Salute
La dieta mediterranea è poco seguita da medici e infermieri, ecco perchè
Tra turni di lavoro stressanti, ritmi di vita forsennati e pause pranzo in solitudine, medici e infermieri faticano a seguire l’alimentazione più sana del mondo. Lo rivela uno studio italiano
10 giugno 2026 | 13:00 | C. S.
Sono loro che ogni giorno consigliano ai pazienti di mangiare sano, di seguire la dieta mediterranea e di tenere sotto controllo peso e stress. Eppure, quando si tratta di mettere in pratica queste raccomandazioni, medici, infermieri e operatori sanitari si trovano spesso in grande difficoltà.
Uno studio dell’Università Sapienza di Roma, pubblicato sulla rivista Clin Ter, ha deciso di indagare proprio questo paradosso. La domanda di partenza era semplice: perché chi lavora in ospedale fa tanta fatica a restare fedele alla dieta mediterranea, nonostante ne conosca benissimo i benefici?
Colpa dello stress (e dei turni), non del cibo
La ricerca ha coinvolto 38 dipendenti in sovrappeso dell’ospedale Policlinico Umberto I e della Sapienza, che avevano già provato – senza successo – un percorso alimentare ispirato alla dieta mediterranea. Attraverso un questionario, gli studiosi hanno analizzato quattro aree: gestione della dieta, stress e motivazione, supporto professionale, contesto sociale.
Il risultato? Le ragioni dell’abbandono non sono quasi mai legate al cibo in sé. La dieta non è stata giudicata né troppo rigida né particolarmente sgradevole. Il problema è altrove.
I veri nemici: obiettivi irrealistici e ritmi da corsa
Tre fattori, in particolare, sono risultati determinanti:
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Lo stress lavorativo (p < 0,013): turni massacranti, carichi di lavoro elevati e notti in bianco spingono a cercare cibi “di conforto”, ricchi di grassi e zuccheri, consumati spesso in fretta e fuori orario.
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Obiettivi irrealistici (p < 0,014): molti partecipanti speravano di ottenere risultati straordinari in tempi brevissimi, senza tenere conto del proprio stile di vita. Quando la realtà ha smentito le aspettative, la motivazione è crollata.
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Uno stile di vita frenetico (p < 0,035): tra famiglia, spostamenti e impegni, il tempo per cucinare e mangiare bene diventa un lusso. Così si salta la colazione, si pranza in modo squilibrato e si arriva a cena affamati.
Mangiare da soli fa male (anche alla dieta)
Un dato curioso ma significativo: chi si isolava dai colleghi durante la pausa pranzo per seguire la propria dieta aveva molte più probabilità di abbandonarla (p < 0,049). Sentirsi “diversi” o esclusi durante il pasto condiviso riduce la motivazione e spinge a mollare.
Lo conferma anche la letteratura scientifica: mangiare soli è associato a un maggior rischio di disagio psicologico.
Un’occasione persa (per tutti)
Lo studio sottolinea una contraddizione di fondo: l’ospedale, che dovrebbe essere un modello di promozione della salute, spesso non offre le condizioni ambientali e organizzative per mangiare in modo sano. Spazi inadeguati, ritmi serrati, scarsa attenzione al benessere alimentare dei dipendenti.
Eppure, investire su questo aspetto sarebbe un vantaggio per tutti: lavoratori più sani e motivati, aziende più produttive, sistema sanitario meno appesantito da malattie croniche.
Non basta dire “mangia sano”: serve un cambiamento vero
Cosa fare, allora? I ricercatori propongono un approccio integrato, che vada ben oltre il semplice foglio di dieta:
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Formare medici e nutrizionisti a una comunicazione più efficace e motivante.
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Riorganizzare spazi e turni per permettere pause pranzo adeguate e sociali.
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Coinvolgere famiglie e reti sociali dei lavoratori, per sostenere il cambiamento.
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Personalizzare i percorsi, tenendo conto della vita reale di ogni operatore.
In altre parole: per far sì che chi cura gli altri possa anche prendersi cura di sé, non bastano le buone intenzioni. Serve un ambiente che renda la scelta sana anche la scelta più facile.
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