento, la palemtta e l'ipsilon, e si incentivò gli agricoltori verso questa strada, che si dimostrò errata e che fece disamorare dell'idea di un'olivicoltura intensiva. Oggi dobbiamo far ripartire quella ricerca e far tesoro delle passate e nuove esperienze.

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