Salute

I CONSUMATORI ABBANDONANO I POLLI, I POLLI ITALIANI ABBANDONERANNO I CONSUMATORI

La storia dell’influenza aviaria si sta costantemente nutrendo di tanta disinformazione. Ecco come finirà. Finirà che gli italiani a furia di mettere in ginocchio l’intero comparto, rifiutando di consumarne i prodotti, favoriranno la chiusura delle nostre aziende per poi avere domani sulle proprie tavole solo pollo straniero, magari nemmeno controllato

25 febbraio 2006 | Mena Aloia

Dopo mesi di quotidiana informazione operata dai media, quanti di noi hanno realmente capito cos’è l’aviaria, come fronteggiarla e di che cosa è giusto avere paura.
A giudicare dall’andamento del mercato avicolo direi ben pochi.
Sarà a questo punto, il caso di parlare di disinformazione?

Un esempio per tutti. Qualche giorno fa un famoso telegiornale nazionale ha chiesto al solito chef di turno di rassicurare i consumatori.
Ora, ben vengano i consigli su come cucinare il pollo, ma probabilmente un consumatore preoccupato vorrebbe un’informazione più autorevole.

Nel nostro Paese sei famiglie su 10 ormai non mangiano più pollame secondo Confindustria e Cia, Confederazione Italiana Agricoltura. Il calo dei consumi delle carni avicole gira intorno al 70 per cento e i prezzi all’origine sono crollati del 33 per cento in una sola settimana nella principale piazza per il commercio di uova e pollame quale il mercato di Verona.
Ma ha senso un tale comportamento?

Si, se pensiamo alle notizie e alle immagini trasmesse e pubblicate negli ultimi mesi.
No, se ci fosse stata una corretta informazione. Anche se, riterrei giusto che lo stesso consumatore, quando non trova adeguate risposte dai mezzi d’informazione, debba, per quanto possibile, informarsi. E, nel caso specifico, è facile trovare materiale scientifico di facile comprensione.

Anche il nostro Ministero della Salute ha redatto un opuscolo di sedici pagine sui rischi, le informazioni e le misure preventive dell’influenza aviaria. Troverete la versione completa sul sito del Ministero.
L’influenza aviaria, nella definizione che ne da il Ministero della Salute, è una infezione dei volatili causata da virus influenzali del tipo A; essa può interessare tanto uccelli selvatici quanto volatili domestici come polli, tacchini, anatre, causando molto spesso una malattia in forma grave e anche la morte dell’animale colpito. L’uomo può infettarsi con virus dell’influenza aviaria a seguito di contatti diretti con animali infetti, e/o con le loro deiezioni, mentre non c'è alcuna evidenza di trasmissione attraverso il consumo di carni avicole o uova dopo la cottura.

A questo punto fermiamoci per un attimo a pensare a chi sono le vere vittime, acclarate, di questo virus.
Tutti quei lavoratori che rischiano il posto, tutte quelle piccole aziende che dopo anni di onesto lavoro saranno costrette a chiudere.
E pensiamo, poi, a quando questa emergenza, come tutte le emergenze, finirà.
Enormi quantitativi di carni avicole verranno importate chissà da dove essendosi enormemente ridotta l’offerta interna. Ed e’ allora che dovremmo davvero preoccuparci di cosa metteremo sulle nostre tavole. Ma nessuno ne parlerà e tutti saremmo piú tranquilli.

Di contraddizioni ve ne sono davvero tante ed alcune fanno persino sorridere.
Un’Ansa del 22 febbraio informa che la Thailandia ha vietato per 90 giorni l’importazione dei volatili da 7 Paesi dell’Europa tra cui figura anche l’Italia. Ebbene, basta fare un piccolo salto indietro nel tempo, tornare al febbraio del 2004 e chiamare in causa uno studio “sullo stato e sulle prospettive dell’avicoltura in Italia” effettuato dall’Inea, l’Istituto nazionale di economia agraria, per capire quante stranezze governano i mercati.
A pagina 11 di questo studio si parla proprio della Thailandia che ha quasi triplicato il proprio export dal 1996 ad oggi, nonostante il prodotto abbia presentato alcuni problemi di ordine sanitario.
Quindi, oggi la Thailandia rifiuta i nostri polli sani e controllati. Domani, noi, acquisteremo verosimilmente i loro polli.

Intanto, ciò che ha il sapore amaro di una verità che non porta i suoi frutti, è il positivo elogio che il quotidiano statunitense “New York Times” fa al nostro sistema di controlli, attraverso un presidio di esperti veterinari e di centri scientifici di avanguardia a livello mondiale. La giornalista Elizabeth Rosenthal evidenzia tra l’altro nell’articolo il modello esemplare adottato nel nostro Paese attraverso una capillare rete di controlli; mentre noi, per contro, profondamente italiani nell’animo, ci facciamo cogliere dalla paura, preferendo abbandonare a un destino incerto un comparto che invece si avvale di una serie di norme relativamente all'obbligo di riportare in etichetta l'origine delle carni.

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