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Meno panel test e più contaminanti: i tedeschi bocciano l'olio extravergine di oliva
Uno degli aspetti più allarmanti per la rivista tedesca Öko-Test riguarda la presenza massiccia di residui di fitofarmaci. Quasi tutti gli oli convenzionali analizzati, e perfino alcuni biologici, contengono pesticidi. Attenzione a MOSH/MOAH
13 maggio 2026 | 10:00 | T N
Secondo un recente test condotto dalla rivista tedesca Öko-Test su 30 oli d’oliva di fascia media – tra marchi nazionali, private label e prodotti biologici – emerge un quadro critico per il settore. Ben sette campioni presentano difetti sensoriali (rancido, avvinato, riscaldo) incompatibili con la categoria “extravergine” come definita dalla normativa europea. Questi prodotti, secondo la legge, potrebbero essere etichettati al massimo come “vergini”.
Tra i difetti rilevati, il rancido indica un’ossidazione avvenuta nel tempo, mentre le note fermentate sono tipiche di olive lavorate in ritardo, già in fase di deterioramento. La conseguenza è chiara: una parte significativa di ciò che finisce sugli scaffali tedeschi – e presumibilmente anche italiani – non rispetta gli standard minimi di qualità.
Biologico sotto accusa
Il dato più sorprendente riguarda l’elevata incidenza di oli biologici tra i bocciati: sei su sette. Tra questi figura un marchio molto noto in Italia, De Cecco, il cui olio bio è stato bocciato per evidente rancidità. L’azienda di Fara San Martino, interpellata dalla stampa, ha scelto di non commentare i risultati.
Oltre al profilo sensoriale, sono state rilevate tracce di dibutilftalato (DBP) in cinque oli biologici. Questo plastificante è classificato come tossico per la riproduzione e sospettato di interferire con il sistema endocrino. La contaminazione avviene verosimilmente durante la lavorazione, per contatto con materiali plastici.
L’unico prodotto non biologico bocciato al panel sensoriale è l’olio italiano De Silvia, che presenta anche una traccia di pesticida.
Pesticidi: un ritorno diffuso, anche nel bio
Uno degli aspetti più allarmanti riguarda la presenza massiccia di residui di fitofarmaci. Quasi tutti gli oli convenzionali analizzati – e perfino alcuni biologici – contengono pesticidi. In un caso (l’olio Bellasan venduto da Aldi) si arriva a sei sostanze diverse nello stesso prodotto.
L’olio Primadonna di Lidl, promosso nella versione biologica, scende a “sufficiente” in quella convenzionale, con cinque tracce di pesticidi tra cui difenoconazolo, tebuconazolo e trifloxistrobina. Situazione analoga per l’olio Orto Mio di Penny e altri due campioni.
Nei prodotti biologici, le tracce sono probabilmente dovute a contaminazione ambientale o derivazione da campi vicini. Il fenomeno appare comunque in crescita rispetto agli anni precedenti e solleva interrogativi sugli effetti combinati dei residui, ancora poco studiati dalla tossicologia.
Pfas, fungicidi e oli minerali: un cocktail preoccupante
Non mancano sostanze ancora più critiche. Sono stati rilevati fungicidi sospettati di essere cancerogeni o tossici per la riproduzione, nonché principi attivi riconducibili alla famiglia dei Pfas, composti persistenti che contaminano ambiente e risorse idriche.
Tutti i 30 oli testati contengono tracce di idrocarburi da oli minerali (Mosh) , sostanze che tendono ad accumularsi nell’organismo umano. In alcuni prodotti è stata rilevata anche la frazione Moah, che può includere composti cancerogeni.
Poche eccellenze: solo un quarto dei prodotti si salva
Se si guarda alla qualità complessiva, il quadro non migliora. Appena un quarto dei campioni ottiene un giudizio “buono” o “molto buono”. La maggior parte si ferma a una qualità media, con oli poco complessi e aromaticamente squilibrati.
Solo tre prodotti si distinguono nettamente per qualità sensoriale: due biologici e un olio a basso prezzo venduto da Aldi. Un segnale chiaro: spendere di più non garantisce un prodotto migliore, e il marchio noto non è sinonimo di eccellenza.
I marchi italiani: chi sale e chi scende
Nel dettaglio dei giudizi:
-
Bocciato: De Cecco Bio (rancido).
-
Soddisfacente: De Cecco “Extra Classico” (convenzionale) e Fiore dell’Oleificio Salvadori.
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Sufficiente: Filippo Berio, con due tracce di pesticidi.
Etichette inaffidabili e consumatori disorientati
Il caso degli oli venduti come extravergini ma non conformi è emblematico di un problema più ampio: la dicitura legale viene utilizzata in modo improprio, e il consumatore paga per una qualità che nei fatti non c’è. Anche la trasparenza sulle origini e sui processi produttivi lascia spesso a desiderare.
Secondo Öko-Test, una migliore gestione della filiera e controlli più rigorosi potrebbero ridurre sensibilmente sia i difetti sensoriali sia le contaminazioni da pesticidi, ftalati e oli minerali.
Orientarsi tra qualità reale e promesse di marketing
Il test conferma che scegliere un buon olio extravergine è oggi più difficile che mai. Prezzo, marchio o etichetta biologica non bastano a garantire qualità. In attesa di regole più chiare – soprattutto sui contaminanti emergenti come gli oli minerali – il consiglio per l’acquirente professionale e per il consumatore attento resta lo stesso: puntare su produttori affidabili e tracciabili, e prestare attenzione alla freschezza del prodotto (annata di raccolta, data di scadenza). Solo così si può sperare di portare in tavola un vero extravergine.
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